Genealogia e ridefinizione dell’ordine politico
Negli Stati Uniti dell’ultimo quindicennio si è manifestata una profonda trasformazione politico-intellettuale che va ben oltre i classici paradigmi del reaganismo, del neoconservatorismo successivo all’11 settembre e persino del paleo-conservatorismo del Novecento. Questa “nuova destra” non si limita a riformulare il programma del Partito Repubblicano, ma mira a ridefinire i principi stessi dell’ordine politico: il concetto di bene comune, le modalità di legittimazione dell’autorità, il rapporto tra tecnologia e trascendenza, oltre alla dialettica tra metapolitica e governance. In questo contesto, la metapolitica si configura come la fabbrica del senso comune, mentre la governance diventa l’ingegneria istituzionale che traduce le idee in pratiche amministrative.
La “nuova destra” si struttura attorno a tre poli che talvolta si alimentano reciprocamente e talvolta sono in tensione: un tecno-sovranismo che pone la potenza tecnologica a fondamento della sovranità; un post-liberalismo comunitario che rilegge la libertà in chiave morale e comunitaria; e una metapolitica dei media che trasforma l’editoria e le piattaforme digitali in strumenti di egemonia culturale e selezione delle élite. L’insieme di queste componenti si traduce in un ecosistema articolato, che va dalle idee alla formazione di quadri politici e amministrativi, passando per imprenditori, teorici del diritto, istituzioni culturali, hub formativi, think tank e media.
Sociologia della nuova destra e coalizione trumpiana
Dal punto di vista sociologico, questa nuova configurazione politica coincide in larga parte con la coalizione trumpiana, una realtà eterogenea e conflittuale che trova però coesione nella forza carismatica del leader e nella sua capacità di distribuire vittorie parziali ai diversi gruppi di interesse. Il Washington Post identifica sei fazioni principali all’interno di questa coalizione: populisti MAGA, repubblicani tradizionali, falchi fiscali, destra religiosa, tech right e il blocco MAHA dei convertiti ex democratici. [1] L’intersezione tra la cornice ideologica e l’equilibrio tra le fazioni rappresenta la chiave di lettura fondamentale per comprendere la “nuova destra” sia dal punto di vista concettuale, sia attraverso l’analisi dei gruppi sociali e dei territori in cui opera.
Le sei fazioni del trumpismo
Secondo il Washington Post, le sei fazioni principali in cui si articola la coalizione trumpiana sono il risultato di un disegno deliberato volto a mantenere una coesione ampia e dinamica.
I populisti MAGA costituiscono il nucleo mobilitante, con un’agenda “America First” che privilegia restrizioni migratorie, politiche di reshoring e una cultura anti-élite sostenuta da ecosistemi mediatici paralleli.
I Repubblicani Tradizionali assicurano risorse finanziarie e continuità istituzionale, mantenendo una piattaforma pro-mercato.
I Falchi Fiscali si concentrano sul contenimento della spesa pubblica e sulla limitazione dei poteri dello Stato federale.
La Destra Religiosa difende i valori morali su temi quali istruzione, genere e famiglia.
La Destra Tecnologica apporta capitale cognitivo e infrastrutturale, promuovendo una visione di sovranità tecnologica.
Il blocco MAHA, composto in gran parte da ex democratici convertiti, amplia la base politica con tematiche sanitarie e iniziative di deregolamentazione.
La coesione di questa eterogenea alleanza dipende dalla capacità di mediare le divergenze su temi cruciali quali l’immigrazione qualificata, i dazi, gli aiuti militari, la regolamentazione dell’IA, le biotecnologie e i diritti bioetici.
Radici storiche e ideologiche
La “nuova destra” nasce dall’intreccio di almeno quattro tradizioni: il conservatorismo classico post-bellico, fondato su mercato, famiglia, religione, anticomunismo e antiliberalismo; il neo-conservatorismo, che si caratterizza per una vocazione universalistica e interventista; il paleo-conservatorismo di impronta buchananiana, basato su protezionismo, restrizione migratoria e scetticismo verso le guerre di scelta; il libertarismo della West Coast, orientato verso l’“exit” dall’ordine politico-istituzionale. A partire dagli anni ’80, quest’ultimo movimento ha elaborato strategie di uscita dalle strutture politiche e istituzionali del XX secolo: exit dal welfare state e dal managerialismo con critiche alle istituzioni nate nel dopoguerra e percepite come oppressive; exit territoriale e giuridica attraverso progetti di secessionismo competitivo come città private, charter cities, micronazioni; exit tecnologica con l’adozione di tecnologie emergenti come criptovalute e blockchain per aggirare le istituzioni; exit esistenziale, con visioni transumaniste e prometeiche che puntano a superare le categorie di cittadinanza e Stato tramite lo spazio, l’IA e le biotecnologie.
Dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, la stagnazione salariale, le delocalizzazioni e il logoramento delle istituzioni hanno eroso il consenso alle élite globaliste, mentre le “guerre infinite” hanno indebolito la loro legittimità. In questo vuoto di potere e fiducia, la “nuova destra” emerge come tentativo di risposta sistemica alla decadenza del liberalismo, proponendo una rifondazione dei legami politici e culturali. La sua genealogia punta a ridefinire lo statuto della tecnologia, il bene comune e il ruolo delle istituzioni, organizzando il campo lungo tre assi principali: tecnocrazia versus comunitarismo, religione versus prometeismo, metapolitica versus governance.
Assi teorici e tensioni interne
Il primo asse teorico pone la contrapposizione tra comunitarismo e tecnocrazia. Da un lato, i teorici comunitaristi propongono di radicare la libertà nelle appartenenze sostanziali – famiglia, comunità, nazione – orientate da un fine condiviso (telos). Dall’altro, i sostenitori della tecnocrazia, spesso imprenditori e investitori, considerano l’innovazione e la rapidità decisionale criteri morali dell’ordine politico.
Il secondo asse oppone la religione al prometeismo tecnologico. I post-liberali ritengono che la trascendenza debba ordinare la politica e il vivere civile, mentre i tecno-sovranisti secolarizzano la salvezza nella conquista delle frontiere dello spazio, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie.
Il terzo asse incrocia la metapolitica con la governance. La “nuova destra” agisce simultaneamente sulla produzione del senso comune e sulla conquista delle leve amministrative, come dimostra il Project 2025, cercando di integrare verticalmente il percorso dalle idee alla formazione dei quadri fino alla definizione delle policy.
Queste tre linee di faglia rappresentano sia la fonte della creatività e dell’energia del movimento, sia i punti di potenziale crisi e divisione interna.
Protagonisti intellettuali e imprenditoriali della nuova destra americana
La scena della “nuova destra” americana vede il protagonismo di una costellazione di imprenditori politici e intellettuali che plasmano sia l’immaginario sia le strategie del movimento.
Tra questi spicca Peter Thiel, noto per aver sviluppato una visione di libertarismo elitario fondata su riferimenti a pensatori come Girard, Strauss e Schmitt. Per Thiel, l’innovazione e la creazione non sono soltanto strumenti pratici, ma si elevano a criteri morali e principi fondamentali per la selezione di nuove élite fondatrici.
Elon Musk, invece, si distingue per un prometeismo soteriologico: lo spazio, l’intelligenza artificiale e la manifattura avanzata sono da lui concepiti come strumenti di redenzione per l’umanità. Il suo approccio tecno-populista e anti-woke gli ha consentito di fungere da ponte tra le élite tecnologiche e le masse digitali.
Curtis Yarvin propone un modello di neo-monarchismo algoritmico, in cui la governance aziendale diventa il paradigma per lo Stato, basando la legittimazione sull’ownership e sulla responsabilità dei proprietari.
Nick Land, filosofo della Dark Enlightenment, spinge per un’accelerazione del tecno-capitalismo, sostenendo la riduzione del welfare, la creazione di città-imprese e la supremazia delle élite tecno-efficientiste, offrendo una narrazione radicale e anti-democratica.
Altri attori rilevanti sono Mark Andriessen, Palmer Luckey e figure dell’ecosistema difesa-software, che evidenziano come la sovranità si giochi oggi sull’architettura informazionale, fatta di sensori, reti, supply chain critiche e stack proprietari. Questa “famiglia prometeica” imprime alla nuova destra una spinta di “frontiera”, pur senza esaurire l’eterogeneità del movimento.
Il fronte comunitarista e nazional-conservatore
In contrapposizione all’ala prometeica e tecnologica, si colloca il post-liberalismo comunitario, che offre un saldo contrappeso teologico-politico.
Patrick Deneen interpreta il liberalismo come causa della dissoluzione dei presupposti morali della libertà individuale e propone la costruzione di comunità ordinate teleologicamente.
Adrian Vermeule, con il suo “common good constitutionalism”, respinge il mito dell’interpretazione neutrale della Costituzione, riportando la centralità dei beni comuni nei valori costituzionali.
Yoram Hazony reintegra la Bibbia come fondamento della politica nazionale e lancia il concetto di mutual loyalty e dei cerchi concentrici. Il suo programma prevede Dio e religione nel discorso pubblico, la famiglia come istituzione centrale, confini e immigrazione controllati, libero mercato temperato dall’interesse nazionale, realismo in politica estera.
Kevin Roberts invoca una seconda rivoluzione americana di stampo creazionista e anti-élite liberal. Il suo obbiettivo è ricostruire il potere esecutivo e “smantellare lo Stato amministrativo” tramite una piattaforma unificata di policy e personale politico conservatore. Vuole confini protetti, politiche di immigrazione più rigide, rilancio di famiglia e religione nello spazio pubblico, politica industriale pro-reshoring, taglio e ristrutturazione delle agenzie federali.
Michael Anton con la sua narrazione apocalittica mira a rifondare il conservatorismo attraverso la conquista delle istituzioni e una visione nazional-populista: “È urgente conquistare lo Stato per salvarne l’identità”.
Russell Vought propone uno Stato esecutivo centralizzato e una “nazione sotto Dio”, promuovendo uno scontro frontale con la burocrazia federale.
J. D. Vance traduce queste idee in un populismo economico incentrato sul lavoro e sulla re-industrializzazione.
Questo insieme di posizioni fornisce un saldo ancoraggio normativo e morale, permettendo alla nuova destra di dialogare efficacemente con l’elettorato evangelico e cattolico conservatore, bilanciando così il secolarismo della tech right.
Infrastrutture culturali e formativo-dottrinali
La nuova destra si distingue per una solida infrastruttura culturale e formativa.
Il Claremont Institute sostiene teorie come quella delle “due costituzioni”, criticando i diritti concessi a gruppi minoritari a spese di tutti e rilegge la politica americana in chiave decisionista per rifondare il conservatorismo americano.
L’Hillsdale College funge da laboratorio educativo per la formazione di quadri e amministratori e si centra nella difesa della libertà civile e religiosa.
La Heritage Foundation, con il Project 2025, progetta una cabina di regia per la riorganizzazione dell’esecutivo, la selezione del personale e la traduzione delle dottrine in prassi operative.
La Università de Notre Dame, l’Intercollegiate Studies Institute, l’Ethics & Public Policy Center ed altre istituzioni e organizzazioni minori spingono i valori di nazione, virtù civica, ordine, famiglia e religione nello spazio pubblico, con accenti diversi.
Questo processo, che va dalle idee alla formazione dei quadri fino alla definizione delle policy, permette al movimento di consolidarsi e superare la fase puramente movimentista.
La macchina mediatica e la metapolitica
Sul piano mediatico e metapolitico, la nuova destra si avvale di un arcipelago policentrico di piattaforme e figure.
Steve Bannon, con War Room, adotta una strategia gramsciana di contro-egemonia: popolo versus managerial class, sovranità nazionale, confini da difendere, guerra politica permanente.
Tucker Carlson rappresenta un vettore di normalizzazione anti-élite nel mainstream con accento sulla libertà d’espressione e scetticismo verso globalismo e “stato amministrativo”. Converge con First Things e NatCon su temi come nazione, famiglia, religione nello spazio pubblico.
NatCon è l’infrastruttura congressuale e dottrinale del nazional-conservatorismo: mette insieme tradizione religiosa, nazione e realismo politico con un’agenda economica post liberale.
Alex Kaschuta, con Subversive, funge da ponte tra la nuova destra e mondi post-liberali, reazionari e la manosphere colta, rete di comunità maschili contro il femminismo e l’emancipazione femminile (“Men Going Their Own Way”, “Pick-Up Artist” e i gruppi per i diritti dei padri).
Auron MacIntyre fornisce una cornice dottrinale per militanti anti-progressisti, focalizzandosi su immigrazione, identità e strategie di potere in un contesto venato da scetticismo verso la democrazia amministrata.
Anna Khachiyan e Dasha Nekrasova di Red Scare collegano la nuova destra ad ambienti intellettuali, creazionisti e anche estetici urbani. Si tratta di un fenomeno culturale convergente con la NRx su anti-woke, critica al liberalismo culturale, revival cattolico con forte impatto sul pubblico urbano e la creative class.
Questi protagonisti, insieme a podcaster e influencer come Joe Rogan – megafono trasversale -, assicurano la diffusione di idee e la creazione di stili di consumo informativo e l’attivismo.
La periferia mediatica cospirativa svolge la funzione di Overton window shifting, forzando idee un tempo considerate radicali a diventare accettabili e mainstream. Questo “spostamento” sta avvenendo nel tempo attraverso la persuasione, la ripetizione di argomenti e la conversazione pubblica.
Infine, l’infrastruttura editoriale, rappresentata da Jonathan Keeperman e da Passage Press, garantisce continuità e status all’ecosistema intellettuale. La narrazione condivisa – élite corrotte, popolo tradito, minacce interne ed esterne, come la Cina, il globalismo e il woke capitalism – consente alle diverse fazioni di riconoscersi in una storia comune, superando le differenze di dettaglio.
Le due dimensioni – mediatica e editoriale – si alimentano a vicenda. Non si tratta di mera propaganda: è produzione di comunità e rituali, di stili di consumo informativo e di attivismo. L’autorità è performativa e reticolare; la coerenza dottrinale è secondaria rispetto all’assemblaggio narrativo.
Religione, Teologia Politica e la Nuova Destra
La religione rappresenta l’elemento simbolico fondante che consente alla “nuova destra” di trasformare semplici preferenze individuali in doveri collettivi e strategie politiche in norme condivise. Per i post-liberali di matrice cattolica e per la Religious Right evangelicale, l’ordine politico legittimo deve riflettere una legge morale inderogabile. In questo quadro, la dimensione religiosa non è soltanto una fonte di valori, ma si traduce in un vero e proprio criterio di ammissibilità delle scelte pubbliche.
First Things, rivista di vocazione ecumenica, e il suo direttore, “Rusty” Reno, criticano la secolarizzazione e l’egemonia culturale liberal-progressista, e difendono il ruolo normativo della Chiesa e della fede nella vita civile. Sono la cassa di risonanza su temi come la famiglia, la natalità, la bioetica, la libertà religiosa, la critica al “managerialismo” culturale, lo scetticismo verso il globalismo e la tecnocrazia, il recupero della tradizione e delle virtù come fondamento del bene comune.
Per i nazional-conservatori, la Bibbia funge da codice di riferimento per la definizione della sovranità nazionale e dell’identità collettiva. Al contrario, per i tecno-prometeici, la trascendenza religiosa viene sostituita da una teleologia secolare in cui la scienza e la tecnologia guidano e orientano la politica pubblica. Questa polarità tra trascendenza religiosa e tecnologia rappresenta, sì, una contraddizione interna, ma costituisce anche il motore che consente al movimento di diffondere le proprie idee e di mantenere un equilibrio dinamico. Senza il riferimento religioso, la “nuova destra” rischierebbe di scivolare in un efficientismo privo di valori; senza il ricorso alla tecnologia, perderebbe il vantaggio competitivo a livello globale.
Nuova destra e tradizione repubblicana: il cambio di paradigma
Rispetto alla tradizione del Partito Repubblicano, la “nuova destra” opera una trasformazione significativa dei propri riferimenti e delle proprie strategie. In ambito economico, si passa dall’enfasi sulla supply-chain globale a una forma embrionale di capitalismo nazionale, che si esprime attraverso dazi selettivi, politiche industriali mirate, partecipazioni statali e un uso strategico della domanda pubblica e delle restrizioni all’export. In politica estera, l’interventismo neoconservatore lascia il posto a una difesa selettiva dell’interesse nazionale, caratterizzata da concetti come il “restraint” e il “burden sharing” tra gli alleati.
Per quanto riguarda lo Stato, si supera il minimalismo libertario in favore di un decisionismo che mira a ridurre gli spazi discrezionali delle agenzie federali, rafforzando però la responsabilità politica. Sul fronte mediatico, si passa dalla combinazione tra think tank tradizionali e cable news a un sistema digitale ramificato e capillare. In questo scenario, il mercato non viene abbandonato, ma subordinato alla sovranità nazionale, all’ordine sociale e all’identità culturale.
Grafico 1 – La complessa galassia della Nuova Destra

Impatto istituzionale e sociale
Gli effetti di queste trasformazioni sono già osservabili su diversi piani.
Innanzitutto, si assiste a una riorganizzazione dell’amministrazione federale, orientata verso una struttura più verticale e politicamente responsabile.
In secondo luogo, vengono adottate politiche industriali che favoriscono il reshoring produttivo, la protezione delle filiere strategiche, lo sviluppo dell’industria della difesa e il rafforzamento della sovranità tecnologica.
Un terzo impatto riguarda l’istruzione e la famiglia, considerate assi fondamentali per la rilegittimazione dell’ordine sociale tramite strumenti come la scelta scolastica, i voucher e le politiche sulla natalità.
Infine, si registra un riallineamento elettorale che integra la working class bianca e settori crescenti di minoranze culturalmente conservatrici.
La dimensione geopolitica
Nel confronto globale, in particolare con la Cina, la “nuova destra” traduce il decoupling economico in una strategia di de-risk tecnologico: ciò si concretizza in restrizioni all’export di tecnologie dual-use, controllo sugli investimenti, incentivi interni per semiconduttori, intelligenza artificiale e biotecnologie e una selettiva apertura all’immigrazione altamente qualificata. Su questo punto, le tensioni interne sono evidenti: per i populisti, l’immigrazione qualificata mantiene una valenza ambivalente, mentre per i tecno-sovranisti si rivela uno strumento competitivo fondamentale.
Nei rapporti con la Russia, prevale un approccio realista, teso a contenere i costi e a evitare conflitti prolungati che offrano scarsi ritorni strategici. In Medio Oriente, la partnership con Israele e la deterrenza verso l’Iran si intrecciano con una visione funzionale degli Accordi di Abramo, considerati sia dispositivi di sicurezza sia vettori economici e tecnologici. Nei confronti dell’Europa, la “nuova destra” richiede un burden sharing più equo e manifesta diffidenza verso le politiche ESG e l’eccessiva regolamentazione: l’Unione Europea è vista come un partner tattico, non come un pilastro strategico. In America Latina, lo sguardo è pragmatico e securitario, incentrato su materie prime critiche, sulla gestione dei flussi migratori e sul contenimento dell’influenza cinese.
L’insieme di queste strategie dà vita a una grand strategy incentrata sulla sovranità tecnologica e sulla riconfigurazione delle alleanze in chiave transazionale.
Punti di forza e fragilità della nuova destra
In conclusione, la nuova destra statunitense non si configura come una mera somma di gruppi occasionali, ma come un progetto organico di rifondazione che integra tecnologia, religione e metapolitica, andando oltre il paradigma liberal-globalista. La sua forza risiede nell’integrazione verticale tra idee, formazione dei quadri e definizione delle policy, così come nella capacità di aggregare un blocco storico eterogeneo ma coeso.
Le fragilità principali si manifestano nelle tensioni tra élite tecnocratiche e base sovranista, tra aspirazioni trascendenti e slancio prometeo-tecnologico, tra priorità di mercato e decisionismo politico. La vera sfida sarà la transizione da un “modello campagna”, basato sul carisma del leader, a un “modello governo” stabile e istituzionalizzato. Qualora questo processo avesse successo, la nuova destra potrebbe consolidare un ordine nazionale fondato sulla sovranità tecnologica e sul capitalismo nazionale, con effetti globali duraturi; in caso contrario, la frammentazione potrebbe favorire una restaurazione moderata o l’emergere di nuove sintesi populiste. In entrambi gli scenari, la politica americana del XXI secolo dovrà confrontarsi con la triade costituita da tecno-sovranismo, post-liberalismo e metapolitica come grammatica fondamentale della contesa politica.
Note
- Natalie Allison, “The six warring factions that make up Trump’s coalition”, The Washington Post, 2025.
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