La trappola americana: credibilità fuori, costo del consenso dentro
In questo febbraio del 2026, l’Iran resta “opaco”: una crisi interna che non si vede tutta, quindi si racconta e si manipola meglio. Nel mio pezzo del 25 gennaio, la chiave era già chiara: quando una società entra in rottura, la frattura interna diventa una leva geopolitica. Il tag team USA–Israele tende a trattare l’Iran non come un dossier da gestire, ma come uno Stato da logorare fino a renderlo sostituibile o, almeno, wrecked, cioè permanentemente ingovernabile. [1]
Da allora, gli eventi non hanno cambiato questa interpretazione: l’hanno resa più leggibile. La pressione occidentale sull’Iran provoca blackout e repressione; la minaccia di guerra diventa leva negoziale; il Golfo teme la destabilizzazione più di quanto tema l’Iran; Israele spinge la soglia in alto e pretende che Teheran rinunci persino alla leva missilistica, oltre che al nucleare; Washington scopre di non avere davvero “buone opzioni” risolutive. Ma la vera attualizzazione è un’altra: gli Stati Uniti si sono infiltrati in una trappola senza uscita, una geometria di costi in cui qualunque mossa comporta una perdita: di credibilità all’esterno o di consenso all’interno.
1) Il blackout come sovranità visibile: spegnere la rete per governare la crisi
Il blackout non è “solo” censura: è un dispositivo di sovranità visibile, la forma contemporanea del coprifuoco. Serve a spezzare il coordinamento, la testimonianza e l’accountability; e serve a rendere la violenza più gestibile, perché meno verificabile. Amnesty e Human Rights Watch hanno descritto la chiusura della rete come parte integrante della repressione, non come un incidente collaterale: togliere alla crisi la sua forma di prova. [2] Nel momento in cui il conflitto perde le immagini in tempo reale, la narrazione torna a essere monopolio dello Stato.
Quando l’interferenza esterna nella rivolta interna diventa credibile — anche solo come racconto, seppure in questo caso i servizi di Israele e degli Stati Uniti erano lì a soffiare sul fuoco — il regime può riconvertire la protesta in una guerra di sovranità. Non “il regime contro il popolo”, ma “lo Stato contro l’aggressione”. È l’effetto più paradossale ottenuto dal tag team USA-Israele: non l’abbattimento del regime, ma la sua giustificazione. Più l’Iran appare assediato, più la repressione può essere venduta come difesa; più la repressione è difesa, più il blackout è “necessità”; più il blackout è necessità, più la crisi diventa opaca. L’opacità è un moltiplicatore di durata per chi governa e di impotenza per chi osserva.
2) La trappola americana: se non colpisci perdi credibilità, se colpisci perdi consenso
La trappola a cui abbiamo fatto riferimento nasce da un semplice fatto: Washington ha già sostenuto costi. Il dispiegamento militare, la postura, le dichiarazioni e la teatralità della deterrenza visibile: tutto ciò aumenta la soglia e alimenta l’aspettativa. Se dopo aver alzato la voce e spostato gli asset non colpisce, l’America appare indecisa e debole. Non tanto agli avversari, che sono abituati al teatro, quanto agli alleati e ai partner: perché la credibilità non è “forza”, ma prevedibilità. E la prevedibilità, quando hai promesso un gesto, dipende dal gesto promesso.
Ma se gli Stati Uniti colpiscono, la fattura la pagano a casa. E la pagano nel momento peggiore: quando l’affordability è la variabile elettorale decisiva, perché l’inflazione non è un indicatore macroeconomico, ma un’esperienza quotidiana. A otto mesi dall’elezione di midterm, la Casa Bianca non può permettersi di trasformare il prezzo della benzina in un referendum permanente. Qui la geopolitica diventa subito economia domestica: la chiusura di Hormuz significa rotte assicurate a premi più alti, logistica più costosa, assicurazioni a rischio, prezzo del barile al rialzo, catena benzina-inflazione-consenso. [3] E allora la trappola diventa doppia: non è solo “attacco sì/attacco no”. È credibilità esterna contro il costo del consenso interno. Se non colpisci, perdi deterrenza; se colpisci, perdi elettori, mercati e stabilità narrativa. La strategia diventa un problema di bilancio domestico.
3) Perché lo strike “chirurgico” non raggiunge obiettivi: l’illusione della vittoria rapida
La trappola sta anche negli strumenti. Non è questione di capacità di colpire, ma di capacità di controllare ciò che viene dopo. Uno strike “chirurgico” può distruggere un sito, colpire un nodo, produrre un video. Può dare sovranità visibile, ma difficilmente raggiunge un obiettivo strategico stabile.
Se l’obiettivo è fermare il nucleare, un colpo singolo non basta: genera programmi dispersi, ridondanze, capacità di ricostruzione e incentivi a correre più velocemente. Se l’obiettivo è “punire”, la punizione è politica interna, non politica estera: serve a mostrare il comando, non a cambiare la struttura. Se l’obiettivo è cambiare regime, lo strike è, per definizione, insufficiente: perché il regime non cade con una detonazione, ma con una crisi di controllo; e una crisi di controllo, quasi sempre, richiede risorse umane, tempo, territorio, rischio.
Il colpo rapido, una “vittoria” senza guerra, è una promessa che soddisfa l’opinione pubblica per un ciclo di notizie, ma che espone il ciclo successivo a ritorsioni, escalation sotto soglia, riarmo, accelerazione nucleare e consolidamento del regime. La deterrenza dell’Iran non è battere l’America, ma rendere sterile il colpo e il dopo costoso.
4) Il punto militare: perché l’attacco è ad alto rischio di fallimento
L’opzione militare non è solo “costosa”. È intrinsecamente rischiosa e con elevate probabilità di produrre un risultato ambiguo: grande spettacolo operativo, piccolo effetto strategico.
La prima ragione è la geografia. L’Iran non è un bersaglio “concentrato”: è profondità, dispersione, montagne, infrastrutture sotterranee e ridondanze. Nel 2025, il nodo simbolico è stato Fordow: un impianto di arricchimento scavato nella roccia, considerato per lungo tempo oltre il raggio di un’azione israeliana autonoma e trattato da molti analisti come un obiettivo che richiederebbe capacità specifiche e un pacchetto operativo complesso. [4] Qui, la geografia non è contesto: è difesa.
La seconda ragione è la natura del bersaglio. Se il target è “nucleare”, non si devono colpire solo edifici; si deve attaccare un sistema: conoscenza, scorte, catena di ripristino, possibilità di occultamento. Anche ammettendo danni severi, resta il problema della “capacità residua”: quanto materiale è recuperabile, quanto è stato spostato, quanto può essere ricostituito e con quali tempi. Alcune analisi recenti sottolineano proprio questo: la differenza tra distruggere infrastrutture e cancellare una capacità. [5]
La terza ragione è la difesa e la ritorsione. Un attacco efficace contro siti difensivi non è un evento isolato: tende a diventare una campagna. Reuters ha scritto che il Pentagono prepara opzioni che potrebbero durare settimane, non ore, perché l’Iran dispone di un arsenale missilistico capace di colpire e far pagare l’attacco subito. [6] E questo è un punto chiave: in una campagna, la vulnerabilità si sposta dagli obiettivi iraniani agli asset americani e israeliani.
La quarta ragione è la postura regionale. Gli Stati Uniti non combattono nel vuoto: combattono con basi, hub logistici, radar, depositi, piste e personale esposto. Reuters ha riportato che funzionari USA si aspettano ritorsioni iraniane e che l’arsenale di Teheran potrebbe colpire più paesi e sedi, con il rischio di vittime americane e di una regionalizzazione della crisi. [7] E non è un rischio astratto: durante la crisi del giugno 2025, Teheran colpì con missili balistici la base di Al Udeid in Qatar, un nodo cruciale della postura USA; il Pentagono confermò danni alle infrastrutture sensibili. [8] Questo è il punto che rende l’opzione militare politicamente tossica: la guerra “pulita” non esiste se l’avversario può riportarti la guerra, in tempo reale, sulle tue basi.
La quinta ragione è Israele. Israele è un territorio piccolo, densamente abitato e con un’elevata concentrazione di infrastrutture critiche: è, per definizione, vulnerabile alla logica della saturazione. La guerra dei 12 giorni di giugno 2025 lo ha dimostrato: non perché le difese israeliane non funzionino, ma perché una difesa missilistica è a consumo, e il consumo diventa strategia. Un brief dell’EUISS ricostruisce l’impatto di quel conflitto e la fragilità del “cessate il fuoco informale”, proprio perché nessuna hotline né nessun garante riducono davvero il rischio di ripetizione. [9] Inoltre, un’analisi del FPRI, insieme a una ricostruzione del Wall Street Journal, ha evidenziato un elemento cruciale: la guerra ha bruciato le scorte di intercettori e ha messo in luce vincoli di stock e di sostenibilità, ossia la differenza tra proteggere una città per una notte e proteggere un Paese per settimane. [10]
Qui si capisce la trappola in versione militare: anche se l’attacco colpisce, l’Iran può rispondere con missili e droni; Israele può intercettare molto, ma non può “annullare” l’attrito nel tempo senza pagare un prezzo economico, psicologico e politico. E quando il tempo diventa fattore, la guerra smette di essere un gesto e diventa logoramento.
Infine, c’è un dato politico-militare che vale come “campanello d’allarme”: secondo il Washington Post, il presidente dei Joint Chiefs, generale Dan Caine, avrebbe espresso preoccupazioni sui rischi di un’operazione contro l’Iran, richiamando — tra l’altro — la questione delle munizioni e dell’appoggio alleato, ossia la sostenibilità materiale e politica di una campagna. [11] Che la Casa Bianca minimizzi o smentisca, non cambia il punto: se perfino all’interno dell’apparato emergono segnali di prudenza, è perché la soglia militare non è un interruttore che si attiva con un click.
5) Se ti impantani, bruci risorse e fai un regalo strategico alla Cina
L’altra uscita dalla trappola — la guerra lunga — è l’opzione peggiore. Perché brucia la risorsa più scarsa dell’egemonia in un interregno: la durata. Una guerra prolungata consuma munizioni, logistica e prontezza; aumenta l’esposizione degli asset americani nella regione; costringe a proteggere i corridoi e le basi; moltiplica l’ibrido; soprattutto, diventa una tassa domestica: spesa, inflazione, polarizzazione.
Qui entra in gioco la competizione di sistema. Se l’America si incolla all’Iran, si stacca dal Pacifico. Pechino trae beneficio se Washington resta inchiodata a un teatro costoso e politicamente tossico, perché riduce l’attenzione e le capacità di priorità. La simultaneità diventa un’arma contro l’America: non serve sconfiggerla, basta saturarla. E in questo senso, una guerra lunga è il perfetto saturatore.
In più, una guerra lunga alimenta il dissenso interno anche all’interno della coalizione pro-Trump, perché la destra americana non è un blocco, è una costellazione. La destra “ordine e governabilità” teme l’inflazione e il disordine; la destra populista teme il “pantano”; le componenti libertarie vedono nell’intervento un tradimento anti-sistema; la destra securitaria lo vede come necessità; le frange isolazioniste lo vedono come spreco. La guerra non unisce: seleziona e spacca. E quando la guerra spacca, la politica estera diventa guerra civile per procura. È qui che la trappola si chiude: più si combatte fuori, più si litiga dentro; più si litiga dentro, meno si può sostenere il combattimento fuori.
6) L’effetto boomerang: ricompattare il regime iraniano e alzare la soglia regionale
C’è poi un effetto – già menzionato – che, nel dibattito occidentale, viene sempre trattato come “eventualità”, ma che è quasi regola: l’attacco tende a ricompattare. Non tutta la società, non per sempre. Ma abbastanza da offrire al regime una narrazione di sopravvivenza: lo Stato sotto attacco. È la logica della sovranità assediata: la frattura interna, invece di aprirsi, può richiudersi. E un regime – soprattutto imperiale, come quello iraniano – che si richiude in nome della guerra diventa più duro, più paranoico, più disposto a sacrificare economia e benessere per deterrenza.
Parallelamente, l’attacco aumenta la soglia regionale. L’Iran può colpire Israele; può colpire gli asset degli USA; può spostare la guerra su proxy e sui corridoi; può trasformare Hormuz in rischio sistemico. La deterrenza iraniana si basa sul costo, e lo Stretto è la leva più efficace perché collega il teatro del conflitto alla vita quotidiana americana attraverso il petrolio e l’inflazione. In altre parole: l’Iran non deve “chiudere” Hormuz; gli basta rendere credibile la minaccia. E così la soglia diventa il mercato.
7) La frattura con il Golfo: alleati che frenano, basi che diventano negoziazione
Infine, c’è il costo “alleato”. Il Golfo non vuole un Iran smembrato: vuole un Iran contenuto. Perché un collasso iraniano non produce stabilità, ma caos esportabile — milizie, rifugiati, shock energetici — e trasforma la regione in un moltiplicatore di rischio. Questa paura è uscita dalla retorica ed è entrata nei vincoli concreti: Reuters ha riportato che l’Arabia Saudita non consentirebbe l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per azioni militari contro Teheran. [12]
Questo cambia la grammatica della presenza americana. Se i partner negano accessi, la deterrenza deve essere ridisegnata. Infatti l’attualità mostra una postura più “visibile” e attiva in Israele: il Wall Street Journal ha riportato il dispiegamento di F-22 come segnale di preparazione, in un momento in cui altri spazi vengono negati o diventano politicamente costosi. [13] È un passaggio storico: Israele non è più soltanto un alleato, ma anche una piattaforma di basing. Tuttavia, una piattaforma israeliana ha anche un prezzo politico: rende l’America più identificata con Israele nel teatro e, di conseguenza, più contestabile nella regione e nel Sud globale.
8) Nucleare e negoziato: la finestra che non chiude, la pressione che non risolve
Sul nucleare, la trappola si vede in controluce. I colloqui a Ginevra si sono chiusi senza un accordo finale, ma con segnali di progresso e la promessa di ulteriori round tecnici. [14] È il tipico esito da interregno: nessuna soluzione, ma solo gestione della soglia. Il problema è che la gestione della soglia, quando la politica interna pretende sovranità visibile, appare come una debolezza. E dunque la diplomazia perde essa stessa credibilità.
Nel frattempo, il contesto interno iraniano resta duro. Le Nazioni Unite, tramite il commissario per i diritti umani, hanno lanciato un allarme sul rischio di esecuzioni legate alle proteste, sottolineando la natura repressiva della crisi. [15] Questo irrigidisce anche la dimensione morale del dossier in Occidente, aumentando la pressione politica sulla Casa Bianca.
9) Una potenza che paga la soglia, non un avversario che vince
Ecco perché gli Stati Uniti sono in una trappola senza via d’uscita indolore. Se non colpiscono dopo aver spostato asset e alzato la voce, pagano in termini di credibilità e deterrenza. Se colpiscono, pagano in consenso interno, in prezzo del petrolio, in inflazione, in fratture con gli alleati, in ricompattamento del regime iraniano e in rischio di impantanamento. Se scelgono lo strike, non raggiungono gli obiettivi; se scivolano nella guerra, bruciano risorse e regalano tempo alla Cina. In entrambi i casi, l’Iran non ha necessità di vincere: deve soltanto rendere proibitivo il superamento della soglia.
La crisi iraniana è un dispositivo di logoramento della “forma” americana. Non dell’America-potenza, ma dell’America-capacità-di-durare. E quando la durata si prolunga, l’egemonia non crolla: diventa intermittente. È così che un interregno si fa sistema.
Note
[1] Massimo Scattarreggia, “Iran: la rivolta, il blackout e il ‘tag team’”, Substack, 25 gennaio 2026. Per la chiave interpretativa: opacità come leva, sovranità assediata, limiti dello strike e la paura del Golfo.
[2] Amnesty International; Human Rights Watch (gennaio 2026). Per blackout come dispositivo di repressione e occultamento, non semplice censura.
[3] Reuters (febbraio 2026), Copertura sul rischio di guerra e implicazioni su petrolio/mercati. Per la catena “premio geopolitico → barile → inflazione → costo del consenso”.
[4] Center for Strategic and International Studies (CSIS), “Options for Targeting Iran’s Fordow Nuclear Facility” (18 giugno 2025); Guardian, Spiegazione su Fordow e limite operativo israeliano (giugno 2025). Per la geografia come difesa e per la difficoltà di “chiudere” Fordow con un gesto unico.
[5] Bloomberg (febbraio 2026), Analisi su stock bellico e protezione dei siti. Per la distinzione tra danno infrastrutturale e capacità residua (materiale/ricostituzione/occultamento).
[6] Reuters (febbraio 2026), Pianificazione di operazioni potenzialmente “di settimane” e rischio ritorsioni missilistiche. Per l’idea che lo strike tende a diventare campagna.
[7] Reuters (febbraio 2026), Aspettativa di ritorsione iraniana e rischio di vittime/estensione regionale. Per la vulnerabilità degli asset USA nel teatro.
[8] ABC News (giugno 2025) e CSIS (febbraio 2026), Ricostruzioni su Al Udeid/Qatar colpita da missili iraniani in risposta a strike USA. Per la dimostrazione empirica della vulnerabilità delle basi.
[9] European Union Institute for Security Studies (EUISS), “Israel and Iran on the brink: Preventing the next war” (3 ottobre 2025). Per la ricostruzione della guerra dei 12 giorni e la fragilità del “pause” senza garante.
[10] Wall Street Journal, “Israel’s 12-Day War Revealed Alarming Gap in America’s Missile Stockpile” (24 luglio 2025); Foreign Policy Research Institute (FPRI) (ottobre 2025) su difese e consumo intercettori. Per la tesi “difesa a consumo” e per il vincolo di stock come fattore strategico nel tempo.
[11] Washington Post (23 febbraio 2026) e coperture collegate. Per l’avvertimento del generale Dan Caine (Joint Chiefs) sui rischi e sulla sostenibilità materiale/alleata di un’operazione.
[12] Reuters, Dichiarazioni saudite su divieto d’uso di spazio aereo/territorio per azioni contro Teheran (27 gennaio 2026). Per il vincolo alleato che riduce opzioni operative e segnala paura del caos.
[13] Wall Street Journal (febbraio 2026). Per il dispiegamento di F-22 in Israele come deterrenza visibile e ridefinizione del basing regionale.
[14] Reuters, Colloqui di Ginevra (26 febbraio 2026). Per lo stato della trattativa: nessun accordo finale, progressi dichiarati e prosecuzione tecnica.
[15] Reuters/ONU (27 febbraio 2026). Per il contesto repressivo e la politicizzazione internazionale della crisi interna iraniana.






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