Il vero finale dell’Odissea non è il ricongiungimento tra Ulisse e Penelope. È la cessazione della guerra civile. Dopo la strage dei Proci, i loro parenti si armano per vendicarli; Ulisse si prepara a combattere ancora; Laerte uccide Eupeite, padre di Antinoo. Soltanto l’intervento di Zeus e di Atena interrompe la catena della rappresaglia. La dea impone alle parti un patto e restituisce a Itaca una pace politica, non soltanto domestica. Il ritorno dell’eroe trova compimento quando la vendetta smette di produrre nuove vendette e l’autorità torna a essere riconosciuta.

Christopher Nolan elimina proprio questo epilogo. Nel suo film non compaiono né la riconciliazione fra le fazioni, né l’incontro con Laerte, né la reintegrazione definitiva di Ulisse sul trono. Telemaco diventa re; Ulisse, gravemente ferito, lascia Itaca con Penelope e naviga verso occidente per onorare i compagni caduti. La dinastia continua, ma il sovrano che ha riconquistato la casa non può più abitarne il “centro”.

La sostituzione non è un semplice adattamento narrativo. È una presa di posizione sul nostro tempo. Omero racconta come ricostruire un ordine dopo la guerra. Nolan domanda se l’ordine possa essere ricostruito dagli stessi uomini, con gli stessi strumenti e attraverso gli stessi racconti che hanno prodotto la catastrofe. L’Ulisse omerico ritorna per restaurare la propria autorità. Quello di Nolan ritorna per riconoscere la propria colpa, cedere il comando e ripartire.

In questa distanza si fonda la lettura geopolitica. L’Odissea di Nolan può essere interpretata come una parabola dell’interregno contemporaneo e, in particolare, della condizione americana: una potenza ancora centrale, capace di prevalere, colpire, mobilitare e modificare il calcolo altrui, ma sempre meno certa di poter trasformare la vittoria in ordine, il comando in consenso e la superiorità in durata. È il problema posto al centro degli Stati Uniti nell’Interregno: non la scomparsa della potenza americana, ma l’aumento dell’attrito necessario a convertirla in una configurazione politica stabile.

L’Odissea come poema della restaurazione

L’Odissea nasce dal problema politico aperto dall’Iliade. La guerra è terminata, Troia è stata distrutta, i vincitori stanno tornando. Ma la fine delle operazioni militari non coincide con la ricomposizione dell’ordine. Agamennone viene assassinato nella propria casa. Menelao vaga. Aiace muore. Ulisse impiega altri dieci anni per raggiungere Itaca. Il conflitto continua a vivere nei corpi, nelle famiglie, nei regni e nelle rotte.

Il nostos non è quindi soltanto il ritorno geografico. È la conversione della violenza militare in autorità politica. Ulisse deve tornare a essere marito, padre, figlio e re. Deve ricomporre l’oikos, ristabilire le gerarchie, riconoscere i fedeli, punire chi ha profanato la casa e impedire che la vendetta sfoci in una faida interminabile.

Per Omero, la civiltà dipende dalla presenza di confini comprensibili. Occorre distinguere l’ospite dal predatore, il sovrano dall’usurpatore, il dono dal saccheggio, la vendetta legittima dall’eccesso, l’intelligenza dalla tracotanza. Persino l’inganno, qualità essenziale di Ulisse, trova il proprio limite nell’esistenza di un ordine più vasto, garantito dagli dèi e riconoscibile attraverso riti, obblighi e genealogie.

Il letto, costruito attorno al tronco vivo dell’ulivo, condensa questo significato. Penelope riconosce Ulisse quando egli dimostra di conoscere il segreto di un oggetto che non può essere spostato senza distruggere la casa stessa. L’identità è radicata. Il viaggio acquista senso perché esiste un punto immobile a cui tornare.

L’ordine omerico non è pacifico. È gerarchico, aristocratico, violento, religioso. La strage dei Proci appare necessaria e viene assistita da Atena. Ma Omero sa che la restaurazione non può coincidere con una violenza senza fine. Per questo il poema non si conclude né quando Ulisse tende l’arco né quando Penelope lo riconosce. Si conclude quando una forza superiore interrompe la rappresaglia e trasforma il vincitore in sovrano.

La lezione politica è severa: conquistare la casa non basta. Occorre ripristinare l’abitabilità dello spazio comune.

Nolan e l’impossibilità del ritorno

Nolan conserva la struttura del nostos, ma ne modifica la destinazione. Il suo Ulisse non incontra soltanto ostacoli esterni. Porta dentro di sé il mondo che ha distrutto. La distanza da Itaca è psicologica prima ancora che geografica. L’amnesia presso Calipso, le apparizioni ambigue di Atena e la riluttanza a rivelare la propria identità trasformano il travestimento omerico in dissociazione. L’eroe non teme soltanto di non essere riconosciuto. Teme ciò che il riconoscimento lo costringerà ad ammettere.

Il nodo è Troia. Nel film, il cavallo non rappresenta soltanto il vertice dell’intelligenza strategica. È la violazione originaria della norma che rende possibile la civiltà. Nolan ha attribuito grande rilievo alla xenía, la legge dell’ospitalità, spiegandola come il principio che consente agli esseri umani di viaggiare, commerciare e affidarsi agli sconosciuti. Il suo abuso comporta conseguenze che si estendono oltre la singola vittoria.

Il cavallo viene offerto come dono e impiegato come strumento di infiltrazione. La fiducia diventa vulnerabilità; il simbolo della pace, strumento di annientamento. La mêtis di Ulisse raggiunge il proprio capolavoro mentre distrugge la norma che dovrebbe governarne l’uso.

Qui Nolan rovescia la postura omerica. In Omero l’intelligenza flessibile dell’eroe è necessaria per sopravvivere in un mondo ostile. Nel film la stessa intelligenza si trasforma in un problema geopolitico: fino a che punto una civiltà può impiegare l’inganno, la superiorità tecnologica e la violenza eccezionale senza modificare la propria natura? Quanto a lungo può sostenere che gli strumenti utilizzati al di fuori dei propri confini non torneranno a incidere sulle norme e sulle fratture interne?

L’Ulisse di Nolan ha vinto la guerra e ha perso l’innocenza strategica. Ha ottenuto il risultato operativo, ma non ha controllato le conseguenze sistemiche. La sua vittoria è precisamente ciò che vivono oggi gli Stati Uniti: un fallimento di conversione: i mezzi raggiungono l’obiettivo immediato, ma non producono una configurazione stabile, credibile e duratura. La capacità di comandare sopravvive; l’autorità necessaria per ordinare diminuisce.

L’egemone come Ulisse

L’analogia con gli Stati Uniti non consiste nell’identificare meccanicamente Washington con un personaggio storico. Consiste nel riconoscere una struttura.

Ulisse è il vincitore che ha ideato il dispositivo decisivo. È il combattente capace di attraversare ogni ambiente, di mobilitare alleati, di adattarsi, di dissimulare e di sopravvivere. Dispone di una superiorità qualitativa che nessun avversario possiede nella stessa combinazione. Eppure questa superiorità non gli consente di controllare il tempo successivo alla vittoria.

È la condizione della potenza americana nell’interregno. Gli Stati Uniti restano il centro militare, finanziario, tecnologico e relazionale del sistema. Nessun rivale dispone ancora della stessa combinazione di scala continentale, dollaro, alleanze, basi, università, innovazione, reti informative, capacità marittima e attrazione migratoria. Il problema non è la scarsità assoluta dei mezzi, ma la difficoltà di coordinarli in una linea riconoscibile e sufficientemente continua. La loro forza appare spesso più efficace nell’aprire una fase che nel governarne la durata.

Come Ulisse, l’America contemporanea sa accelerare. Sa mobilitare coalizioni, imporre sanzioni, proiettare forza, controllare nodi finanziari e tecnologici, sostenere gli alleati, degradare gli apparati avversari. Fatica maggiormente a trasformare questa energia in un ordine accettato quando il momento dell’emergenza è passato.

La differenza tra egemonia e comando diventa allora decisiva. Il comando obbliga. L’egemonia orienta il comportamento altrui perché la struttura guidata dal centro appare, almeno in parte, legittima, prevedibile e conveniente. Il comando può essere esercitato episodicamente con la forza. L’egemonia ha bisogno di tempo, di fiducia e della capacità di reintegrare anche chi non ottiene tutto ciò che desidera.

L’Ulisse di Nolan conserva il comando: tende l’arco, elimina i Proci, riprende materialmente il palazzo. Ma non recupera l’egemonia. Il suo stesso ritorno rivela che la forza capace di liberare Itaca è anche la forza che ha contribuito a dissolvere il mondo conosciuto. Può ancora vincere. Non può più presentarsi come fondamento incontestato dell’ordine.

Questa è forse la traduzione cinematografica più precisa della crisi americana. Gli Stati Uniti restano indispensabili al funzionamento dell’ordine internazionale, ma la loro centralità non basta più a rendere automaticamente legittimo il loro comando agli occhi degli altri attori.

Il cavallo di Troia e la crisi dell’ordine aperto

La xenía omerica è una tecnologia arcaica di consolidamento della fiducia. Prima del diritto internazionale moderno, delle assicurazioni, delle ambasciate permanenti e delle organizzazioni multilaterali, essa rende possibile attraversare uno spazio frammentato. Lo straniero deve poter essere accolto perché nessuna comunità è completamente autosufficiente. Il commercio, il viaggio e la comunicazione presuppongono una soglia minima di reciprocità.

L’ordine internazionale, costruito sulla centralità americana dopo il 1945, ha svolto, in forma moderna, una funzione parzialmente analoga. Rotte marittime, moneta, istituzioni, mercati, alleanze, standard e infrastrutture hanno ridotto l’incertezza di una parte crescente delle relazioni internazionali. Non hanno eliminato il conflitto né sono mai stati neutrali. Hanno tuttavia offerto una grammatica entro cui amici, rivali e potenze intermedie potevano calcolare costi, accessi e livelli di protezione.

Nell’interregno, queste infrastrutture vengono sempre più utilizzate come leve di coercizione. Pagamenti, semiconduttori, assicurazioni, dati, piattaforme, porti, controlli sulle esportazioni, sanzioni e reti logistiche diventano strumenti della competizione. La loro trasformazione in armi può rivelarsi efficace e, in molti casi, strategicamente necessaria. Ma ogni impiego riduce una quota della neutralità percepita del circuito. Il dono rivela il soldato nascosto al suo interno.

Il cavallo di Nolan diventa così una metafora delle interdipendenze trasformate in dispositivi di pressione. Le reti costruite per connettere possono essere impiegate per escludere; le tecnologie nate per distribuire capacità possono diventare strumenti di sorveglianza; le regole presentate come universali possono apparire selettive; la protezione può assumere la forma di un pedaggio.

Il rischio non è soltanto morale. È strategico. Quando gli attori temono che ogni dipendenza possa essere convertita in coercizione, cercano ridondanze, alternative, scorte, sistemi di pagamento paralleli, filiere regionali e margini di autonomia. La potenza americana continua a produrre obbedienza, ma può al contempo incentivare l’uscita dai circuiti che ne moltiplicano il peso.

Nel lessico dell’interregno, è il passaggio dall’ordine alla contrattualizzazione. L’alleato non interpreta più la garanzia come appartenenza a una struttura condivisa, bensì come prestazione continuamente rinegoziabile. Il rivale non vede più la rete come ambiente in cui competere, ma come una vulnerabilità da cui separarsi. La stessa centralità che rende possibile la pressione genera incentivi alla biforcazione.

I popoli del mare e la costruzione del nemico

L’innovazione geopolitica più esplicita del film è il motivo dei “popoli del mare”. A Itaca e nelle altre comunità attraversate da Ulisse circola il timore di predoni provenienti dall’orizzonte, forze senza volto accusate di portare il collasso. Nel momento decisivo Penelope riconduce quella minaccia all’eroe stesso: i Greci che tornano da Troia sono i distruttori che gli altri popoli vedono arrivare dal mare. Nolan collega questa invenzione narrativa all’incertezza storica sull’identità dei cosiddetti Popoli del Mare e alla possibilità che il collasso dell’età del bronzo non sia stato causato da un invasore unitario, bensì da un insieme di crisi sociali, economiche e politiche.

La scena affronta un meccanismo centrale della geopolitica contemporanea: la tendenza delle società in crisi a trasformare la propria disarticolazione in una minaccia esterna dal volto semplice.

Il nemico esterno è spesso reale. La Cina conduce una competizione sistemica; la Russia ricorre alla forza e alla coercizione; gli attori regionali e non statali cercano di sfruttare le vulnerabilità occidentali. Ridurre tutto a una proiezione psicologica sarebbe analiticamente falso e strategicamente pericoloso.

Ma la capacità del rivale di produrre effetti dipende dalle condizioni della casa che intende colpire. Disinformazione, coercizione economica, pressione migratoria, attacchi informatici e campagne d’influenza non creano fratture dal nulla. Entrano in quelle già esistenti, ne modificano il rendimento, le sincronizzano, le rendono più difficili da governare.

È uno dei punti centrali degli Stati Uniti nell’interregno: la rivalità è esterna per oggetto, ma interna per sostenibilità. La Cina non produce la polarizzazione americana, la deindustrializzazione, la crisi della rappresentanza o la sfiducia istituzionale. Può però incorporarle nel proprio calcolo, attendere che consumino la continuità, sfruttare le oscillazioni e offrire ad altri Stati l’immagine di un centro meno capace di mantenere la parola data.

Nolan radicalizza questa intuizione. Il nemico che arriva dal mare non è semplicemente “altro”. È anche il modo in cui una società vede la violenza che essa stessa ha proiettato oltre il proprio orizzonte.

Trasposto sul piano americano, il messaggio risulta scomodo. Per decenni gli Stati Uniti hanno concepito la distanza geografica come protezione: le guerre venivano combattute altrove, le distruzioni si consumavano in territori periferici, le crisi potevano essere amministrate senza modificare la vita ordinaria del centro. Ma l’esterno rientra. Rientra attraverso veterani, debito, migrazioni, radicalizzazione, sorveglianza, militarizzazione delle istituzioni civili, vulnerabilità informatiche, dipendenze industriali, prezzi energetici e narrazioni di tradimento.

Troia torna a Itaca non perché gli eserciti troiani conquistino l’isola, ma perché la guerra modifica la struttura morale e politica di chi l’ha combattuta.

Itaca e la geopolitica interna

L’Itaca del film non è una casa intatta che attende il legittimo proprietario. È un sistema che ha continuato a vivere durante la sua assenza, accumulando interessi, paure, rancori e aspirazioni. I Proci consumano il patrimonio di Ulisse, competono per Penelope, minacciano Telemaco e trasformano la sospensione del comando in rendita politica.

Il parallelismo con la società americana non può, evidentemente, ridursi a un’allegoria elementare. Non esiste un singolo gruppo che possa essere identificato con i Proci. Il significato geopolitico è più profondo: quando il centro perde autorevolezza, gli attori che occupano la casa smettono di agire come parti di un ordine e cominciano a comportarsi come pretendenti alla totalità.

È la soglia che separa la polarizzazione dalla tribalizzazione. Il conflitto non riguarda più soltanto interessi o programmi. La vittoria dell’avversario viene percepita come perdita della propria casa, cancellazione della propria memoria, minaccia al proprio modo di vivere. Il cittadino formalmente uguale diventa una presenza impropria nello spazio comune. Il compromesso appare come contaminazione. La sconfitta smette di essere temporanea e diventa esistenziale.

In questa condizione, ogni dossier esterno viene risemantizzato dalla guerra interna. La Cina, l’Ucraina, il Medio Oriente, le migrazioni, il commercio, l’energia o il clima non sono discussi soltanto in base al loro contenuto strategico. Diventano prove dell’identità delle tribù domestiche. Ogni impegno internazionale è letto come vittoria di una parte e resa dell’altra. Il costo esterno dell’azione si aggiunge al costo interno della legittimazione.

L’assenza di Ulisse è dunque l’assenza di una grammatica capace di ordinare il conflitto, non semplicemente l’assenza di una grammatica di un uomo forte. È questo il significato più utile dell’interregno. Non un vuoto assoluto, ma la coesistenza tra istituzioni ancora operative e una minore capacità di produrre consenso, priorità e continuità.

Il ritorno del sovrano, da solo, non risolve la crisi. Nell’America contemporanea la nostalgia per una restaurazione immediata assume forme differenti e contrapposte: ritorno alla grandezza industriale, ritorno all’ordine liberale, ritorno alla normalità istituzionale, ritorno alla frontiera, ritorno all’egemonia incontestata. Tutte promettono di rimettere il letto al centro della stanza. Nessuna può cancellare i mutamenti avvenuti nella casa.

Nolan comprende che il ritorno non riavvolge il tempo. Ma, trasformando l’unica soluzione possibile nell’abbandono del trono, rischia di passare dalla critica della restaurazione all’estetica dell’abdicazione.

La strage dei Proci e il ritorno della guerra

Nel poema omerico, la strage dei Proci ristabilisce una giustizia violata. Essi hanno consumato il patrimonio del re, progettato l’assassinio di Telemaco e infranto le regole dell’ospitalità. Atena combatte accanto a Ulisse e legittima la punizione.

Nolan conserva la colpevolezza dei Proci, ma modifica il significato del massacro. L’uomo tornato da Troia riproduce nel proprio palazzo la forma della violenza che ha esercitato lontano. La sala chiusa diventa una nuova città assediata. L’arco restituisce il comando, ma conferma anche l’impossibilità di separare il liberatore dal distruttore.

L’ambiguità è contemporanea. Le democrazie occidentali continuano a necessitare di forza. Deterrenza, difesa delle rotte, protezione degli alleati e contenimento delle potenze revisioniste non possono essere sostituiti da mera testimonianza morale. Tuttavia, ogni espansione degli strumenti coercitivi modifica le società che li impiegano.

La guerra esterna produce apparati, linguaggi e categorie che possono trasferirsi all’interno. Il nemico viene cercato tra i cittadini. La politica assume il registro dell’emergenza. La sorveglianza diventa ordinaria. La violenza privata viene immaginata come riserva di sovranità. La polizia assorbe materiali e culture militari. Il confine tra sicurezza e appartenenza si assottiglia.

Il problema non consiste nell’esistenza degli apparati. Consiste nella perdita di una distinzione condivisa tra l’eccezione e la normalità. Quando ogni conflitto viene descritto come guerra e ogni avversario come una minaccia esistenziale, la casa assume progressivamente la forma di un campo di battaglia.

Nolan porta questa logica alla sua conclusione drammatica: Ulisse può eliminare i nemici interni, ma non può più presentare la propria violenza come esterna alla crisi della casa. Troia e Itaca appartengono allo stesso circuito.

Penelope e la verità dell’egemonia

La Penelope omerica custodisce la casa attraverso una mêtis parallela a quella del marito. La tela fatta e disfatta, l’ambiguità con cui gestisce i Proci e la prova del letto mostrano che il ritorno di Ulisse non è possibile senza il riconoscimento di una figura altrettanto intelligente.

Nel film, Penelope assume una funzione ulteriore. Non è soltanto la custode della continuità. È il soggetto che rifiuta la versione celebrativa dell’eroe. Vuole l’uomo, non il canto costruito attorno a lui. È lei a trasformare i “popoli del mare” da minaccia anonima in un giudizio sulla responsabilità di Ulisse. La contrapposizione tra verità e racconto autoassolutorio è uno dei cardini del film.

In termini geopolitici, Penelope rappresenta la base domestica che chiede alla potenza di rendere conto della distanza fra narrazione e risultati. Nessuna egemonia si regge soltanto sulla capacità materiale. Ha bisogno di una storia che renda il sacrificio comprensibile, la gerarchia tollerabile e la missione riconoscibile.

Il soft power americano è stato a lungo alimentato dalla capacità di presentare gli interessi nazionali come compatibili con un ordine più ampio: sicurezza delle rotte, apertura economica, autodeterminazione, alleanze, democrazia, mobilità sociale. Questa narrazione non è stata una pura finzione. Ha prodotto istituzioni, aspettative e opportunità reali. Ma la distanza tra promessa e pratica ha progressivamente consumato la credibilità.

Le guerre senza fine, il trattamento diseguale delle crisi, l’uso selettivo delle regole, la disarticolazione sociale interna e l’incapacità di estendere a una parte della propria popolazione i benefici associati al modello americano indeboliscono il racconto. La reputazione non crolla in un solo momento. Diventa segmentata. Gli alleati continuano ad aver bisogno di Washington, ma ne temono l’intermittenza. I rivali ne denunciano l’ipocrisia, pur sfruttando l’ordine che contestano. Le potenze medie cercano vantaggi senza aderire integralmente a nessun campo.

Penelope non chiede a Ulisse di essere innocente. Gli chiede di smettere di confondere la propria versione con la verità. È la condizione minima per ricostruire la fiducia.

Una potenza può sopravvivere alla perdita dell’innocenza. Sopravvive più difficilmente alla necessità permanente di negare le proprie contraddizioni.

Telemaco e la successione generazionale

La scelta di incoronare Telemaco è una delle modifiche più radicali apportate da Nolan. Nel poema, il figlio matura attraverso il ritorno del padre. Combatte con lui, viene reintegrato nella genealogia e si prepara a ereditarne un giorno la funzione. Ma Ulisse resta re.

Nel film la generazione della guerra cede immediatamente il potere alla generazione cresciuta nella sua assenza. La maturità di Ulisse non consiste nel riprendere il trono, bensì nel riconoscere di non poterlo più occupare senza prolungare la crisi.

La scena parla a una società in cui il ricambio generazionale è diventato una questione geopolitica. Le generazioni che hanno costruito, amministrato o ereditato l’ordine del dopoguerra continuano a controllarne le istituzioni, i patrimoni e i linguaggi. Quelle successive ricevono un mondo più instabile, costoso e frammentato: debito, cambiamento climatico, precarietà abitativa, disuguaglianza, competizione tecnologica, guerre prolungate e crisi della fiducia.

L’incoronazione di Telemaco esprime il desiderio che il futuro venga affidato a chi non porta direttamente la colpa di Troia. Ma la sostituzione biologica non coincide automaticamente con una trasformazione politica. Il figlio può ereditare il trono senza ereditare la capacità di governare. Può non condividere le colpe del padre, ma subisce le conseguenze delle sue decisioni.

Qui il finale di Nolan rivela una debolezza geopolitica. Telemaco diventa re senza che venga mostrata la ricomposizione delle fazioni, la legittimazione del nuovo comando o la soluzione delle fratture che hanno disarticolato Itaca. La successione appare come risposta a un problema che, invece, è istituzionale, sociale e strategico.

Una grande potenza non rinnova la propria forma soltanto sostituendo i governanti. Deve ricostruire la capacità di rendere accettabile la sconfitta, credibile la procedura, sostenibile il sacrificio e comprensibile la gerarchia delle priorità. La crisi della rappresentanza comincia proprio quando il sistema continua a funzionare, ma persuade meno; quando la procedura produce vincitori senza riuscire a reintegrare gli sconfitti.

Telemaco è una promessa. Non è ancora una strategia.

Un mondo senza Atena

Nolan riduce la presenza tangibile degli dèi. Zeus, Poseidone ed Hermes non intervengono come personaggi. Atena rimane ambigua: dea, memoria, coscienza o immagine della giovane troiana uccisa. Il regista ha voluto rappresentare il divino attraverso la natura e la percezione umana, evitando figure lontane che muovono gli uomini come pezzi su una scacchiera.

La scelta trasferisce la responsabilità dal cosmo all’individuo. Ulisse non può attribuire interamente le proprie azioni al favore o all’ostilità divina. Deve riconoscere ciò che ha fatto.

Ma l’eliminazione degli dèi comporta anche una conseguenza politica. Nell’Odissea originale, Atena non serve soltanto a proteggere l’eroe. Serve a chiudere il conflitto. Rappresenta un’autorità capace di interrompere la faida quando nessuna delle parti possiede, da sola, un incentivo sufficiente a fermarsi.

Il sistema internazionale contemporaneo condivide il problema del film: non dispone di un’Atena riconosciuta da tutti. Le Nazioni Unite, il diritto internazionale, i regimi di controllo degli armamenti e le istituzioni multilaterali non sono scomparsi, ma la loro capacità di imporre la cessazione dei conflitti dipende sempre più dal consenso delle potenze che vi partecipano. Le regole restano operative, ma richiedono una manutenzione crescente. L’ordine diventa più oneroso se non viene sostituito da un nuovo ordine.

La rivalità sino-americana non produce ancora due blocchi impermeabili. Genera piuttosto circuiti sovrapposti, coalizioni modulari e allineamenti variabili. La Russia può essere contenuta militarmente in un teatro e mantenere capacità di disturbo altrove. Potenze di medie dimensioni come l’India, la Turchia, l’Arabia Saudita e il Brasile cercano autonomia senza una piena neutralità. Gli alleati americani chiedono protezione e, al contempo, un maggiore margine d’azione.

In questo ambiente nessun attore può imporre il momento in cui la pressione deve cessare. La deterrenza si irrigidisce. La coercizione sottosoglia si prolunga. Le sanzioni diventano permanenti. Gli shock regionali si sovrappongono. Le guerre possono non sfociare in una conflagrazione sistemica, ma non arrivano nemmeno a una vera conclusione.

È il mondo dopo la scomparsa di Atena: non il caos assoluto, bensì una pace più militarizzata, intermittente e costosa.

La Cina e la lotta per l’egemonia

La lettura morale di Nolan non deve oscurare la struttura della competizione. Se Ulisse è anche un distruttore, ciò non rende innocenti Polifemo, i Lestrigoni o i Proci. Se l’America ha contribuito ad alcune delle crisi dell’ordine, ciò non significa che la sfida cinese, il revisionismo russo o le ambizioni delle potenze regionali siano semplici reazioni alla colpa occidentale.

La geopolitica comincia dalla pluralità delle volontà. Pechino non contesta gli Stati Uniti soltanto perché Washington avrebbe tradito le proprie promesse. Li contesta perché la crescita della capacità cinese genera interessi, percezioni e aspirazioni incompatibili con una supremazia americana indefinita. La Cina cerca un maggiore controllo sui propri accessi, sulle filiere, sulle tecnologie, sui mari vicini e sulla definizione delle regole. Vuole ridurre la vulnerabilità nei nodi dominati dagli Stati Uniti e trasformare il proprio peso industriale in influenza politica.

La sfida cinese è dunque materiale, geografica e temporale. Pechino può sfruttare la prossimità nel Pacifico occidentale, la profondità produttiva, la scala del mercato e una maggiore continuità della pianificazione. Washington conserva una rete di alleanze, una capacità finanziaria, tecnologica e militare superiore in molti domini, ma deve trasformare risorse disperse in una presenza credibile anche sotto pressione.

Il punto di contatto con Nolan non è che la Cina sia moralmente superiore. È che l’egemone rischia di affrontare il rivale attraverso una narrazione che impedisce di vedere le proprie vulnerabilità. Presentare ogni problema come prodotto dell’aggressività altrui può ritardare la ricostruzione industriale, la coesione sociale, la disciplina fiscale, la continuità alleata e la capacità di selezionare gli impegni.

Al tempo stesso, trasformare l’autocritica in paralisi produrrebbe l’errore opposto. Una potenza che interpreta ogni esercizio della forza come colpa e ogni rinuncia come redenzione non costruisce un ordine più giusto. Crea spazi che altri attori riempiono in base ai propri interessi.

L’Odissea di Nolan coglie il rischio dell’autoassoluzione egemonica. Non offre però una teoria sufficiente della responsabilità dell’avversario.

Il limite geopolitico del messaggio di Nolan

Il finale del film possiede una grande forza morale. Ulisse riconosce ciò che ha fatto, cede il potere e parte con Penelope. La guerra non viene convertita in titolo permanente al comando. Il sacrificio non è premiato con il diritto automatico a governare.

Ma ciò che redime l’individuo può destabilizzare il sistema.

Omero comprende che la partenza del re non è una soluzione sufficiente. Dopo la strage, qualcuno deve porre fine alla faida, riconoscere un’autorità e ricostruire la continuità. Nolan elimina questa domanda oppure l’affida implicitamente a Telemaco.

In termini contemporanei, la sua soluzione assomiglia alla tentazione americana di credere che il ritiro dal centro possa purificare la potenza dalle contraddizioni della propria egemonia. Ma gli Stati Uniti non possono semplicemente lasciare Itaca. La casa americana è già attraversata dal mondo: semiconduttori, energia, farmaci, capitali, migrazioni, piattaforme, università, basi, alleanze, rotte e dollaro collegano interno ed esterno. Un ritiro non interromperebbe questi circuiti; ne modificherebbe il funzionamento e distribuirebbe diversamente i costi.

Anche la restaurazione pura è impossibile. Non si può tornare al 1945 o agli anni Novanta. La distribuzione della potenza è mutata, la società americana è più frammentata, gli alleati sono più autonomi, la Cina è più forte, le filiere sono più politicizzate e la pazienza domestica è più limitata.

La scelta reale non è quindi tra restare re, come se nulla fosse accaduto, e salpare verso occidente. È tra le diverse forme di permanenza.

Gli Stati Uniti possono cercare una guida selettiva, riducendo gli impegni meno decisivi per sostenere meglio quelli fondamentali; possono trasformare alleanze e accessi in una negoziazione coercitiva permanente, monetizzando la centralità ma consumando fiducia; oppure possono oscillare tra mobilitazione e ritiro, producendo un’intermittenza che induce alleati e rivali a incorporare la possibilità di revoca. Queste posture descrivono il vero campo della scelta americana.

Nolan sceglie simbolicamente la partenza. La geopolitica richiede una soluzione più difficile: restare senza pretendere di tornare identici.

Verso occidente

La direzione scelta da Nolan possiede un valore simbolico che non dipende da un’unica intenzione autoriale. Ulisse e Penelope navigano verso occidente. Il re lascia il centro e si dirige verso l’orizzonte che, nella lunga storia occidentale, diventerà spazio dell’espansione, della frontiera, della promessa e della fuga.

Per gli Stati Uniti, l’Ovest non è soltanto un punto cardinale. È una struttura dell’immaginario nazionale: movimento, rigenerazione, appropriazione dello spazio, rifiuto del limite, possibilità di ricominciare oltre la linea precedente. La partenza di Ulisse può quindi essere letta come l’ultima trasformazione dell’eroe occidentale: incapace di restaurare pienamente il centro, cerca nell’orizzonte una nuova forma di espiazione.

Ma l’interregno non offre più frontiere vuote. Ogni spazio è abitato, sorvegliato, connesso e conteso. Il Pacifico non è il mare aperto dell’espansione americana ottocentesca. È il centro della competizione con la Cina. Lo spazio è affollato di basi, rotte, missili, cavi, isole, porti e alleati. L’orizzonte occidentale conduce al luogo in cui la superiorità americana viene sottoposta alla prova più difficile.

La navigazione finale può allora assumere un significato involontariamente geopolitico. Ulisse non abbandona davvero la storia. Si dirige verso il teatro in cui la civiltà da lui rappresentata dovrà misurare la distanza tra la propria immagine e la propria capacità di durata.

La sintesi necessaria: Omero dopo Nolan

Il messaggio contemporaneo di Nolan è prezioso perché incrina tre illusioni.

La prima è che una vittoria militare produca automaticamente un ordine politico. La seconda è che la violenza esercitata a distanza resti esterna alla società che la impiega. La terza è che l’egemone possa conservare la credibilità indefinitamente attraverso il controllo del racconto.

Ma la risposta non può essere solo la colpa. L’autocoscienza è una condizione della strategia, non la sua sostituzione. Una potenza che riconosce i propri errori, ma rinuncia a distinguere tra amici, rivali, aggressori e vittime, perde la capacità di orientarsi. Una potenza che rifiuta ogni responsabilità trasforma la forza in un comando nudo e accelera la ricerca di alternative.

La postura adeguata all’interregno deve combinare Nolan e Omero.

Da Nolan occorre assumere il riconoscimento: l’egemone deve guardare le conseguenze della propria azione, misurare la distanza fra retorica e risultati, distinguere la sicurezza dall’autoassoluzione, accettare che la propria presenza possa essere percepita diversamente da chi la subisce.

Da Omero occorre conservare la necessità della forma: la guerra deve terminare in un ordine; la vendetta deve incontrare un limite; il comando deve trasformarsi in autorità; la casa deve tornare abitabile; la pace deve essere organizzata, non soltanto desiderata.

Applicata agli Stati Uniti, questa sintesi implica una leadership meno universalistica nelle promesse e più rigorosa nell’esecuzione. Richiede una ricostruzione industriale che non diventi semplice protezionismo elettorale; alleanze concepite come divisione del lavoro e profondità strategica, non come pedaggi; deterrenza accompagnata da canali, regole e disciplina semantica; uso della coercizione economica consapevole del costo sistemico; politica interna capace di impedire che ogni scelta estera diventi un’arma della guerra tribale interna.

Richiede soprattutto di ricostruire il rapporto tra potenza e legittimità. La grandezza americana non può più essere misurata soltanto dalla capacità di raggiungere Troia. Deve essere misurata dalla capacità di tornare senza portare Troia dentro Itaca.

La costruzione delle forma

L’Odissea di Omero termina con un ordine restaurato dall’intervento divino. Quella di Nolan si conclude con un sovrano che riconosce di non poter più governare la casa appena riconquistata. Il primo finale appartiene a una civiltà che immagina la pace come reintegrazione gerarchica; il secondo, a un’epoca che diffida dell’eroe, della vittoria e delle narrazioni con cui il potere si giustifica.

Il nostro tempo si colloca tra i due.

Non possiede più la fiducia omerica in un’autorità superiore in grado di porre fine alla faida. Ma non può permettersi la soluzione nolaniana dell’abbandono. L’interregno non è il momento in cui il centro scompare. È il momento in cui la sua permanenza diventa più costosa, meno naturale e più difficile da tradurre in ordine.

Gli Stati Uniti sono ancora Ulisse: dispongono dell’arco, conoscono le rotte, conservano alleati, memoria e capacità di iniziativa. Sono però anche Itaca: una casa attraversata da pretendenti, dalla sfiducia, dalle disuguaglianze, dalla tribalizzazione e dalle contese sulla propria identità. E sono, nella prospettiva più inquietante suggerita da Nolan, anche i popoli del mare: la potenza che gli altri possono vedere arrivare dall’orizzonte non come garante, ma come forza capace di dissolvere le norme che proclama.

La sfida dell’egemonia americana non è scegliere una sola di queste identità. È impedire che si separino fino a diventare incompatibili.

Ulisse non deve fingere di essere innocente. Ma non può nemmeno limitarsi a partire. Deve trasformare il riconoscimento della colpa in disciplina, la superiorità in selezione, l’alleanza in durata e la forza in una nuova capacità di ordinare.

Il vero ritorno contemporaneo non è la restaurazione del mondo perduto. È la costruzione di una forma capace di sopravvivere alla consapevolezza di ciò che quel mondo ha fatto.

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