Israele nell’ordine che cambia: scenari, rischi e sbocchi possibili
1. Israele come laboratorio del XXI secolo
Guardare Israele solo come un caso particolare del Medio Oriente significa non coglierne la portata più ampia. Nel piccolo spazio tra il Mediterraneo e il Giordano si concentrano, come in una camera di compressione, molte delle tensioni che attraversano il sistema internazionale contemporaneo: il rapporto tra potere militare e legittimità politica, il conflitto tra sovranità nazionale e diritti universali, la competizione tra blocchi geopolitici e la frattura tra élite globalizzate e società polarizzate.
Allo stesso tempo, Israele è una potenza tecno-militare avanzata e una società profondamente divisa; un alleato chiave degli Stati Uniti e un catalizzatore di ostilità nel Sud Globale; una democrazia per una parte dei suoi abitanti e un regime di dominio per milioni di palestinesi privati di diritti politici. In questo intreccio di forze risiede il motivo per cui Israele travalica il “dossier regionale”: diventa lo specchio delle contraddizioni dell’Occidente e il banco di prova delle nuove forme dell’ordine mondiale.
Negli ultimi decenni, Israele ha costruito la propria sicurezza esterna e la prosperità interna sulla combinazione di quattro pilastri: supremazia militare locale, integrazione selettiva nelle economie avanzate, alleanza strategica con Washington e frammentazione sistematica dell’ordine regionale. La guerra di Gaza e la transizione egemonica in corso mettono alla prova questa architettura. Da un lato, la superiorità militare resta intatta; dall’altro, l’insieme dei vincoli politici, economici e normativi che circondano l’uso della forza è cambiato radicalmente.
Il caso israeliano non è dunque soltanto un teatro in cui si mette in scena una controversia nazionale irrisolta; è uno dei luoghi in cui si misura lo stato di salute dell’ordine liberale costruito dopo il 1945. La capacità – o l’incapacità – delle potenze occidentali di limitare l’azione di un alleato così strettamente integrato nel loro sistema di sicurezza dice molto sul loro peso reale, al di là della retorica. Allo stesso modo, le reazioni del Sud Globale alla guerra di Gaza – dal boicottaggio dei prodotti ai voti presso le organizzazioni internazionali – indicano fino a che punto le gerarchie del passato vengano messe in discussione, anche quando non esiste ancora un ordine alternativo pienamente definito.
Israele, in questo senso, è al tempo stesso laboratorio e cartina di tornasole: ciò che accade lì anticipa, amplifica e rende visibili dinamiche che altrove si manifestano in forma più attenuata. Analizzarlo significa osservare, in scala ridotta, l’attrito tra un ordine in declino e un sistema internazionale che non ha ancora raggiunto un nuovo equilibrio.
2. La transizione dell’egemonia americana e il posto di Israele
Dalla guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha ancorato la propria strategia nazionale alla “relazione speciale” con gli Stati Uniti. Washington forniva armi, copertura diplomatica e coordinamento strategico; in cambio, otteneva un alleato affidabile in una regione cruciale per l’energia, le rotte marittime e, via via, per il contenimento dell’Unione Sovietica, dell’Iran rivoluzionario e del jihadismo. Per decenni, l’asimmetria di potere tra gli Stati Uniti e il resto del mondo ha reso questo patto praticamente intoccabile.
Oggi, tuttavia, l’egemonia americana è entrata in una fase di transizione. Gli Stati Uniti restano la principale potenza militare e tecnologica, ma devono distribuire risorse e attenzione su più teatri: l’Indo-Pacifico, l’Europa orientale, il Medio Oriente e la competizione tecnologica e industriale con la Cina. La loro capacità di imporre da soli le regole del gioco è più limitata; la necessità di stabilire priorità è diventata molto più pressante.
La guerra a Gaza ha messo in evidenza questa frizione. Da un lato, gli Stati Uniti restano il garante indispensabile della sicurezza israeliana: forniture militari, scudo diplomatico, deterrenza verso l’Iran e i suoi alleati. Dall’altro, i costi reputazionali di questo sostegno — soprattutto tra i giovani, le minoranze e nel Sud Globale — aumentano rapidamente. Per una quota crescente della società americana, la copertura incondizionata di Israele non è più un assioma, ma un’opzione politica discutibile.
Israele si trova così in una posizione ambivalente. Resta un asset importante per Washington, ma rischia di trasformarsi in una liability se trascina ripetutamente gli Stati Uniti in crisi che erodono la loro legittimità internazionale e deviano risorse dalla competizione con la Cina. Quanto più si approfondisce la polarizzazione interna americana, tanto più la questione israelo-palestinese diventa un campo di battaglia tra fazioni — liberal, progressisti, neoconservatori, nuova destra nazionalista — invece di rimanere un oggetto di consenso bipartisan.
Per Israele, la transizione dell’egemonia statunitense apre una serie di interrogativi strategici: fino a che punto potrà continuare a contare sulla protezione di Washington? In che misura sarà costretto a adattare le proprie decisioni militari e territoriali alla nuova sensibilità di un alleato sottoposto a pressioni interne ed esterne? E che cosa accadrebbe se, in uno scenario di profonda crisi interna o di ripiegamento internazionale, gli Stati Uniti decidessero di ridurre drasticamente il costo politico e finanziario del loro sostegno a Israele?
Nessuna di queste domande ha una risposta immediata. Ma tutte delineano il profilo di un mondo in cui l’“ombrello americano” cessa di essere un dato strutturale indiscutibile e diventa una variabile da riconquistare politicamente, crisi dopo crisi.
3. Israele in un Medio Oriente frammentato: potenze regionali, attori non statali e convergenze paradossali
Parallelamente, il contesto regionale in cui si muove Israele è cambiato in modo radicale. Non siamo più nell’epoca dei blocchi nazionali relativamente compatti — come l’Egitto di Nasser, la Siria di al-Assad e l’Iraq di Saddam — contrapposti al fronte filo-occidentale. Il Medio Oriente contemporaneo è un mosaico di stati fragili, potenze regionali assertive e attori non statali dotati di forza militare, di controllo territoriale e di legittimità ideologica.
Accanto a Israele agiscono la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Egitto, ciascuno con la propria agenda di potenza. La Turchia alterna cooperazione, competizione e conflitto latente con Israele, oscillando tra ambizioni neo-ottomane e calcolo pragmatico; l’Iran utilizza una rete di milizie — Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica, le milizie sciite in Iraq, gli Houthi in Yemen — per proiettare influenza e logorare i propri avversari; le monarchie del Golfo oscillano tra normalizzazione con Israele, rivalità intra-araba e confronto con Teheran. Il Libano resta intrappolato nella presenza di Hezbollah e nella paralisi del suo sistema statale; la Siria è un territorio frammentato e occupato da potenze straniere; l’Iraq vive una sovranità fragile, condizionata da milizie e interferenze esterne.
In questo scenario, Israele non si confronta più soltanto con gli Stati, ma anche con attori ibridi che sfidano le categorie tradizionali del diritto internazionale e della deterrenza: milizie dotate di arsenali missilistici, reti transnazionali di combattenti, organizzazioni politico-religiose con legittimità sociale in ampi segmenti della popolazione. Il confine tra guerra “convenzionale”, insurrezione, terrorismo e criminalità organizzata si fa sfumato; la classica sequenza “guerra tra Stati – pace tra Stati” non basta più a descrivere il quadro.
Per anni Israele ha tratto vantaggio da questa frammentazione: la debolezza delle coalizioni arabe, la competizione tra Stati arabi, il collasso della Siria e dell’Iraq, la dipendenza di molti regimi dalla protezione statunitense — come l’Egitto e la Giordania — e la minaccia iraniana hanno ridotto il rischio di guerre convenzionali su vasta scala. Ma, al tempo stesso, hanno moltiplicato gli scenari di conflitto a bassa intensità, difficili da attribuire e dunque da dissuadere: lanci di razzi, sabotaggi, attacchi cibernetici e azioni di milizie sostenute da terzi.
In un contesto del genere, la vecchia strategia del “rompere i vicini” ed approfittare delle divisioni diventa sempre più ambivalente. Nel breve periodo, limita la comparsa di fronti statali unificati contro Israele; nel medio e lungo periodo, alimenta una regione satura di attori armati, risentimenti accumulati e dinamiche di radicalizzazione che, prima o poi, si tradurranno in nuove minacce.
La posizione israeliana è dunque doppiamente paradossale: beneficia della frammentazione regionale — che rende difficile la formazione di coalizioni statali ostili — ma, allo stesso tempo, è tra gli attori che più soffrono in un ambiente caratterizzato da guerre in rete, milizie transnazionali e conflitti cronici a bassa intensità. La sicurezza israeliana non può più fondarsi unicamente sulla superiorità sugli eserciti regolari; deve confrontarsi con un ecosistema fluido, in cui il controllo del territorio, la gestione delle percezioni e la competizione per la legittimità ideologica contano quanto la forza militare classica. In un simile Medio Oriente, la sicurezza non è mai un dato acquisito, ma un equilibrio dinamico da ricostruire continuamente.
4. La questione palestinese nel dopo-Gaza: da conflitto locale a paradigma globale
Se la Parte I ha mostrato come la guerra di Gaza rappresenti il punto estremo di una lunga sequenza di conflitti, operazioni e “processi di pace” falliti, la fase successiva apre un nuovo scenario: la questione palestinese smette di essere percepita unicamente come un conflitto locale o regionale e diventa un paradigma globale.
Per una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale, soprattutto tra i giovani, la sinistra, i movimenti antirazzisti e i settori critici del Sud del mondo, i palestinesi incarnano la figura di un popolo sottoposto a un regime di occupazione e di disuguaglianza strutturale. Il riferimento non è più soltanto alla guerra o al terrorismo, ma anche all’insieme delle condizioni di vita sotto occupazione: i controlli quotidiani, le restrizioni alla mobilità, la disuguaglianza nell’accesso alle risorse e ai diritti. Le immagini di quartieri distrutti, ospedali colpiti, sfollamenti di massa e bambini uccisi si inscrivono in una grammatica politica che richiama concetti come “colonialismo di insediamento”, “apartheid”, “violenza sistemica” e perfino “genocidio”.
Questa trasformazione produce due conseguenze principali. La prima: la questione palestinese non è più un dossier regionale gestito da diplomatici e apparati di sicurezza, ma un simbolo globale che struttura i dibattiti nei parlamenti, nei movimenti sociali, nelle università, nei media e nelle comunità della diaspora. La seconda: diventa un terreno di polarizzazione tra un campo che insiste sul diritto di Israele a difendersi — anche al prezzo di danni collaterali massicci — e un altro che vede nella guerra di Gaza la prova dell’ipocrisia di un sistema internazionale che si proclama universalista, ma applica le norme in modo selettivo e diseguale.
Per Israele, questo cambiamento rappresenta una sfida di natura qualitativa rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di “vincere la guerra dell’immagine” o di gestire la percezione mediatica; si tratta di affrontare il rischio che la questione palestinese diventi, per molti, il simbolo stesso della crisi di legittimità dell’intero ordine internazionale liberale. L’alleanza con gli Stati Uniti e con buona parte dell’Europa garantisce ancora un ampio margine di manovra diplomatica e militare, ma non basta più a neutralizzare l’effetto cumulativo di proteste, campagne di boicottaggio, iniziative giudiziarie e mutamenti di sensibilità nell’opinione pubblica globale.
Paradossalmente, la forza militare di Israele e la sua capacità di resistere alle pressioni diplomatiche possono produrre, nel lungo periodo, un effetto opposto a quello desiderato: trasformare Israele, agli occhi di molti, da “piccola democrazia assediata” in un paradigma di potere percepito come coloniale, sostenuto da potenze che proclamano valori universalisti ma li applicano in modo selettivo. In questo senso, il dopoguerra a Gaza non si giocherà soltanto ai confini tra Israele e Palestina, ma anche sul terreno — più sottile ma decisivo — delle percezioni globali e della legittimità dell’uso della forza nel XXI secolo.
5. Norme internazionali, diritto di guerra e crisi di legittimità dell’Occidente
La conduzione della guerra a Gaza e le reazioni delle capitali occidentali hanno riportato in primo piano una domanda che attraversa l’intero sistema: a che cosa servono esattamente le norme internazionali sull’uso della forza, il diritto di guerra e, più in generale, l’architettura giuridica dell’ordine liberale, se gli stessi Stati che l’hanno costruita non riescono — o non vogliono — applicarla quando è in gioco un alleato strategico? Per decenni, la retorica occidentale ha promesso un ordine “basato su regole”, nel quale persino i più forti avrebbero accettato di limitare la propria sovranità in nome di un quadro più stabile e più giusto.
Negli ultimi decenni, quella promessa si è progressivamente logorata: interventi umanitari selettivi, guerre preventive, cambi di regime, doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale e l’uso strumentale di commissioni d’inchiesta e tribunali hanno alimentato la percezione che il diritto internazionale non sia un insieme di regole neutrali, ma un linguaggio applicato in modo differenziato a seconda del peso degli attori coinvolti. La guerra di Gaza si inscrive in questa traiettoria: mentre la violazione delle norme da parte di alcuni avversari (per esempio, la Russia in Ucraina) suscita condanne energiche, sanzioni e misure punitive, la condotta di Israele è oggetto di critiche verbali, ma continua a beneficiare di un sostegno politico e militare quasi incondizionato, limitato ad appelli generici alla “proporzionalità” e alla protezione dei civili.
Da un lato, questo processo esercita una pressione crescente su Israele e sui suoi alleati. Proteste di massa, campagne sui campus universitari, ricorsi davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e alla Corte Penale Internazionale, dibattiti sugli embarghi alle armi e decisioni di disinvestimento indicano che una parte del mondo politico, accademico e sociale non è più disposta ad accettare passivamente il divario tra i principi proclamati e le pratiche effettive. Dall’altro lato, però, si rafforza una lettura cinica: per molti, il diritto internazionale e le norme sulla guerra appaiono sempre più come una copertura di rapporti di forza asimmetrici, applicati con rigore quando l’infrazione è commessa da un rivale e relativizzati quando riguardano un alleato.
In questa dinamica, Israele svolge un doppio ruolo. Da un lato, diventa un esempio ricorrente per chi denuncia l’ipocrisia dell’ordine liberale: come può un sistema che si presenta come garante universale dei diritti umani tollerare una distruzione così estesa senza prevedere meccanismi efficaci di controllo e sanzione? Dall’altro, è un caso di prova per chi, pur riconoscendo i limiti dell’ordine attuale, ritiene che l’unica alternativa al diritto internazionale — per quanto imperfetto — sia il puro ritorno alla legge del più forte. Se già risulta difficile sanzionare efficacemente un avversario dichiarato, come immaginare che la comunità internazionale possa agire in modo coerente quando non c’è un nemico, ma un alleato centrale dell’Occidente?
Qualunque sia la risposta, un punto è chiaro: la crisi di legittimità che emerge attorno alla questione israeliana non riguarda solo Israele e gli Stati Uniti, ma investe l’intera architettura normativa su cui l’ordine liberale ha fondato la propria pretesa di universalità. Quanto più diventa evidente lo scarto tra i principi enunciati e le pratiche selettive, tanto più è difficile sostenere l’idea che le norme internazionali rappresentino un orizzonte comune e non soltanto il riflesso giuridico di rapporti di potere contingenti.
6. Tre traiettorie per Israele nel sistema mondiale
Combinando le linee emerse nelle Parti I e II con gli elementi analizzati in questa terza parte — transizioni dell’egemonia statunitense, frammentazione regionale, globalizzazione della questione palestinese, crisi di legittimità dell’ordine liberale — è possibile delineare, a grandi linee, tre traiettorie per la collocazione di Israele nel sistema mondiale. Non sono previsioni né scenari esaustivi, ma cornici analitiche utili a ordinare le possibilità.
Prima traiettoria: cristallizzazione identitaria e semi-isolamento controllato.
In questo scenario, Israele sceglie consapevolmente di accettare un crescente isolamento internazionale in cambio della preservazione, senza concessioni sostanziali, dell’assetto attuale del proprio dominio territoriale e della propria identità nazionale, così come definita oggi dal blocco dominante. La priorità assoluta è mantenere il controllo sull’intero spazio tra il Mediterraneo e il Giordano, limitare al minimo qualunque forma di sovranità palestinese e consolidare un regime di disuguaglianza strutturale tra i cittadini ebrei e la popolazione palestinese. La tensione con una parte dell’opinione pubblica internazionale è considerata un costo inevitabile; la relazione con gli Stati Uniti viene data per scontata, anche se ciò comporta gestire periodicamente crisi diplomatiche e reputazionali. Il risultato sarebbe un Israele militarmente sempre più forte, ma più chiuso nella propria narrazione, dipendente quasi esclusivamente dall’ombrello statunitense ed esposto a un processo di semi-isolamento controllato nei confronti di ampi settori del sistema internazionale.
Seconda traiettoria: riadattamento negoziato.
In questo scenario, Israele, sotto la pressione combinata di fattori interni (fratture sociali e politiche, costo economico della guerra, contestazione da parte di una parte delle élite), dell’evoluzione del contesto statunitense (cambio generazionale, nuove priorità strategiche) e della pressione giudiziaria e internazionale (procedimenti davanti alla CPI e alla CIJ, restrizioni all’esportazione di armi, erosione dell’immagine), opta per una svolta graduale. Senza rinunciare all’alleanza con Washington né alla superiorità militare, accetta di riconfigurare parte della propria politica nei confronti dei palestinesi e della regione, aprendo spazi a forme più sostanziali di sovranità palestinese o a modelli ibridi di coesistenza politica. In questa traiettoria, Israele tenta di mantenere il proprio ruolo di potenza regionale e di alleato chiave degli Stati Uniti, ma al tempo stesso cerca di reinserirsi in un quadro normativo e politico più credibile, riducendo il costo reputazionale delle proprie scelte di sicurezza.
Terza traiettoria: gestione permanente della crisi.
È lo scenario più vicino all’inerzia attuale: Israele non sceglie né una chiusura identitaria completa né un riassetto politico profondo, e si limita a gestire, crisi dopo crisi, la coesistenza tra occupazione, guerra a bassa intensità, negoziati intermittenti ed episodi di normalizzazione regionale. Le operazioni militari si alternano a tregue fragili; i progetti di “pace economica” cercano di compensare — senza risolverle — le disuguaglianze strutturali; le pressioni internazionali vengono incanalate attraverso aggiustamenti tattici e concessioni limitate. Il Paese evita decisioni strategiche di fondo, facendo affidamento sulla superiorità militare e sulla resilienza dell’alleanza con gli Stati Uniti, ma al prezzo di una prosecuzione indefinita del conflitto e di un’erosione graduale della propria legittimità internazionale.
Le tre traiettorie non sono mutuamente esclusive: gli elementi di ciascuna possono coesistere e combinarsi in fasi diverse. La cristallizzazione identitaria può accompagnarsi a episodi di riadattamento parziale; la gestione permanente della crisi può precipitare improvvisamente in scenari di semi-isolamento o di negoziazione accelerata. Ciò che resta costante è il nodo centrale: la capacità — o l’incapacità — di Israele di ridefinire il proprio progetto nazionale in rapporto ai palestinesi, al sistema regionale e all’ordine normativo globale.
7. Conclusione generale: sopravvivenza, hybris e il limite della forza
L’intero saggio ruota attorno a un paradosso: Israele è, al tempo stesso, uno Stato che si percepisce come permanentemente minacciato e una potenza regionale capace di imporre la propria agenda strategica. Da un lato, la memoria della Shoah, le guerre del 1948 e del 1973, il terrorismo e l’ostilità dell’ambiente circostante alimentano un persistente sentimento di vulnerabilità esistenziale; dall’altro, la traiettoria degli ultimi decenni mostra un Paese che è riuscito a controllare la demografia nello spazio sottoposto al suo dominio, ad ampliare di fatto il proprio territorio, a mantenere i vicini in uno stato di frammentazione controllata e a consolidare un’alleanza privilegiata con gli Stati Uniti.
Questa percezione di vulnerabilità ha prodotto risultati straordinari: ha spinto una mobilitazione sociale senza precedenti, un’innovazione tecnologica accelerata, un’organizzazione militare altamente efficace e una notevole capacità di sfruttare le fratture del sistema regionale. Ma ha avuto anche un prezzo. Ha reso molto difficile accettare qualunque limite autoimposto all’uso della forza, ha favorito la tentazione di affidarsi quasi esclusivamente alla superiorità militare e ha bloccato, più e più volte, ogni via d’uscita politica sia dal conflitto con i palestinesi sia dalle fratture interne della società israeliana.
Le Parti I e II hanno mostrato come, nel perseguire i quattro grandi obiettivi — controllo demografico, profondità strategica, frammentazione dei vicini e alleanza strutturale con gli Stati Uniti — Israele abbia progressivamente costruito un sistema fondato su un equilibrio delicato tra sicurezza e dominio, tra democrazia per alcuni e disuguaglianza strutturale per altri. La Parte III ha messo in luce che questo sistema si trova oggi di fronte a un ambiente radicalmente diverso: la transizione dell’egemonia statunitense, la frammentazione dell’ordine regionale, la globalizzazione della questione palestinese e la crisi di legittimità dell’ordine liberale. La grammatica che da decenni ha guidato l’azione israeliana — tra guerra e pace, tra potere e legittimità, tra sicurezza e diritti — non funziona più come prima.
Il punto d’arrivo resta inevitabilmente aperto. Nessuna delle traiettorie delineate — cristallizzazione identitaria e semi-isolamento controllato, riadattamento negoziato, gestione permanente della crisi — è scritta in anticipo. Tutte dipendono da decisioni politiche, da equilibri interni mutevoli, dall’evoluzione del rapporto con gli Stati Uniti, dalla capacità delle società arabe e palestinesi di riorganizzarsi e dalla forma che assumerà l’ordine internazionale in transizione. L’unica certezza è che la combinazione di occupazione permanente, guerra ricorrente, polarizzazione interna estrema e dipendenza esterna non può protrarsi indefinitamente senza un costo crescente, tanto per Israele quanto per il suo contesto.
È precisamente in questo spazio — tra esterno e interno, tra potenza e vulnerabilità, tra sopravvivenza e hybris — che si gioca il futuro dello Stato ebraico. La questione centrale non è soltanto se Israele riuscirà a mantenere la propria superiorità militare, ma se sarà in grado di ridefinire il proprio patto interno e il proprio posto nel mondo, in modo da includere stabilmente l’esistenza di un altro popolo con diritti analoghi di radicamento, autonomia e riconoscimento. Solo se i palestinesi smetteranno di essere pensati esclusivamente come un problema di sicurezza e torneranno a essere riconosciuti come soggetti politici, e solo se l’ordine internazionale che circonda Israele saprà applicare le proprie norme oltre i doppi standard, sarà possibile immaginare un’uscita che non coincida semplicemente con la gestione indefinita di una crisi senza fine.







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