Le elezioni di metà mandato e la battaglia per le regole della democrazia.
Le elezioni del 3 novembre assegneranno il controllo del Congresso negli ultimi due anni della seconda presidenza Trump, ma valuteranno anche se la Repubblica riesca ancora a trasformare il conflitto in una decisione riconosciuta. La posta in gioco non è soltanto la maggioranza alla Camera o al Senato: è la capacità della procedura di chiudere provvisoriamente il combattimento in una società in cui entrambi i campi tendono a considerare l’altro non come un avversario destinato a tornare al governo, ma come un pericolo da impedire.
Il quadro nazionale resta favorevole ai democratici, senza però tradursi automaticamente in seggi né in fiducia. Il sondaggio Reuters/Ipsos, concluso il 19 ottobre, assegna a Trump il 31% di approvazione, il minimo dei suoi due mandati, e registra un vantaggio democratico di 47 a 35 nel voto nazionale per il Congresso fra gli elettori registrati. Lo scarto di dodici punti, il più ampio rilevato in questo ciclo, misura il deterioramento del consenso presidenziale, non la futura distribuzione dei seggi. Il costo della vita erode il vantaggio repubblicano; mappe, candidati, denaro e affluenza possono però separare la scelta a livello nazionale dalle maggioranze parlamentari.
È questo scarto a rendere novembre difficile da leggere. In un sistema di collegi uninominali e di regole statali differenti, la maggioranza sociale e quella istituzionale possono divergere senza frode. L’elezione comincia quindi prima di novembre: nelle mappe, nelle regole di registrazione, nelle primarie, nel denaro e nella definizione preventiva di ciò che ciascun campo considera legittimo.
Una maggioranza in bilico, un presidente ancora centrale
La debolezza nazionale di Trump non implica marginalità. Con il 31% di approvazione nell’ultima rilevazione Reuters/Ipsos, Trump continua a dominare la selezione repubblicana e a costringere l’opposizione a reagire al suo ritmo. Alla convention di Dallas del 9-10 settembre, ha chiesto agli elettori di comportarsi come se fosse sulla scheda. Per la base, è un fattore di coesione; per molti candidati competitivi, una presenza da dosare con cautela.
La Camera resta il territorio più accessibile: secondo il quadro delle maggioranze di ottobre, i democratici necessitano di un guadagno netto di quattro seggi. Anche il Senato richiede quattro seggi e ha una geografia più complessa, anche se le competizioni sono diventate contendibili in stati favorevoli a Trump nel 2024. Michigan, Maine, Georgia, Alaska, Texas e Ohio mostrano quanto il voto locale reagisca al prezzo dell’energia, alla guerra e alla qualità dei candidati. La tendenza nazionale apre opportunità, ma non elimina la diversità delle mappe. Il possibile controllo democratico della Camera non va tuttavia confuso con un mandato sufficiente a rovesciare l’agenda presidenziale: il veto di Trump, il Senato e l’ampiezza dei poteri esecutivi continuerebbero a limitare l’efficacia dell’opposizione.[1]
Anche il denaro nazionalizza la competizione. Dopo la decisione della Corte Suprema sui limiti alla spesa coordinata, MAGA Inc. ha investito per sostenere Paxton contro Talarico in Texas. Eppure, l’ingente spesa repubblicana non ha finora prodotto un’inversione convincente nei sondaggi dei collegi decisivi: il capitale compra visibilità, non credibilità. Il vantaggio democratico, al momento, consiste anche nel costringere l’avversario a difendere territori prima considerati sicuri.
La presidenza come campagna permanente
Le politiche del governo hanno conseguenze materiali. La legge fiscale e di spesa approvata nel 2025 ha reso permanenti parti essenziali dei tagli tributari del 2017, ampliato le risorse per il controllo migratorio e la difesa, ristretto l’accesso a programmi sociali e aumentato il deficit atteso. L’amministrazione la presenta come restituzione di reddito, sovranità e capacità coercitiva; i democratici la descrivono come un trasferimento verso l’alto, accompagnato da una riduzione della protezione sanitaria e alimentare. Entrambe le letture entrano nella campagna, ma il loro rendimento elettorale dipenderà dall’esperienza quotidiana: busta paga, premio assicurativo, accesso a Medicaid, prezzo del cibo, costo del carburante, disponibilità del lavoro, costo del debito.[2]
I dazi sono una misura economica, uno strumento geopolitico e un racconto di rinascita. Trump li presenta come un confine applicato alle merci: una tassa sul vantaggio altrui, un incentivo a produrre in patria, una leva per costringere imprese e alleati a negoziare. Le decisioni giudiziarie che hanno limitato l’uso dei poteri d’emergenza non hanno eliminato l’impostazione protezionistica; l’amministrazione ha cercato basi legislative alternative e ha introdotto nuove imposizioni settoriali. Il problema elettorale sta nel tempo. La fabbrica promessa richiede anni; l’aumento del prezzo arriva prima. La politica industriale può avere un senso strategico e, al contempo, comportare un costo immediato che il consumatore attribuisce al presidente.[3]
La guerra con l’Iran accentua la contraddizione tra la potenza e il costo interno. Il rincaro del petrolio e del diesel, insieme all’aumento dei tassi d’interesse, porta il conflitto fino alla spesa familiare. Il 7 ottobre, secondo la Mortgage Bankers Association, il tasso medio dei mutui trentennali ha raggiunto il 7,49%, il livello più alto da quasi tre anni.[4] Alcuni candidati repubblicani chiedono di porre rapidamente fine alla guerra, mentre Trump la inserisce nella propria narrazione sulla sicurezza. Il prezzo della politica estera è entrato nella campagna elettorale quotidiana.
La presidenza entra nelle regole del voto
L’aspetto più rilevante della strategia trumpiana non riguarda però soltanto le politiche sottoposte al giudizio degli elettori. Riguarda il tentativo di intervenire sul perimetro stesso del processo elettorale. Nel marzo 2025, un ordine esecutivo sulla «integrità» del voto ha richiesto la prova documentale della cittadinanza, l’accesso degli Stati alle banche dati federali, restrizioni al conteggio delle schede ricevute dopo il giorno delle elezioni e un ruolo più incisivo del governo centrale. Nel marzo 2026, un secondo ordine ha ampliato la verifica attraverso la Social Security Administration e il Department of Homeland Security, ha previsto identificativi univoci sulle buste e ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di dare priorità alle violazioni attribuite a funzionari statali e locali.[5]
Le misure rispondono a una domanda reale di certezza, ma incidono su competenze elettorali in larga parte statali. Il 14 settembre, la Corte Suprema ha lasciato in sospeso la nuova regola USPS sul voto postale: Brett Kavanaugh ha sottolineato l’insufficienza del tempo per adeguarsi, mentre un altro giudice federale ne ha contestato l’autorità statutaria. Il contenzioso resta aperto, ma per novembre i nuovi requisiti sono sospesi: il calendario è diventato esso stesso un limite costituzionale.[6]
Sul piano legislativo, il SAVE America Act concentra questa battaglia. Approvato dalla Camera a febbraio, ma ancora bloccato al Senato, richiede un’identificazione fotografica, una prova di cittadinanza per la registrazione e limita fortemente il voto per posta. Trump l’ha trasformato nella priorità legislativa della campagna e, in un incontro con i deputati, ha sostenuto che tali restrizioni avrebbero garantito la vittoria a novembre. La frase è politicamente rivelatrice. Una norma può essere difesa come misura generale di affidabilità; diventa più difficile separarla dall’interesse di parte quando il presidente la presenta esplicitamente come strumento per assicurare il risultato del proprio campo. Il blocco al Senato non ha fermato la strategia. L’amministrazione ha cercato di innestare parti del SAVE America Act in altri provvedimenti; inoltre, ventitré Stati ne hanno già adottato alcune misure; infine, il Dipartimento della Giustizia e il Dipartimento della Sicurezza interna chiedono dati elettorali e verifiche delle liste elettorali. La battaglia si è quindi dispersa tra leggi statali, ricorsi e pressioni amministrative.[7]
La frode prima del risultato
L’intervento normativo è accompagnato da una preparazione narrativa alla possibile sconfitta. Nel discorso televisivo del 16 luglio, Trump ha rimarcato la sicurezza elettorale al centro della campagna, accusando la Cina di aver interferito nel 2020 e presentando documenti declassificati come prova di vulnerabilità sistemiche. Le valutazioni dell’intelligence non sostengono l’idea che un attore straniero abbia alterato il voto, e il presidente non ha prodotto evidenze di schede alterate. Ma l’efficacia della narrazione non dipende interamente dalla verifica. Dipende dalla sua capacità di collegarsi a una memoria già sedimentata: 2020, voto postale, città democratiche, immigrati, apparati federali, piattaforme, media.[8]
Trump non ha bisogno di dimostrare una frode per produrre un effetto politico. Gli basta rendere credibile alla propria base che il sistema sia predisposto contro di lui. La denuncia preventiva comporta due esiti. Se i repubblicani vincono, la vittoria conferma che la mobilitazione ha superato il sabotaggio e legittima l’imposizione di ulteriori restrizioni. Se perdono, la sconfitta può essere interpretata come il risultato delle vulnerabilità denunciate. In entrambi i casi, il presidente mantiene il monopolio del significato. Il risultato non lo giudica appieno; viene assorbito nel racconto che lo precede.
La sfiducia nelle élite: due partiti, nessun approdo sicuro
La novità più profonda non è il semplice arretramento della dirigenza repubblicana. È l’indebolimento simultaneo della credibilità delle due offerte politiche. Un rilevamento AP-NORC, condotto tra il 24 e il 28 settembre, segnala che soltanto circa due americani su dieci ritengono che uno dei partiti si preoccupi delle persone come loro. I democratici sono preferiti ai repubblicani nella gestione del costo della vita, 38 a 27 tra gli elettori registrati, ma il vantaggio comparativo non costituisce un’investitura. La crisi dell’élite repubblicana è soprattutto una crisi di governo; quella democratica, pur all’opposizione, è una crisi di alternativa.[9]
Pew offre una misura più precisa della sfiducia. Nel maggio 2026, il 59% degli adulti giudicava sfavorevolmente il Partito Democratico e il 58% quello Repubblicano; il 26% aveva un’opinione negativa su entrambi, rispetto al 21% nel 2020. Il minimo recente di favore per i Democratici era stato del 36% ad agosto 2025. Più rivelatore è il rapporto con gli indipendenti vicini ai partiti: secondo l’analisi Pew pubblicata il 2 ottobre, il 44% di quelli orientati verso i Democratici indica come ragione principale la frustrazione nei confronti dei dirigenti, rispetto al 28% del 2016; tra gli indipendenti vicini ai Repubblicani, la quota è del 40%.[10]
Fra gli indipendenti che tendono ai democratici, soltanto il 27% cita la bontà delle politiche del proprio campo come motivo decisivo della vicinanza, mentre il 64% indica come motivo principale il danno attribuito al campo opposto. Non è indifferenza: è un’adesione difensiva. Il partito può ottenere il voto di chi non ne riconosce più la leadership. Ma quando la legittimazione passa quasi interamente dal rifiuto dell’avversario, vincere non basta a ricostruire l’autorità né a garantire la partecipazione necessaria nei collegi elettorali incerti.[11]
Il divario non separa soltanto moderati e progressisti. Investimenti nei territori o concentrazione sugli Stati oscillanti, linguaggio universalista o priorità identitarie, compromesso istituzionale o rottura, opposizione alla guerra e affidabilità internazionale: sono dilemmi che attraversano gruppi sociali, generazioni e geografie.
Il Partito Repubblicano: la selezione della fedeltà
Nelle primarie repubblicane, il rapporto personale con Trump è ormai un criterio di selezione: endorsement, risorse e la minaccia di sfidanti disciplinano il Congresso. Non costituiscono però un comando assoluto, come dimostrano anche le sconfitte di candidati sostenuti dal presidente. La crisi dell’élite repubblicana non coincide con la perdita del controllo interno del partito: riguarda soprattutto la sua capacità di trasformare la fedeltà in consenso al di fuori del nucleo MAGA.
Una ricognizione di Reuters del 7 ottobre su 62 candidati repubblicani in competizioni ravvicinate ha rilevato che 41 — circa due terzi — prendono in qualche modo le distanze da Trump. Prevalgono le divergenze selettive sulla guerra in Iran, sull’economia e sui progetti di data center, non le rotture con l’impianto trumpiano; una dozzina ha eliminato il nome o l’endorsement del presidente dai materiali di campagna. La contraddizione è strutturale: per ottenere la candidatura bisogna dimostrare fedeltà; per vincere in un collegio oscillante può essere necessario renderla meno visibile. Non è la fine del trumpismo, ma una frattura tra il suo potere di nominare e la sua forza di attrarre.[12]
Il Partito Democratico: rivolta e conversione
Nel Partito Democratico avanza un movimento diverso, ma anch’esso nato dalla crisi delle classi dirigenti. Le vittorie di Abdul El-Sayed in Michigan, di Peggy Flanagan in Minnesota e di Angie Nixon in Florida esprimono una domanda di protezione sociale e di rinnovamento che i vertici non sono riusciti a rappresentare. Una parte delle questioni portate alla ribalta da Trump — lavoro manifatturiero, costo della vita, meno guerre, anticorruzione e priorità interne — può oggi alimentare un populismo di sinistra. Non è una conversione ideologica ordinata, ma una competizione per dare forma politica allo stesso malessere. La mobilitazione nazionale dei democratici rende visibile anche il tentativo di ricomporre le fratture: per il 24 ottobre è previsto l’intervento di Barack Obama in Michigan a sostegno di El-Sayed, che pure aveva criticato i limiti della precedente amministrazione democratica. L’alleanza elettorale non cancella il dissenso programmatico, ma segnala la necessità di trasferire la forza delle primarie in una coalizione capace di competere nelle elezioni generali.[13]
L’avanzata progressista non è uniforme: vittorie di sinistra convivono con successi moderati e resistenze locali. El-Sayed è competitivo in Michigan, ma la Florida di Nixon resta strutturalmente difficile per i democratici. Il punto non è stabilire se il partito diventerà «socialista»: è capire quali temi e quali candidati possano allargare la coalizione oltre la base elettorale delle primarie. Ogni corrente rivendica l’energia necessaria per vincere; nessuna ha ancora provato a riunire da sola l’intero campo.
Per i democratici, il nuovo populismo sociale offre un linguaggio che vincola il potere d’acquisto e lo mette a confronto con il potere delle oligarchie e con la corruzione; per Trump, un’etichetta con cui presentare ogni candidato avversario come esponente di un unico fronte socialista. La stessa radicalizzazione che mobilita volontari e piccoli donatori dem può complicare il dialogo con gli indipendenti, gli elettori suburbani e i segmenti più anziani della base democratica.
Il Maine, con le tensioni che hanno portato alla candidatura di Troy Jackson e le ferite lasciate dalle primarie in Texas, Michigan e Florida, mostra un problema organizzativo del Partito Democratico. Una primaria produce identità e volontariato; una generale richiede che gli sconfitti accettino la guida dei vincitori. Il conflitto fra l’apparato del partito e l’insorgenza non si risolve con la sola disciplina, perché nasce da una sfiducia preesistente nei confronti della scelta dei candidati.
Le primarie come macchina di radicalizzazione
Le primarie non registrano soltanto la polarizzazione: la selezionano. Nei collegi poco contendibili, la vera elezione è spesso quella del partito dominante, in cui conta un elettorato più motivato e ideologicamente orientato rispetto a quello del cittadino medio. Il meccanismo opera nei due campi senza renderne equivalenti i contenuti: a destra premia la fedeltà personale e l’uso assertivo dell’esecutivo; a sinistra premia programmi redistributivi e anti-interventisti che, però, possono risultare minoritari al di fuori delle aree più favorevoli. La simmetria sta nell’incentivo: il rischio immediato proviene dal proprio fianco.[14]
Due elezioni sovrapposte
A novembre, gli americani voteranno contemporaneamente su due piani. Nel primo, giudicheranno i risultati e i costi: inflazione, salari, casa, sanità, immigrazione, dazi, guerra, sicurezza, aborto, istruzione. Nel secondo, decideranno quale campo debba controllare gli strumenti con cui si definisce la legalità del conflitto: commissioni parlamentari, bilancio, nomine, indagini, regole elettorali, potere di citazione, certificazione e capacità di bloccare l’esecutivo. Il primo livello appartiene alla normale alternanza. Il secondo trasforma la consultazione in una battaglia sulla forma della repubblica.
Per Trump, conservare almeno una Camera significa proteggere l’amministrazione dalle inchieste, mantenere la capacità di approvare fondi, impedire che l’opposizione occupi l’agenda e presentare la propria linea come un mandato popolare rinnovato. Per i democratici, conquistare la Camera significa costruire un contrappeso, aprire indagini, frenare la riorganizzazione amministrativa e interrompere la piena conversione della presidenza in comando. La corsa al Senato aggiunge nomine giudiziarie, vertici degli apparati e continuità alla trasformazione istituzionale.
Entrambi i partiti presentano la vittoria dell’altro come un danno difficilmente reversibile. I repubblicani descrivono i democratici come socialisti o comunisti, disposti ad aprire i confini, a disarmare lo Stato, a finanziare gli alleati e a imporre una pedagogia culturale. I democratici descrivono Trump e il MAGA come un progetto autoritario volto a catturare l’amministrazione, il voto, la giustizia e l’informazione. Le narrazioni non si fondano allo stesso modo su ogni elemento, ma svolgono la stessa funzione politica: ridurre la disponibilità a tollerare la sconfitta.
Che cosa può ancora cambiare
Il vantaggio nazionale dei democratici convive con mappe elettorali a favore dei repubblicani. In Missouri, la Corte Suprema federale ha sospeso gli interventi che avrebbero imposto la mappa del 2025 e ha lasciato applicabile, per il voto già iniziato, quella del 2022. La decisione non scioglie la controversia politica sul ridisegno dei distretti, ma chiarisce il quadro operativo di novembre. Anche questo mostra che la stabilità della procedura dipende dal calendario, non soltanto dai principi.[15] La ricognizione Reuters del 23 ottobre quantifica ora il vantaggio prodotto dalle nuove mappe in quindici distretti favorevoli ai repubblicani, distribuiti in nove Stati, contro sei favorevoli ai democratici. Nonostante questa asimmetria, la Camera rimane il principale obiettivo dell’opposizione. Il divario fra l’orientamento nazionale del voto e la traduzione territoriale dei seggi è quindi diventato una delle variabili decisive.[16]
Per i repubblicani, la soglia critica è il rapporto tra lealtà ed eleggibilità. La ricognizione di Reuters mostra candidati che restano nel partito di Trump, ma cercano autonomia nei messaggi rivolti agli elettori indipendenti. È una crisi di rappresentanza interna più che una ribellione dottrinaria: l’élite che controlla le candidature non riesce sempre a garantire il consenso necessario alla vittoria. La forza di mobilitazione personale del presidente rischia così di diventare un limite territoriale.
Per i democratici, la soglia è ancora più ambigua: convertire il rifiuto di Trump in un mandato positivo. Il populismo sociale potrebbe riaprire il dialogo con i salariati e i ceti medi impoveriti, ma deve dimostrare di saper parlare anche di confine, sicurezza, ordine e identità senza dissolvere la propria proposta redistributiva. Il centro democratico deve invece evitare di apparire come una restaurazione delle élite precedenti. Una coalizione che respinge il presidente non coincide necessariamente con una coalizione pronta a governare.
Infine, conta ciò che la presidenza farà nelle ultime settimane. Trump promette una soluzione alla guerra dopo le elezioni, ma i costi dell’energia, del trasporto e dei mutui restano. Il 3 ottobre, in Ohio, ha perfino ventilato un trattamento diverso dell’assistenza federale in caso di vittoria democratica: un ulteriore esempio di sovrapposizione tra le risorse dello Stato e la mobilitazione di parte. Intanto, la controversia sull’impiego di fondi pubblici per promesse e comunicazioni a favore dell’amministrazione accentua il problema del confine tra governo e campagna elettorale. Il voto anticipato, già ampiamente avviato, riduce ulteriormente la finestra temporale per modificare le preferenze: al 23 ottobre, secondo una rilevazione sul voto anticipato, oltre 23 milioni di americani avevano già votato. Il maggiore peso degli elettori registrati come democratici fra le schede restituite non consente però di inferire il risultato, perché la registrazione partitica non coincide con la scelta sulla scheda e i modelli di voto anticipato differiscono secondo partito e Stato.[17]
Novembre e il prezzo della procedura
A due settimane dal voto, la campagna si articola su quattro fronti: il costo della vita, la guerra, il controllo della procedura e la crisi della rappresentanza. Il rincaro del credito trasferisce il conflitto esterno nella vita domestica; la sfiducia verso entrambe le classi dirigenti impedisce a uno dei partiti di tradurre agevolmente la protesta in adesione. Una vittoria democratica potrebbe frenare l’esecutivo senza cancellare la sfiducia; una tenuta repubblicana verrebbe letta dalla Casa Bianca come una ratifica delle sue scelte. La questione si estende al 2027: una Camera democratica potrebbe moltiplicare le indagini e aprire una stagione di confronto sul bilancio e sul tetto del debito, ma il Senato e il veto presidenziale ostacolerebbero molte iniziative legislative. Un Senato diviso 50 a 50 rimarrebbe formalmente sotto il controllo repubblicano grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance. Il risultato elettorale definirà dunque non solo chi può governare, ma anche quali strumenti istituzionali restano disponibili per contrastare o proseguire la trasformazione della presidenza.[18]
La repubblica americana conserva istituzioni, la concorrenza elettorale e meccanismi di correzione. Ma la fragilità nasce dal fatto che, mentre si vota, procedure, competenze e tempi vengono messi in discussione e le decisioni delle corti non godono più di un riconoscimento condiviso. Le regole possono continuare a funzionare anche quando diminuisce il credito politico di chi deve rispettarle.
Trump combina interventi giuridici, mobilitazione del personale, selezione delle candidature, retorica sulla frode e una campagna antisocialista. I democratici oppongono un argine istituzionale e un’offerta di protezione sociale, senza però aver ancora ricomposto le proprie correnti né riconquistato la fiducia nella propria leadership. La frattura attraversa dunque entrambi i partiti, sebbene con forme differenti: a destra, tra fedeltà e competitività; a sinistra, tra rinnovamento e governabilità.
Novembre distribuirà seggi, poteri d’indagine e capacità di nomina; non è certo che restituisca una grammatica comune. In un’America in cui il vincitore custodisce meno la procedura come patrimonio condiviso e il perdente ne riconosce meno facilmente la neutralità, l’elezione può decidere chi governa senza chiudere la disputa su chi abbia il diritto di definire la realtà. La prova non consisterà soltanto nel contare i voti, ma nel farli durare come decisione.
NOTA DELL’AUTORE
Questo articolo nasce dalle conoscenze, dalle riflessioni e dall’elaborazione teorica dell’autore, che ne ha autonomamente definito l’impianto, l’argomentazione e il lessico concettuale. Strumenti di intelligenza artificiale sono stati utilizzati esclusivamente come supporto alla revisione linguistica ed editoriale, sotto il diretto controllo dell’autore.
1 T. Reid, «The Midterm Election Outcomes That Could Shape Trump’s Final Two Years», Reuters, 19/10/2026.
[2] United States Congress, One Big Beautiful Bill Act, Public Law 119-21, 4/7/2025; Congressional Budget Office, Estimated Budgetary Effects of Public Law 119-21, 2025.
[3] D. Lawder, «Trump Plans New Statutory Tariffs after Supreme Court Curbs Emergency Levies», Reuters, 21/2/2026.
[4] Mortgage Bankers Association, «Mortgage Applications Decrease in Latest MBA Weekly Survey», 7/10/2026.
[5] The White House, Executive Order 14248, Preserving and Protecting the Integrity of American Elections, 25/3/2025; Executive Order 14399, Ensuring Citizenship Verification and Integrity in Federal Elections, 31/3/2026.
[6] Reuters, «In Loss for Trump, U.S. Supreme Court Won’t Let Postal Service Restrict Mail Ballots», 14/9/2026; Reuters, «Trump’s Mail-in Voting Restrictions Blocked by a Second Judge», 14/9/2026.
[7] Reuters, «Trump’s Voting Restrictions Bill May Fail, but Parts Live On in 23 States», 14/4/2026; Reuters, «Trump Loses 21 Straight Court Battles for State Voter Rolls as Midterms Near», 7/8/2026.
[8] T. Gardner e J. Landay, «Trump Puts Election Security at Center of Republicans’ Midterm Fight», Reuters, 17/7/2026; Office of the Director of National Intelligence, Foreign Threats to the 2020 U.S. Federal Elections, 2021.
[9] AP-NORC Center for Public Affairs Research, «Few Voters See Either the Republican Party or the Democratic Party as Able to Solve Important Problems or Help People Like Them», 3/10/2026.
[10] Pew Research Center, «Americans Continue to View Both the Republican and Democratic Parties Negatively», 1/5/2026.
[11] S. Shepard, «Why Americans Identify as Republicans and Democrats — and Why They Don’t», Pew Research Center, 2/10/2026.
[12] N. Layne e D. Morgan, «Most Republicans in Tight Midterm Races Distance Themselves from Trump, Reuters Review Finds», Reuters, 7/10/2026.
[13] Associated Press, «Obama Is Set to Campaign with Democrats in Ohio and Michigan as He Ramps Up Midterm Efforts», 24/10/2026.
[14] M. Li, P. Miller e M. Buchholz, «How Gerrymandering Tilts the 2024 Race for the House», Brennan Center for Justice, 24/9/2024; E.C. Kamarck e J. Wallner, Anticipating Trouble: Congressional Primaries and Incumbent Behavior, Brookings Institution-R Street Institute, 2018.
[15] Supreme Court of the United States, People Not Politicians v. Onder, n. 26A388, ordinanza di sospensione, settembre 2026.
16 Reuters, «Midterms: Your Questions, Answered», 23/10/2026.
17 The Guardian, «Surging Turnout, with Democrats Voting More: Key Takeaways from Early Voting Data», 23/10/2026.








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