Il fronte interno in frantumi: società, istituzioni e lotta per il potere
1. Prologo: il fronte interno come vero campo di battaglia
Se nella prima parte abbiamo osservato Israele come potenza regionale che utilizza la guerra per modellare il proprio ambiente strategico, la seconda parte entra nel cuore del sistema: il fronte interno. È qui che si decide se il Paese riuscirà a sostenere nel tempo la sua strategia, o se le tensioni sociali, istituzionali e identitarie finiranno per eroderne le fondamenta.
La guerra di Gaza ha agito da acceleratore di dinamiche latenti. Ha imposto un ritorno alla logica dell’emergenza permanente, ma ha anche messo a nudo un dato strutturale: Israele non è una società unitaria che reagisce in modo compatto alle crisi, bensì un mosaico di mondi che interpretano in modo radicalmente diverso il significato della sicurezza, della democrazia, del rapporto con i palestinesi e con l’Occidente.
In superficie, l’attacco del 7 ottobre 2023 ha suscitato una reazione immediata di unità: milioni di persone si sono mobilitate per gli ostaggi, le unità di riserva sono state richiamate, la retorica della “guerra di necessità” ha temporaneamente sospeso alcuni conflitti interni. Ma sotto questa apparente compattezza, le linee di faglia hanno continuato a operare. Il trauma non è stato assorbito da un’unica narrazione condivisa; è stato frammentato in molte memorie parallele, spesso incompatibili tra loro.
Per comprendere davvero Israele oggi, bisogna quindi spostare il focus: non solo su “che cosa vuole fare” sul piano esterno, ma anche su “chi è” al proprio interno. Quali gruppi sociali e ideologici lo compongono, come si distribuiscono il potere e le risorse, e in che modo esercitano il loro potere? Governo, magistratura, media e diaspora partecipano a una lotta sotterranea per definire il senso stesso dello Stato ebraico nel XXI secolo.
È questo intreccio tra guerra esterna e conflitto interno che rende Israele un laboratorio politico unico, ma anche un sistema ad alto rischio: un paese che tenta di proiettare forza all’esterno mentre, al suo interno, la coesione nazionale si logora e l’idea di “noi” diventa sempre più contestata.
2. Uno Stato, molte Israele: la sociologia profonda della frattura interna
Per comprendere la natura del conflitto interno israeliano, è necessario abbandonare l’immagine di uno Stato nazionale omogeneo, coeso attorno a un’identità condivisa e a un unico progetto storico. Israele è, piuttosto, il risultato della sovrapposizione di diverse collettività che utilizzano la stessa lingua ufficiale, riconoscono lo stesso Stato e, in parte, condividono gli stessi simboli, ma non la stessa visione di ciò che quello Stato dovrebbe essere.
Dietro la formula istituzionale di «Stato ebraico e democratico» si nascondono interpretazioni divergenti dei termini «ebraico», «democratico» e «Stato». Sullo sfondo dell’attuale guerra, si confrontano, in modo esplicito o latente, almeno quattro “Israele”: l’Israele laico-repubblicano, l’Israele nazional-religioso, l’Israele haredi-ortodosso e l’Israele arabo-palestinese. Ognuno di questi mondi ha una sociologia specifica, una geografia propria, un rapporto distinto con lo Stato e con la guerra, e una memoria diversa del passato e del futuro del Paese. L’attrito tra questi universi non è un fenomeno recente; accompagna la storia israeliana dal 1948, ma oggi ha raggiunto un’intensità senza precedenti.
Israele laico-repubblicano
L’Israele laico-repubblicano è l’erede diretto della generazione fondatrice e delle sue élite, ma col passare del tempo si è trasformato in una galassia articolata di ceti medi e alti urbani, professionisti qualificati, quadri amministrativi, accademici, tecnici dell’high-tech e segmenti significativi del mondo culturale e mediatico.
Sul piano etnico, per decenni ha mantenuto una netta predominanza ashkenazita: discendenti di ebrei provenienti dall’Europa centro-orientale e occidentale – Polonia, Germania, Ungheria, Romania, Russia zarista e URSS pre-1989, Francia, Regno Unito – cui si sono aggiunte nel tempo ondate migratorie dal Nord America e dall’America Latina. Oggi, tuttavia, questo blocco è molto più ibrido: una quota rilevante degli ebrei di origine nordafricana e mediorientale (mizrahì) – marocchini, tunisini, iracheni, yemeniti, iraniani – è entrata nella classe media urbana e si riconosce nei suoi stili di vita, nei modelli di consumo e nei riferimenti culturali marcatamente laici e globalizzati.
Il blocco laico-repubblicano – che riunisce la maggioranza degli ebrei laici e una parte consistente dei sionisti “tradizionali moderati” – rappresenta circa il 40% della popolazione. Questo, includendo una quota residuale, di pochi punti percentuali, composta da piccoli gruppi né arabi né ebrei – immigrati dall’ex URSS, lavoratori stranieri, minoranze religiose – che, sul piano socio-culturale, tendono a gravitare attorno a questo stesso polo.
Sul versante valoriale, esso combina l’eredità del sionismo storico — centralità dello Stato, difesa della sicurezza nazionale, legame con la diaspora — con una forte impronta liberale e cosmopolita: primato dello Stato di diritto, relativa separazione tra religione e politica, apertura verso l’Occidente e attenzione ai diritti individuali.
Geograficamente, l’Israele laico-repubblicano si concentra nelle grandi città costiere – Tel Aviv e la sua area metropolitana, Haifa e in parte di Gerusalemme Ovest – oltre che in alcuni centri urbani interni, dove si addensano servizi avanzati e istituzioni universitarie.
Dal punto di vista socioeconomico, è il blocco che detiene una quota decisiva del capitale economico, culturale e istituzionale del Paese: occupa i vertici dell’alta amministrazione, guida le grandi imprese e le startup tecnologiche, controlla i media principali e domina una vasta parte del sistema accademico.
I suoi riferimenti culturali sono per lo più secolari e globalizzati; l’immaginario identitario ruota attorno all’idea di una “normalizzazione” di Israele quale democrazia occidentale avanzata.
Al tempo stesso, questo mondo vive un crescente senso di assedio interno: percepisce l’espansione del blocco nazional-religioso e degli Haredi come una minaccia alla natura liberale dello Stato e guarda con inquietudine alla deriva illiberale degli ultimi governi di Netanyahu, in particolare ai tentativi di limitare l’autonomia del potere giudiziario.
La guerra di Gaza accentua tale ambivalenza: da un lato, la percezione di vulnerabilità spinge a serrare i ranghi; dall’altro, la consapevolezza del costo morale e politico di un conflitto prolungato alimenta interrogativi profondi sulla direzione verso cui il Paese viene trascinato.
Israele nazional-religioso
Accanto all’universo laico-repubblicano si è consolidato un Israele nazional-religioso che incarna la trasformazione del sionismo religioso classico in un progetto identitario rigido, incentrato sull’idea di una missione storica del popolo ebraico sulla terra di Israele.
Questo mondo intreccia religiosità, nazionalismo etnico e una marcata etica del sacrificio collettivo. I riferimenti biblici e messianici si combinano con un linguaggio securitario e geopolitico: la colonizzazione della Giudea e della Samaria non viene presentata soltanto come una questione di sicurezza, ma come la concretizzazione di una promessa ancestrale.
Sul piano etnico si tratta di un universo misto, ma sempre più segnato dal peso degli ebrei mizrahi provenienti da Paesi arabi e musulmani, che hanno trovato nell’orizzonte nazional-religioso una via di riconoscimento di fronte al predominio storico delle élite askenazite. Storicamente, il nucleo originario del sionismo religioso era in prevalenza askenazita, frutto delle accademie rabbiniche e dei movimenti giovanili dell’Europa orientale e centrale; con il tempo, tuttavia, il campo nazional-religioso ha assorbito in modo massiccio strati di popolazione provenienti dai quartieri popolari mizrahi delle grandi città e dalle “development towns” della periferia (discendenti di immigrati dal Marocco, Tunisia, Libia, Iraq, Yemen, Iran). A questo si sono aggiunte nuove ondate di immigrazione religiosa dall’Europa occidentale, soprattutto dalla Francia, che hanno rafforzato il segmento ideologicamente più radicale insediato in Cisgiordania.
L’Israele nazional-religioso è composto dai coloni, dai rabbinati militari, dalle scuole religiose nazionaliste e da un elettorato di destra sempre più ideologizzato. Le sue scuole formano generazioni di quadri ideologici e ufficiali dell’esercito, convinti di guidare una battaglia per il riscatto territoriale e spirituale del popolo ebraico. In questo universo, lo Stato non è più soltanto uno strumento di sicurezza, ma un veicolo di redenzione nazionale e religiosa; la guerra e l’occupazione diventano spesso strumenti per realizzare un destino percepito come collettivo.
È un mondo caratterizzato da famiglie numerose, da alti tassi di natalità, da un forte radicamento nelle colonie e in alcune città “miste” o periferiche, e da una crescente capacità di proiezione politica nelle istituzioni.
Questo blocco si distribuisce geograficamente negli insediamenti della Cisgiordania, in specifici quartieri di Gerusalemme e in località dell’interno, dove la combinazione tra religiosità, identità nazionale e militarizzazione risulta particolarmente intensa. In termini numerici, in senso lato, comprende circa un quinto degli ebrei israeliani – il 20% della popolazione totale – se si considerano non solo i praticanti rigorosi, ma anche coloro che si identificano culturalmente e politicamente con il sionismo nazional-religioso.
Il suo rapporto con lo Stato è ambivalente: da un lato, aspira a controllarlo per orientarlo verso un progetto esplicitamente ebraico, più che “ebraico e democratico”; dall’altro, è pronto a mettere in discussione le istituzioni quando si sente tradito, come è accaduto dopo gli Accordi di Oslo o il ritiro da Gaza del 2005. Per questo Israele, la guerra attuale conferma la correttezza della propria lettura: ogni concessione territoriale è interpretata come debolezza e ogni critica interna come mancanza di lealtà.
Israele haredi-ortodosso
L’Israele haredi-ortodosso vive secondo logiche proprie e segue una dinamica demografica diversa da quella del resto del Paese. Si caratterizza per tassi di natalità molto elevati, una forte coesione comunitaria, la centralità delle istituzioni religiose (yeshivot, sinagoghe, corti rabbiniche) e un rapporto con lo Stato improntato alla negoziazione e allo scambio. A differenza dell’Israele nazional-religioso, che aspira a governare lo Stato, il mondo haredi punta soprattutto a preservare la propria autonomia normativa e il proprio stile di vita, assicurandosi al contempo di disporre di risorse pubbliche per sostenere le proprie reti educative e assistenziali.
Oggi gli Haredim rappresentano circa il 15% della popolazione totale, ma la loro incidenza è molto più alta tra i bambini e gli adolescenti. La crescita del gruppo è trainata da tassi di fertilità intorno ai 6 figli per donna, contro i 2-4 degli altri gruppi della popolazione.
Anche qui la composizione etnica è mista, ma fortemente polarizzata. Da un lato esistono grandi correnti haredi ashkenazite, di tradizione lituana e chassidica, con radici nell’Europa centro-orientale (Polonia, Lituania, Ungheria, Galizia, etc.), concentrate soprattutto a Gerusalemme e Bnei Brak; dall’altro, correnti sefardite/mizrahi legate al mondo nordafricano e mediorientale (Marocco, Iraq, Yemen, Siria, Persia), organizzate attorno a proprie reti rabbiniche e strutture politiche, rappresentate in primo luogo dal movimento Shas. Queste differenze si traducono in partiti distinti, leadership rabbiniche separate e culture comunitarie che non sempre sono compatibili tra loro.
L’equilibrio tra queste due famiglie è in piena trasformazione: alla storica preminenza ashkenazita si affianca una presenza sefardita sempre più significativa, in parte canalizzata attraverso strumenti politici specifici. Ne risulta un universo internamente plurale, ma tenuto insieme da forti tassi di endogamia, da sistemi educativi separati e dall’uso di lingue e codici culturali propri (ebraico rabbinico, yiddish, tradizioni sefardite).
Il legame di questo mondo con lo Stato è contrattuale e ambivalente. Dipende in larga misura dai finanziamenti pubblici, soprattutto nei settori dell’istruzione e del welfare, e, in cambio, offre sostegno parlamentare ai governi che tutelano i suoi interessi (bilanci, esenzioni dal servizio militare, mantenimento dello status quo religioso). Allo stesso tempo, non si riconosce pienamente nello Stato sionista, rifiuta molti aspetti della modernità e mantiene un elevato grado di separazione culturale rispetto al resto della società israeliana. Una parte delle élite haredi guarda con sospetto la società laica e teme che l’integrazione economica e culturale eroda le basi del proprio modo di vivere.
La guerra acuisce queste tensioni: la pressione per estendere la leva militare agli haredim rende ancora più urgente la domanda su chi paghi realmente il prezzo umano della sicurezza nazionale e se, alla luce del loro crescente peso demografico, il modello israeliano resterà sostenibile dal punto di vista economico e istituzionale.
Israele arabo-palestinese
Per ultimo, vi è l’Israele arabo-palestinese, che rappresenta circa un quinto della popolazione totale. Si tratta principalmente di cittadini palestinesi con nazionalità israeliana — musulmani, cristiani e drusi — che vivono entro i confini del 1948 e partecipano, in misura diversa, alla vita politica, economica e sociale del Paese. La grande maggioranza è composta da musulmani sunniti; accanto a loro esiste una minoranza drusa con uno statuto specifico e un più alto grado di integrazione nelle forze armate, oltre a piccoli gruppi circassi e altre presenze minoritarie.
Dal punto di vista etnico, l’Israele arabo è costituito quasi interamente da arabi palestinesi, organizzati in diversi sottogruppi regionali: i palestinesi della Galilea e del cosiddetto “Triangolo” a est di Tel Aviv, le popolazioni beduine del Negev, gli abitanti di Gerusalemme Est — il cui status oscilla tra residenza permanente e cittadinanza — e i drusi dei villaggi del Carmelo, della Galilea e del Golan, le cui traiettorie politico-militari si distinguono anche per la coscrizione obbligatoria nelle forze armate.
La loro memoria storica è segnata dalla Nakba, dalla discriminazione strutturale nell’accesso alla terra, all’abitazione e alle risorse, e da decenni di sfiducia reciproca nei confronti dell’establishment ebraico. La comunità drusa costituisce un’eccezione parziale: mantiene un’identità specifica, strettamente legata al servizio militare obbligatorio e a un livello di integrazione istituzionale più elevato rispetto al resto della popolazione araba.
L’Israele arabo vive una condizione strutturalmente ibrida: fa formalmente parte del demos israeliano — vota, ha rappresentanti alla Knesset, partecipa all’economia — ma, allo stesso tempo, si percepisce ed è percepito come “altro”, un elemento liminale la cui lealtà non è mai del tutto garantita. Questa ambivalenza si riflette in una rappresentanza politica frammentata, in una profonda diffidenza verso le istituzioni e in una tensione costante tra integrazione, protesta e, in alcuni settori, aperta disaffezione.
Nella pratica, l’Israele arabo è spesso ai margini dei centri decisionali e penalizzato nell’accesso alle risorse: infrastrutture, servizi, sicurezza, pianificazione urbanistica. La guerra di Gaza e la questione palestinese vengono vissute con un livello di coinvolgimento emotivo e identitario inevitabilmente diverso da quello della popolazione ebraica, il che fa di questo universo, nel contesto del conflitto, un termometro della legittimità interna dello Stato, un possibile ponte verso il mondo palestinese e arabo e un potenziale punto di frattura interno.
Considerazioni finali
Questi quattro Israele non sono compartimenti stagni; si sovrappongono, interagiscono e si contaminano. Esistono ebrei mizrahi laici nelle élite economiche, giovani ashkenaziti religiosi nelle colonie, arabi integrati nei circuiti universitari e high-tech, haredim che entrano gradualmente nel mercato del lavoro globale. Ma funzionano comunque come poli identitari attorno ai quali si organizzano i media, i partiti, le istituzioni educative, le associazioni civiche e le reti di potere locali e nazionali.
La crisi attuale non è altro che la manifestazione politica di profonde divisioni sociologiche: il segno che non esiste più un consenso implicito su che cosa significhi “essere Israele”. Le percentuali e le provenienze etniche non spiegano tutto, ma indicano una tendenza chiara: una società in cui nessun blocco è egemone da solo, in cui i mondi crescono a velocità diverse e in cui ogni decisione strategica – dalla guerra alla riforma della giustizia, dalla politica economica alla questione palestinese – è il prodotto di una negoziazione permanente tra queste quattro Israele in competizione.
3. Il sistema politico sotto stress: istituzioni, potere esecutivo e crisi di legittimità
La frattura tra i diversi “Israele” si traduce direttamente in una crisi del sistema politico e istituzionale. Il cuore del problema non è solo la debolezza di questo o quel governo, ma la difficoltà di triangolazione tra i tre pilastri dello Stato – Knesset, esecutivo e potere giudiziario – nel produrre decisioni percepite come legittime da una società sempre più segmentata.
A questo si aggiunge una specificità strutturale di Israele: l’assenza di una vera costituzione scritta e rigida. Il sistema si regge su un mosaico di Leggi Fondamentali approvate in momenti diversi, con maggioranze variabili, che insieme costituiscono una sorta di “costituzione in divenire”. Non esiste un testo unico che definisca in modo vincolante i rapporti tra i poteri, i diritti fondamentali e la natura stessa dello Stato. Ne risulta un ordine costituzionale fluido, in cui maggioranze parlamentari relativamente ristrette possono incidere profondamente sull’equilibrio dei poteri, e in cui la controversia non riguarda soltanto la distribuzione del potere tra le quattro Israele, ma anche la domanda più generale su che tipo di Stato Israele debba essere: una democrazia liberale con forti garanzie individuali, o uno Stato etno-nazionale in cui la maggioranza politica del momento può ridisegnare le regole del gioco.
La Knesset, in teoria, è il centro della sovranità popolare. Nella pratica, la combinazione di rappresentanza proporzionale pura, di una soglia di sbarramento relativamente bassa e di una forte frammentazione sociologica ha generato un Parlamento composto da una costellazione di piccoli partiti settoriali. Ognuno porta con sé un pezzo di uno delle “quattro Israele”: liste haredi che rappresentano quasi esclusivamente interessi comunitari; partiti nazional-religiosi che parlano soprattutto ai coloni e ai mondi ideologizzati della destra; partiti arabi divisi tra opzioni più integrate e posizioni di protesta; forze centriste e laico-repubblicane che tentano, con fatica, di tenere insieme ceti medi urbani, élite economiche e segmenti periferici. La Knesset, invece di funzionare come luogo di composizione dell’interesse generale, tende a riflettere, in modo quasi speculare, la frammentazione del paese.
Da questa frammentazione discende la natura strutturalmente precaria dei governi. La dipendenza da coalizioni eterogenee conferisce a ogni piccolo partito un potere di ricatto sproporzionato e spinge gli esecutivi a cercare stabilità non tanto nel consenso diffuso, quanto nella blindatura dei propri blocchi sociali di riferimento. La figura di Benjamin Netanyahu incarna questa traiettoria. Da leader pragmatico negli anni Novanta e Duemila, si è progressivamente trasformato nel fulcro di una coalizione che tiene insieme nazional-religiosi, ultra-ortodossi, destra securitaria e segmenti dell’elettorato periferico, socio-economicamente fragili. La sua lunga permanenza al potere ha accentuato la personalizzazione della politica: ogni crisi diventa un referendum implicito sulla sua leadership, e la sopravvivenza del governo è spesso percepita come una condizione di sopravvivenza personale del premier.
In questo contesto si colloca il ruolo della Corte Suprema e, più in generale, del potere giudiziario. Per decenni, in assenza di una vera costituzione e con un Parlamento dominato da maggioranze variabili, la Corte ha funzionato come principale contrappeso istituzionale all’esecutivo e alla Knesset, assumendo un ruolo quasi costituente nell’interpretare le Leggi Fondamentali. Per l’Israele laico-liberale, essa è stata l’ultimo presidio di un’idea di Stato di diritto compatibile con i parametri occidentali; per buona parte della destra nazional-religiosa e degli haredim, al contrario, è apparsa come una roccaforte elitaria, espressione di un establishment ashkenazita e secolarizzato che ostacolava la “vera volontà del popolo”.
La controversa riforma della giustizia ha rappresentato il punto di massima tensione in questa triangolazione. Nel tentativo di limitare i poteri della Corte Suprema, restringerne la possibilità di annullare leggi e di intervenire sulle nomine, la coalizione di Netanyahu ha aperto un fronte di scontro che non è solo giuridico, ma anche identitario: per alcuni, un’operazione di riequilibrio democratico; per altri, un attacco diretto all’idea stessa di separazione dei poteri. Le gigantesche manifestazioni che hanno attraversato il Paese prima del 7 ottobre sono state l’espressione più chiara di una parte di Israele che percepisce la politicizzazione dell’esecutivo e l’assedio alla magistratura come una minaccia per il patto fondativo.
La guerra di Gaza ha temporaneamente congelato lo scontro, ma non lo ha risolto. Lo “stato di emergenza” ha permesso al governo di ampliare i poteri dell’esecutivo, controllare l’informazione, limitare le proteste e ricompattare momentaneamente la Knesset intorno alla retorica dell’unità nazionale. Tuttavia, le critiche sulla gestione dell’intelligence prima del 7 ottobre, sulle responsabilità politiche per il collasso della deterrenza e sulla conduzione del conflitto riaffiorano con frequenza. La fiducia nelle élite politiche è erosa sia a destra sia a sinistra, e l’immagine di una classe dirigente più impegnata a sopravvivere che a riformare il sistema si è consolidata.
In parallelo, la tradizionale centralità dei partiti storici si è indebolita. Movimenti di protesta spontanei, organizzazioni civiche e leader informali – soprattutto nell’universo tecnologico e accademico – svolgono un ruolo crescente nella definizione dell’agenda pubblica. La politica istituzionale fatica a canalizzare questo disagio: la distanza tra la Knesset, il governo e ampi segmenti della società si allarga, alimentando forme di delegittimazione reciproca che, in un contesto di guerra prolungata, possono diventare esplosive. Il risultato è un sistema in cui i tre poteri non si bilanciano più in modo virtuoso, ma si fronteggiano in un gioco a somma quasi zero, in cui ciascuno cerca di difendere il proprio spazio di manovra a scapito degli altri.
4. L’esercito come specchio della nazione: crisi della deterrenza, fratture interne e ridefinizione del potere militare
L’esercito israeliano è da sempre il principale luogo di socializzazione nazionale: l’istituzione in cui, per generazioni, ebrei di origini diverse hanno condiviso esperienze, rischi e reti di relazione. Accanto all’IDF, i servizi di sicurezza interni ed esterni – Shin Bet e Mossad – hanno costituito l’altra colonna portante di Israele, quella parte dello Stato che si occupa di gestire minacce, terrorismo, guerre e operazioni clandestine. Per questo, la crisi di questi apparati non è solo una questione tecnico-militare, ma anche un indicatore della crisi della nazione.
Il 7 ottobre ha rappresentato una rottura senza precedenti nella percezione della deterrenza. La capacità di Hamas di penetrare nel territorio israeliano, aggirare barriere fisiche e tecnologiche, colpire basi militari e kibbutz ha profondamente incrinato l’immagine di invulnerabilità costruita negli anni. Non si è trattato solo di un fallimento dell’intelligence, ma di un’illusione collettiva: l’idea che la superiorità tecnologica, i sistemi di sorveglianza, le barriere elettroniche e il controllo capillare remoto sulla popolazione di Gaza potessero sostituire la vigilanza costante, la corretta lettura dei segnali e la presenza umana sul terreno.
All’interno dell’esercito, la guerra ha accentuato le fratture preesistenti. Le unità di riserva, dove è forte la presenza di ceti medi urbani vicini all’universo laico-repubblicano, hanno più volte espresso il disagio per l’uso politico del conflitto e per la prospettiva di una guerra senza un chiaro sbocco politico. Al contrario, in alcune unità legate ai coloni e ai mondi nazional-religiosi, la guerra è stata letta anche come un’occasione per consolidare il controllo sui territori contesi e per spingere verso una linea ancora più dura nei confronti dei palestinesi. L’IDF non è più soltanto “l’esercito di tutti”, ma al suo interno riflette la polarizzazione della società.
La stessa relazione tra esercito e governo si è complicata. I vertici militari, consapevoli dei limiti strutturali dell’uso della forza e dei rischi di logoramento internazionale, hanno talvolta mostrato maggiore prudenza rispetto a una leadership politica interessata a prolungare l’operazione per ragioni interne. Le dimissioni o licenziamenti, il rifiuto di intraprendere missioni, le fughe di notizie, le dichiarazioni anonime alla stampa e le tensioni sulle responsabilità del fallimento difensivo del 7 ottobre sono segnali di una fiducia reciproca non più scontata: lo “stato profondo” militare e di sicurezza non appare più compatto nella difesa dell’esecutivo, né l’esecutivo si sente completamente garantito dal sostegno incondizionato dei generali.
In questo quadro si colloca il ruolo del Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, incaricato del controterrorismo, del controllo sulle popolazioni palestinesi sotto occupazione e della prevenzione di attentati e infiltrazioni. Per anni, il Shin Bet è stato rappresentato come la struttura che “sa tutto” sui territori, sui movimenti islamisti e sulle reti clandestine. Il 7 ottobre ha incrinato anche questa immagine: la mancata lettura dei segnali premonitori, la sottovalutazione delle capacità di Hamas e la fiducia eccessiva nel dispositivo di recinzione intorno a Gaza hanno messo in discussione la capacità del servizio di vedere oltre gli schemi consolidati. Allo stesso tempo, il Shin Bet si trova stretto tra esigenze diverse: garantire la sicurezza interna, gestire un sistema di controllo capillare che comporta costi morali e politici crescenti, e muoversi in un ambiente politico in cui la definizione di “nemico interno” è sempre più contesa, includendo a tratti anche oppositori israeliani, attivisti o minoranze arabe.
Il Mossad, servizio di intelligence esterno, occupa una posizione particolare nell’immaginario nazionale. Le operazioni clandestine all’estero – dall’epoca di Eichmann agli assassinii mirati di scienziati iraniani, fino alle campagne di sabotaggio contro i programmi nucleari e le infrastrutture nemiche – hanno alimentato la fama di efficienza e audacia dell’organizzazione. Rispetto a IDF e Shin Bet, il Mossad è percepito come meno esposto al conflitto interno quotidiano: lavora in un orizzonte più ampio, si interfaccia con servizi di intelligence stranieri, agisce su dossier strategici come l’Iran, la normalizzazione con gli Stati arabi e la sorveglianza delle diaspore ostili. Tuttavia, anche per il Mossad, la guerra di Gaza e il deterioramento dell’ambiente regionale rappresentano una sfida: la necessità di tenere sotto controllo una molteplicità di teatri – Libano, Siria, Iran, Iraq, Yemen, spazio cibernetico – con risorse finite e sotto il peso di decisioni politiche che talvolta ignorano i limiti operativi.
Nel complesso, l’insieme di IDF, Shin Bet e Mossad – il “complesso securitario” israeliano – è chiamato a svolgere un compito quasi impossibile: garantire la sicurezza di uno Stato piccolo, privo di profondità strategica, circondato da nemici reali e potenziali, impegnato in un conflitto pluridecennale con i palestinesi e allo stesso tempo sottoposto allo scrutinio costante dei media globali e dei tribunali internazionali. Più il conflitto si prolunga, più diventa difficile mantenere la percezione di legittimità, sia interna sia internazionale, soprattutto in una società già polarizzata e in un mondo in cui l’uso della forza è sempre più contestato.
La crisi della deterrenza del 7 ottobre, le tensioni tra apparati di sicurezza e governo, la politicizzazione di una parte dell’IDF, le domande crescenti sulla condotta del Shin Bet nei territori e sulle operazioni del Mossad all’estero mostrano che anche il cuore più solido dello Stato israeliano è entrato in una fase di messa in discussione. Laddove per decenni l’esercito e i servizi erano percepiti come l’“assicurazione” ultima dell’esistenza collettiva, oggi diventano anche lo spazio in cui si riflettono e si amplificano le fratture e le incertezze di un Paese che non riesce più a separare nettamente la guerra esterna dal proprio conflitto interno.
5. Economia di guerra, disuguaglianze e sostenibilità del modello israeliano
Israele viene spesso descritto come una “start-up nation” e la narrativa di un’economia dinamica, innovativa e connessa ai flussi globali ha alimentato per anni l’immagine di un modello di successo. Tuttavia, sotto questa superficie si nascondono fragilità strutturali che la guerra ha reso molto più visibili. La combinazione di conflitto prolungato, polarizzazione interna e transizione tecnologica solleva una domanda scomoda: fino a che punto il modello israeliano è realmente sostenibile quando l’economia è costretta a funzionare in regime di guerra quasi permanente?
Il primo elemento è il costo diretto del conflitto. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti sottrae manodopera qualificata al tessuto produttivo, interrompe attività in settori chiave — dall’alta tecnologia al turismo, passando per i servizi avanzati e il commercio — e sposta una quota crescente del bilancio verso la spesa militare. La distruzione di infrastrutture, la perdita di giornate lavorative, l’aumento dei costi di sicurezza e la necessità di sostenere comunità evacuate o colpite dal conflitto per lunghi periodi gravano sui conti pubblici e sull’economia reale, drenando risorse da altri ambiti, dalla sanità all’istruzione, e alimentando tensioni sociali.
Il secondo elemento è la distribuzione profondamente diseguale dei costi e dei benefici del modello. La prosperità della “start-up nation” si concentra in alcuni settori e in determinate aree geografiche — l’asse Tel Aviv–Haifa, i distretti dell’alta tecnologia, i quartieri benestanti — mentre le periferie sociali, Israele arabo, parti del Negev e della Galilea e ampi strati delle classi popolari ebraiche sopportano in modo sproporzionato il peso della guerra e dell’austerità selettiva: precarietà lavorativa, salari bassi, aumento del costo della vita, riduzione dei servizi pubblici. La retorica della coesione nazionale contrasta con una realtà in cui il conto del conflitto non viene ripartito in modo omogeneo.
La guerra accelera, inoltre, la fuga di capitali e di competenze. Una parte degli investitori internazionali rinvia progetti o li trasferisce in altri poli tecnologici; alcuni imprenditori e professionisti altamente qualificati sfruttano la possibilità di lavorare a distanza per delocalizzarsi, almeno temporaneamente, verso contesti percepiti come più stabili. Questo fenomeno erode uno dei principali asset del modello israeliano: la capacità di attrarre talento e capitali, di innovare rapidamente e di rimanere integrati nelle reti globali di produzione e ricerca. Nel lungo periodo, un’economia avanzata che perde una parte del proprio capitale umano rischia di indebolire lo stesso fondamento del suo potere tecnologico-militare.
Infine, la sostenibilità del modello è messa in discussione dalla combinazione di spesa militare strutturalmente elevata, invecchiamento relativo di alcuni segmenti della popolazione attiva, pressione demografica di gruppi con bassa partecipazione al mercato del lavoro — in particolare nel mondo haredi —, disuguaglianze interne e un contesto internazionale segnato da una competizione più dura, cicli di crisi e una crescita globale più incerta. Ciò che per anni è apparso come una formula virtuosa — alta tecnologia, integrazione finanziaria, appoggio statunitense — rischia di trasformarsi in una trappola: un paese costretto a investire crescenti risorse in sicurezza e controllo, mentre la sua coesione sociale si erode e la sua base economica diventa più vulnerabile agli shock esterni.
In questa prospettiva, l’economia non è semplicemente lo sfondo del conflitto: è una delle arene in cui si decide se Israele riuscirà a sostenere, nel tempo, il costo di una strategia basata sull’occupazione permanente, sull’iper-militarizzazione e sulla dipendenza da un sostegno esterno.
6. Media, opinione pubblica e battaglia narrativa: la guerra come costruzione simbolica
In Israele, la guerra non si combatte solo con carri armati, droni, missili e operazioni coperte. Si combatte anche con parole, immagini e racconti che definiscono chi ha ragione e chi sbaglia, chi è vittima e chi carnefice, quale futuro sia immaginabile. Il campo di battaglia simbolico attraversa quotidiani, canali televisivi, social network e piattaforme digitali; è lì che si decide come verrà interpretato il 7 ottobre, come verrà incastonata la devastazione di Gaza nella memoria collettiva e quale tipo di legittimità si riconosce — o si nega — all’uso della forza.
Il primo elemento è la crescente distanza tra i media “storici” — i grandi quotidiani, la televisione pubblica e i principali canali privati — e l’ecosistema dei nuovi media segmentati: siti di nicchia, canali su Telegram e WhatsApp, influencer politici, media comunitari, religiosi o settoriali. Ciascuno dei “quattro Israele” tende a informarsi attraverso il proprio filtro mediatico, confermando le proprie percezioni e paure. Il risultato è che non esiste più una narrativa nazionale condivisa: nessun racconto dei fatti riesce a imporsi come versione dominante in tutto il Paese.
Parallelamente, la guerra ha accelerato la segmentazione del pubblico. L’Israele laico-repubblicano continua a consumare soprattutto la stampa generalista, i canali commerciali e i media internazionali; l’Israele nazional-religioso si nutre di reti di coloni, rabbini influenti e media ideologici; l’universo haredi dispone di un proprio sistema di giornali, radio e bollettini comunitari; l’Israele arabo combina i media israeliani in ebraico e in arabo con emittenti satellitari regionali. Ognuno di questi mondi riceve immagini diverse della guerra, mette in risalto vittime diverse e attribuisce significato a episodi che, per gli altri, spesso passano quasi inosservati. Così, gli israeliani vivono conflitti paralleli più che un’unica guerra condivisa.
La comunicazione governativa cerca di mantenere uniti questi mondi disparati attraverso una narrazione centralizzata che insiste sulla necessità della guerra, sull’unità del fronte interno e sulla piena legittimità della risposta israeliana. Tuttavia, lo spazio in cui questa narrazione continua a essere credibile si restringe sempre di più: tra le famiglie delle vittime del 7 ottobre, i riservisti di ritorno dal fronte e coloro che osservano con inquietudine la distruzione di Gaza, il margine per accettare senza riserve il racconto ufficiale è molto limitato. La battaglia narrativa diventa così un terreno di disputa interna permanente, in cui il rischio non è solo quello di perdere l’immagine all’estero, ma anche quello di approfondire una polarizzazione interna che rende sempre più difficile ricostruire un “noi” comune dopo la guerra.
Questa battaglia mediatica, di conseguenza, non è un elemento secondario: è uno degli scenari in cui si gioca il futuro politico del Paese. La capacità o l’incapacità di elaborare un racconto condiviso della guerra, dei suoi errori e delle sue conseguenze influenzerà la possibilità di ricostruire una minima coesione interna o, al contrario, di sprofondare in una polarizzazione irreversibile.
7. Trauma, memoria e identità: il peso psicologico del 7 ottobre e la trasformazione della società israeliana
Nessun avvenimento, dopo la guerra del 1973 e l’assassinio di Rabin nel 1995, ha inciso così profondamente nella coscienza collettiva israeliana quanto il 7 ottobre 2023. La combinazione di massacri di civili, sequestri, violenza sessuale, panico generalizzato e sensazione di abbandono da parte dello Stato ha generato un trauma che trascende la dimensione militare.
Il primo effetto è stato la rottura di un patto implicito tra i cittadini e l’apparato di sicurezza: l’idea che lo Stato fosse in grado di garantire, anche in un contesto ostile, un minimo di protezione al proprio popolo. Le immagini di intere comunità rurali lasciate sole per ore, mentre le unità militari tardavano a intervenire, hanno incrinato la fiducia di una parte della popolazione nella capacità dello Stato di assolvere alla sua funzione primaria.
Tuttavia, il trauma ha avuto effetti diversi sulle quattro Israele. Per l’Israele laico-repubblicano, il 7 ottobre è diventato la prova del carattere temerario delle decisioni della dirigenza, accusata di aver trascurato la sicurezza per perseguire obiettivi ideologici. Per l’Israele nazional-religioso, il trauma viene spesso letto attraverso un filtro teologico e securitario: conferma che “non c’è un interlocutore” dall’altra parte e che l’unica risposta possibile è la forza. Nell’Israele haredi, l’evento viene interpretato all’interno di narrazioni religiose proprie come un castigo, con un rapporto più distaccato rispetto alla dimensione territoriale del conflitto. Per l’Israele arabo, infine, il 7 ottobre rappresenta una frattura estremamente delicata: molti arabi israeliani condividono l’orrore per i massacri, ma allo stesso tempo si sentono solidali con la sofferenza dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
La gestione della memoria del 7 ottobre è diventata un terreno di confronto. Monumenti, cerimonie, programmi scolastici, documentari, inchieste giudiziarie: ogni elemento può essere orientato verso letture opposte — la narrazione della “guerra giusta”, quella dell’“errore politico”, quella della “vendetta necessaria”, quella del “fallimento morale”. In una società già segmentata, la memoria rischia di consolidare identità contrapposte anziché generare una riflessione condivisa.
Nel lungo periodo, la trasformazione più profonda riguarda l’identità. Una società che per decenni ha coltivato l’immagine di sé come “fortezza resiliente” si trova ora costretta a confrontarsi con la propria vulnerabilità. La domanda che emerge non è solo come difendersi meglio, ma anche cosa significhi vivere in uno Stato che, pur essendo molto forte militarmente, non è riuscito a impedire il massacro di civili ebrei più grave dai tempi della Shoah.
8. Diaspora, percezione globale e nuove pressioni internazionali: Israele di fronte a un mondo che cambia
La guerra del 2023–2025 non solo ha trasformato Israele dall’interno, ma ha anche cambiato il modo in cui il Paese è percepito dalla diaspora e dal sistema internazionale. Il conflitto non viene più interpretato unicamente attraverso le chiavi tradizionali della sicurezza e della “lotta al terrorismo”, ma si inserisce in un contesto globale diverso, segnato dalla competizione tra le potenze, dalla crisi dell’ordine liberale e da una sensibilità molto più acuta di fronte alle violazioni dei diritti umani.
Nella diaspora ebraica, soprattutto negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, la guerra ha acuito fratture generazionali e politiche già visibili. Una parte del mondo ebraico organizzato continua a interpretare il conflitto quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza israeliana e della memoria della Shoah; altri settori — soprattutto giovani, universitari, intellettuali e attivisti — si mostrano sempre più a disagio di fronte alle immagini di distruzione a Gaza e alle accuse di crimini di guerra. Questa tensione attraversa famiglie, comunità e organizzazioni e alimenta un dibattito intenso su cosa significhi oggi “sostenere Israele” e su dove si collochi il confine tra difesa legittima e violenza sproporzionata.
Questa frattura ha conseguenze politiche e culturali. Organizzazioni storicamente collocate nel campo sionista-liberale si trovano sotto pressione da una base più giovane e critica; alcune élite culturali e accademiche, che per lungo tempo avevano mantenuto un sostegno quasi automatico allo Stato ebraico, oggi esprimono posizioni più sfumate o apertamente distanziate. Nelle università, nei media e negli spazi culturali occidentali, l’allineamento con Israele non è più un riflesso quasi garantito, e questa evoluzione è motivo di preoccupazione per le élite israeliane, che vedono in pericolo uno dei loro asset strategici: l’appoggio quasi incondizionato di una parte rilevante dell’opinione pubblica e delle élite occidentali.
Sul piano globale, la guerra ha accelerato un processo di delegittimazione parziale di Israele in ampie aree del Sud Globale. In Africa, in America Latina, nel mondo arabo-musulmano e in parti dell’Asia, il conflitto viene spesso interpretato come un nuovo capitolo di una storia più ampia di dominio coloniale e di violenza strutturale esercitata dall’Occidente — o da un suo alleato centrale — contro un popolo privato dei propri diritti. La causa palestinese si integra così in un repertorio di lotte anticoloniali e antirazziste e diventa un simbolo di resistenza di fronte a un ordine internazionale percepito come ingiusto e selettivo nell’applicazione delle sue norme e dei suoi principi.
In questo contesto, la dimensione giudiziaria internazionale acquista un peso particolare. Le indagini della Corte penale internazionale, i ricorsi alla Corte internazionale di giustizia, le pressioni per imporre limiti o condizioni alle esportazioni di armi verso Israele, i dibattiti su sanzioni, boicottaggi e decisioni di investimento fanno parte di un nuovo ambiente normativo e politico più ostile. Pur avendo margini di manovra ancora limitati, il solo fatto che Israele — e, per riflesso, i suoi principali alleati — siano oggetto di procedimenti e indagini contribuisce a eroderne il capitale simbolico e ad aumentare i costi reputazionali dell’uso massiccio della forza.
Diaspora, reputazione globale e pressione legale non sono elementi puramente esterni: entrano a pieno titolo nel calcolo strategico israeliano e obbligano la classe dirigente a considerare non solo il rapporto di forze militari e regionali, ma anche l’impatto di ogni decisione sulla legittimità internazionale del Paese. A medio termine, questi fattori contribuiscono a ridefinire tanto il modo in cui Israele percepisce se stesso quanto la maniera in cui viene percepito dal resto del mondo, introducendo una nuova dimensione di vulnerabilità in uno Stato che per decenni si era abituato a pensare la propria forza quasi esclusivamente in termini di hard power.
9. Le quattro Israele e la matrice della frattura interna: convergenza delle crisi e identità nazionale in trasformazione
Dopo aver analizzato i diversi livelli della crisi — sociale, politica, militare, economica, psicologica e internazionale — è possibile tornare ai quattro mondi identitari descritti nel capitolo 2 e chiedersi come si combinano nella fase attuale.
L’Israele laico-repubblicano vive una doppia sensazione. Da un lato, quella di essere ancora indispensabile per il funzionamento dello Stato (nel settore dell’alta tecnologia, nelle istituzioni, nell’esercito); dall’altro, quella di essere espropriato del controllo sul progetto nazionale. La riforma della giustizia, la centralità dei coloni e l’influenza crescente degli haredi alimentano un sentimento di alienazione che la guerra ha sospeso temporaneamente, ma non ha eliminato.
L’Israele nazional-religioso, emerso come attore politico cruciale, interpreta la crisi come conferma della propria visione: il mondo è ostile, i palestinesi sono nemici irriducibili e la soluzione passa per il controllo integrale del territorio e per il rafforzamento dell’identità ebraica. La guerra di Gaza e il confronto con l’Iran e con le milizie filoiraniane vengono letti come tappe di una lunga battaglia più che come emergenze contingenti.
L’Israele haredi, in piena espansione demografica, continua a mantenere un rapporto di tipo contrattuale con lo Stato: sostegno politico in cambio di risorse e autonomia. Tuttavia, la pressione economica e le crescenti critiche per il suo contributo limitato alla difesa e all’economia alimentano risentimenti incrociati. Una parte della società laica percepisce gli haredi come “parassiti”; molti haredi vedono nel resto della società un ambiente ostile alla propria identità.
L’Israele arabo, infine, è forse il segmento più esposto alla tensione tra l’appartenenza formale e l’esclusione sostanziale. La guerra di Gaza rende la sua posizione ancora più difficile: sospettati di “slealtà” da una parte dell’opinione pubblica ebraica e, al tempo stesso, mantenuti ai margini della rappresentanza politica, vivono un doppio vincolo che può tradursi facilmente in radicalizzazione o in ritiro dalla sfera pubblica.
La chiave è che queste fratture non si limitano alla dimensione interna: plasmano direttamente la strategia estera di Israele. Se l’Israele nazional-religioso impone l’agenda, la logica sarà quella della massima espansione territoriale e del minimo di concessioni ai palestinesi; se l’Israele laico-repubblicano riuscirà a riconquistare centralità, potrebbero riaprirsi spazi per compromessi. Nel frattempo, la convergenza delle crisi — istituzionali, militari, economiche e internazionali — rende difficile una gestione puramente tecnocratica delle tensioni.
La matrice della frattura interna è dunque chiara: quattro Israele che condividono lo stesso Stato, ma non la stessa idea di nazione, sono costretti a convivere in un contesto di guerra quasi permanente. Finché non emergerà un nuovo patto interno, qualsiasi strategia estera resterà sospesa su un equilibrio instabile.
10. Una conclusione provvisoria: la crisi interna come specchio della fragilità israeliana
Alla fine di questo percorso, emerge con maggiore chiarezza che la forza di Israele sul piano militare e tecnologico convive con una profonda fragilità interna. La società israeliana non è sul punto di collassare, ma la sua coesione non può più essere data per scontata. Il ciclo di guerre, l’occupazione permanente, la polarizzazione politica e sociale e la pressione internazionale convergono nel mettere alla prova la capacità dello Stato di presentarsi come “casa comune” per tutti i suoi cittadini.
La Parte II ha mostrato come le dinamiche interne — i quattro Israele, l’evoluzione del sistema politico, la trasformazione dell’esercito, l’economia di guerra, la battaglia narrativa, il trauma del 7 ottobre, la frattura con la diaspora e la pressione internazionale — non costituiscano un semplice sfondo della strategia estera, bensì la sua premessa. Senza comprenderle, qualsiasi analisi della politica israeliana rischia di ridursi a una lettura parziale.
Nella Parte III, Israele tornerà a essere osservato “dall’esterno”: come laboratorio del XXI secolo, barometro delle tensioni tra l’ordine liberale e le nuove potenze, nodo della transizione dell’egemonia statunitense. Ma sarà comunque la crisi interna descritta in questa sezione a fornire la chiave per capire quali traiettorie il paese potrà realmente percorrere.







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