Redatto il 26 aprile 2026
C’è una soglia oltre la quale i think tank smettono di essere luoghi di elaborazione e diventano organi di trasformazione politica. Gli Stati Uniti della seconda amministrazione Trump sembrano averla oltrepassata. Attorno al presidente orbitano fondazioni, centri di studi, reti di giuristi, laboratori di policy e incubatori di personale come accade in ogni grande democrazia. In questa fase, però, tali organismi non si limitano a produrre idee per il potere. Producono il potere come “forma”: selezionano uomini, predispongono testi, addestrano quadri, consolidano catene di lealtà, offrono alla coalizione una grammatica morale e trasformano le paure sociali disperse in decisioni amministrative. La guerra culturale che frattura gli Stati Uniti cessa così di essere soltanto scontro politico e diventa ispirazione e matrice della re-ingegneria di regime.
L’America First Policy Institute, l’Heritage Foundation, il Center for Renewing America, il Claremont Institute e, in modo più settoriale ma non meno rivelatore, il Center for Immigration Studies, non vanno letti come un semplice catalogo di organizzazioni vicine a Trump. Sono luoghi in cui il trumpismo cerca di risolvere il suo problema più profondo: passare dalla mobilitazione alla durata, dal moto all’istituzione, dall’insorgenza elettorale alla forma-Stato. La posta in gioco non è meramente ideologica. È geopolitica nel senso più pieno del termine: gli Stati Uniti non resteranno una superpotenza per il semplice fatto di possedere flotte, dollari, basi e capacità tecnologiche, ma soltanto se riusciranno a trasformare le risorse in strategia e la strategia in continuità. Quando la società si tribalizza, la fiducia verticale e orizzontale si erode, la legittimità delle mediazioni tradizionali si assottiglia, la politica estera smette di essere il piano superiore del sistema e diventa la proiezione della guerra civile fredda interna. Servono allora strutture capaci di tradurre il risentimento e la rabbia in architettura e grand strategy.
Il trumpismo non è mai stato una dottrina coerente. È stato piuttosto un dispositivo di semplificazione. Ha preso un mondo complesso e lo ha ridotto a una sola domanda: chi decide? Chi decide al confine, nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, nelle alleanze, nelle piattaforme digitali, nelle università, nelle agenzie federali? E poiché questa domanda nasce in una società che si sente espropriata della propria capacità di comando, la risposta non può che essere teatrale, morale, muscolare e basata sul concetto di un nuovo “noi”. Ma il teatro da solo non governa. Per governare occorre un’infrastruttura. Occorrono quadri affidabili, bozze di ordini esecutivi, personale addestrato, banche dati di reclutamento, interpretazioni giuridiche, reti di policy, luoghi di formazione e, soprattutto, un overarching principle che tenga insieme gli strati disparati della coalizione: working class in ansia di status, destra morale, nazionalisti economici, ceti medi impoveriti, anti-woke conservatives, mondo dell’impresa insofferente alla regolazione, porzioni della tech right, destra securitaria e repubblicani tradizionalisti.
Dalla federazione emotiva al tentativo di blocco
In questo sforzo di creazione di un’infrastruttura si concretizza il passaggio dalla coalizione al tentativo di blocco. Non in senso gramsciano classico, ma con una modalità più americana, pragmatica e plebiscitaria: trasformare una federazione emotiva in un sistema di potere durevole. L’Heritage Foundation lo ha intuito prima di molti altri, costruendo Project 2025 come un’infrastruttura fondata su quattro pilastri — policy, personale, formazione e playbook — pensati per mettere un’amministrazione conservatrice nelle condizioni di entrare in carica con un apparato già in parte predisposto. AFPI ha seguito una via più organicamente trumpiana: non disciplinare il movimento dall’esterno, ma offrirgli una casa, un lessico, una filiera di personale e continuità.[1]
Nel gennaio 2026, durante l’evento “Defining Issues and Strategies: America First in 2026”, AFPI ha rivendicato che il 91% delle proprie raccomandazioni federali fosse già stato attuato o fosse in corso di attuazione e che i suoi alumni servissero in sette dicasteri del gabinetto; sul proprio sito l’istituto continua, inoltre, a presentarsi come una struttura guidata da nove ex membri del gabinetto e da più di cinquanta ex funzionari di alto livello della Casa Bianca. Sono autorappresentazioni promozionali e, come tali, vanno lette. Ma proprio per questo meritano attenzione: in politica la propaganda conta soprattutto quando smette di essere pura aspirazione e comincia a descrivere, almeno in parte, una realtà o, per lo meno, una tendenza.[2]
I confini tra il laboratorio politico, il governo e l’apparato si stanno assottigliando. Non si tratta più di una semplice revolving door, bensì di un’integrazione verticale tra la produzione di senso, la selezione del personale e la capacità decisionale.
America First Policy Institute: il partito-Stato
AFPI è il caso più rivelatore perché non nasce come fondazione conservatrice tradizionale, bensì come proiezione organizzata del movimentismo trumpiano nel territorio della policy. Formalmente appartiene alla geografia ordinaria della policy industry di Washington; politicamente, però, è innestato nella Florida del trumpismo maturo. La questione non è notarile. È territoriale e simbolica. La sua orbita passa per Palm Beach, per Mar-a-Lago, per il circuito di eventi in cui il potere trumpiano si riconosce, si seleziona e si celebra, e per una sezione statale, AFPI Florida, che fa della Florida non soltanto un mercato elettorale, ma anche un laboratorio di governo. L’istituto non mira tanto a persuadere l’establishment quanto a sostituirlo. Funziona come un proto-ministero diffuso: definisce le priorità, recluta personale, prepara bozze operative e unisce il linguaggio della campagna a quello dell’amministrazione. Per questo il suo profilo è tanto diverso dall’Heritage Foundation quanto dal conservatorismo di fondazione del ciclo reaganiano.[3]
Questo radicamento floridiano non va inteso come localismo. La Florida non è la provincia del trumpismo; ne è la capitale extrafederale. Mar-a-Lago è la corte, Palm Beach il salotto politico-finanziario, Tallahassee il laboratorio normativo, Miami e il corridoio latino il terreno demografico della nuova coalizione. AFPI si colloca in questo triangolo: Washington, Miami, Mar-a-Lago. DC serve a tradurre la linea in governo; la Florida serve a produrre il clima, la fedeltà, il personale e l’immaginario. La destra americana possiede altri stati-fortezza — Texas per il confine e l’energia, Tennessee per il conservatorismo religioso e culturale, Ohio per il populismo industriale, Arizona per la frontiera migratoria — ma nessuno concentra nello stesso spazio la residenza politica del capo, il modello amministrativo di DeSantis, un grande bacino elettorale repubblicano, una rete di think tank, il laboratorio universitario anti-woke, la proiezione latino-conservatrice e la liturgia di Mar-a-Lago.
Sociologicamente, AFPI risponde a un preciso bisogno della destra trumpiana: istituzionalizzare l’insorgenza senza normalizzarla troppo. Heritage può apparire a una parte della base ancora troppo legata alla vecchia Washington conservatrice, ai suoi codici, alle sue mediazioni, alle sue cautele. AFPI, al contrario, si presenta come la casa del movimento America First. La sua funzione è rassicurare la coalizione sul fatto che questa volta il potere non verrà sequestrato dai vecchi intermediari. Per questo il suo peso è meno ideologico che antropologico.
La prova sta nella filiera del personale. Brooke Rollins è passata da AFPI al Dipartimento dell’Agricoltura; Linda McMahon all’Istruzione; Kevin Hassett, che all’istituto aveva presieduto il Board of Academic Advisors, guida il National Economic Council. Ad essi si aggiungono altre figure transitate dall’istituto alla Casa Bianca o a incarichi cabinet-level: Pam Bondi, già chair del Center for Litigation e co-chair del Center for Law and Justice; Doug Collins, già chair di AFPI Georgia; Scott Turner, già chair del Center for Education Opportunity; Lee Zeldin, già chair della China Policy Initiative e di Pathway to 2025; Heidi Overton, già Chief Policy Officer e vice chair del Center for a Healthy America; Lea Bardon, già Director of Development Operations; Matthew Whitaker, già co-chair del Center for Law & Justice. Accanto a questo nucleo esiste poi una fascia più ampia di simpatizzanti o figure dell’orbita AFPI, come Tulsi Gabbard, Lori Chavez-DeRemer e Mehmet Oz, che non provengono organicamente dall’istituto ma gravitano nello stesso ecosistema geografico, politico e amministrativo.[4]
La composizione della filiera conferma il punto. Pam Bondi non è soltanto un’ex dirigente dell’area legale di AFPI approdata al Dipartimento della Giustizia; è una figura politicamente costruita in Florida, dove è stata Attorney General dello Stato. Bob Rommel ed Erika Donalds radicano l’AFPI nella politica statale, soprattutto sul terreno decisivo dell’educazione. Scott Singer lega l’istituto al municipalismo conservatore della Florida meridionale. Altre figure minori — Austin Ferrer, John Daly, Justin Holtsnider, Richard Lawson — segnalano che il nesso non passa solo per la vetrina nazionale, ma anche per una rete di staff, avvocati, amministratori e operatori politici cresciuti nel circuito floridiano. La Florida è dunque, per AFPI, ciò che Washington non può più essere: non il luogo della mediazione, ma quello della lealtà.[5]
AFPI è dunque l’infrastruttura che consente al trumpismo di dire: non torneremo a essere tradotti, filtrati, corretti, sterilizzati da un ceto amministrativo ostile o da un conservatorismo disposto ad accogliere il movimento solo a condizione di addomesticarlo. Da qui deriva la sua funzione geopolitica. AFPI contribuisce a trasformare la regressione sociale americana in grammatica di governo: l’insicurezza del lavoro nel protezionismo commerciale; la crisi del ceto medio nella politica industriale selettiva; il risentimento verso l’apparato culturale progressista in lotta per la scuola, il lessico pubblico e l’università; l’ansia per la vulnerabilità materiale nel reshoring, nella sovranità tecnologica, nella priorità all’emisfero occidentale e nella saldatura tra industria, commercio e sicurezza nazionale. Non è soltanto un centro di studi. È una macchina di conversione del malessere interno in forma dello Stato.

Heritage Foundation: la restaurazione in procedura
Heritage svolge un compito diverso. Se AFPI è la proiezione organica del movimento, Heritage è la grande macchina di traduzione dottrinaria. La sua forza non sta nell’essere più trumpiana degli altri, ma nell’offrire al trumpismo ciò che esso fatica a produrre da solo: una disciplina amministrativa. Project 2025 è precisamente questo: il tentativo di trasformare la rivoluzione conservatrice in procedura, lo smantellamento dello Stato amministrativo in una sequenza di azioni governative realizzabili. Non si tratta soltanto di scrivere manifesti, ma soprattutto di predisporre il personale, la formazione e gli atti. In altri termini: occupare Washington con un apparato di sostituzione.[6]
L’attuale destra americana non vuole semplicemente “meno Stato”. Vuole uno Stato orientato in modo diverso: più leggero, dove ritiene che capitale, energia, tecnologia e accumulazione debbano essere liberati; più duro, dove ritiene che confine, ordine, famiglia, scuola e identità vadano difesi; più selettivo nel distinguere tra attività da incentivare e attività da colpire; più aggressivo verso ciò che considera cattura ideologica dell’apparato. Il vecchio binomio Mercato/Stato non descrive più a sufficienza la nuova destra americana. Il trumpismo tende a produrre uno Stato selettivo: deregolatore in alto, coercitivo ai margini, protettivo verso gli insiders, punitivo nei confronti di ciò che viene percepito come una minaccia alla coesione.
Heritage offre due solide basi a questo processo. La prima è una teoria dell’amministrazione come campo di battaglia. La seconda è un lessico moralmente elevato che trasforma la lotta alla burocrazia in qualcosa di più di una semplice disputa tecnica. Famiglia, religione civile, sovranità costituzionale, originalismo, critica allo Stato amministrativo, recupero della libertà economica e verticalità esecutiva vengono presentati come parti di una stessa restaurazione. Se AFPI custodisce la temperatura emotiva del movimento, Heritage tenta di trasformarla in dottrina e procedura.
Anche Heritage, pur restando il grande apparato dottrinario di Washington, incrocia la Florida in un punto decisivo: la trasformazione dell’istruzione in campo di governo. Il nesso non è quello di una sede, ma di una sperimentazione. Project 2025 fornisce il linguaggio della ristrutturazione amministrativa; la Florida mostra come quel linguaggio possa diventare atto statale, nomina, board, standard educativo, guerra al DEI, revisione dell’accreditamento, ridefinizione dell’università pubblica. Le nomine di Adam Kissel, visiting fellow di Heritage, e di Scott Yenor nel board della University of West Florida confermano che la battaglia conservatrice sull’università non resta nei paper, ma entra negli organi di governo degli atenei. Qui la Florida funge da banco di prova della restaurazione in corso: ciò che Heritage teorizza per Washington viene anticipato, con strumenti statali, nel laboratorio floridiano.[7]
Center for Renewing America: la guerra per il comando
Russ Vought e il CRA ricoprono un ruolo a parte. Vought, oltre a essere l’anima di questo think tank, è il punto d’incontro tra ideologia e macchina del potere. Il Center for Renewing America, fondato da lui nel 2021 dopo la sua prima esperienza all’Office of Management and Budget, nasce con una missione dichiarata: combattere la burocrazia woke e weaponized e sostituirla con una linea centrata su Dio, Patria e Comunità. Quando, nel gennaio 2025, Vought lascia formalmente il CRA per tornare alla direzione dell’OMB, il ponte tra think tank e Stato diventa concreto. L’uomo che aveva elaborato una teoria del conflitto con l’apparato rientra nel ruolo istituzionale da cui l’apparato può essere disciplinato.[8]
In un sistema che per decenni ha funzionato attraverso deleghe, agenzie, autonomie relative e poteri dispersi, il trumpismo di Vought mira a una verticalizzazione. Non basta vincere le elezioni e mobilitare. Occorre riconquistare l’apparato. Non basta nominare i vertici. Occorre ridefinire le catene di fedeltà, i criteri di reclutamento e le modalità di implementazione. Non basta denunciare il deep state dal palco. Occorre trasformare quella denuncia in criteri operativi per ristrutturare il rapporto tra potere politico e amministrazione. In questo senso, Vought conta meno come teorico astratto che come ingegnere della riduzione degli attriti tra la volontà politica e la macchina statale.
Dal punto di vista geopolitico, la forma della potenza esterna dipenderà sempre più dalla capacità del trumpismo di imporre una disciplina interna. Una politica estera transazionale e condizionale, fondata sul burden shifting, sulla priorità all’industria, sulla selezione degli impegni, sul crescente rilievo dell’emisfero occidentale e sulla riduzione delle pretese universalistiche, richiede un centro decisionale compatto. Se gli Stati Uniti devono essere meno architettura e più leva negoziale, meno custodi dell’ordine e più potenza selettiva, allora l’esecutivo deve potersi muovere con meno attriti interni. Lo dimostra anche il linguaggio ufficiale dell’amministrazione: la NSS 2025 lega la rinascita della potenza americana al controllo del confine, alla priorità industriale, alla sicurezza energetica, alla competizione tecnologica e al “Trump Corollary” alla dottrina Monroe. Lo mostra, sul piano fiscale, anche il linguaggio con cui Vought ha presentato lo skinny budget per il 2026 affermando che “finalmente finanziamo la forza e smettiamo di finanziare il declino”.[9]
Per il Center for Renewing America, il legame con la Florida è meno personale e più strutturale. Russ Vought non è un prodotto della politica floridiana. Il CRA resta un centro di comando washingtoniano. Ma la sua idea centrale — piegare l’apparato alla volontà esecutiva, ridurre l’autonomia della burocrazia, trasformare la denuncia del deep state in tecnica di governo — trova in Florida una prefigurazione statale. La Florida di DeSantis ha mostrato come il conservatorismo post-2016 possa non limitarsi alla protesta culturale: può intervenire sulle agenzie, rimuovere amministratori, disciplinare le università, condizionare i governi locali, usare la legge come strumento pedagogico e punitivo. In questo senso, il CRA non è floridiano per biografia, ma per grammatica: condivide con il modello DeSantis l’idea che la destra non debba più soltanto limitare lo Stato, bensì usarlo per ricostruire il comando. [10]
Claremont Institute: la teologia civile della restaurazione
Il Claremont Institute pesa meno come serbatoio di posti e più come serbatoio di senso. La sua funzione è fornire al trumpismo una filosofia della decadenza e una metafisica della restaurazione. Se AFPI e Heritage lavorano soprattutto sulla traduzione organizzativa, Claremont lavora sullo statuto morale della rottura. Qui il conflitto politico non viene raccontato come semplice alternanza democratica, bensì come crisi del regime, corruzione del canone nazionale e lotta per la sopravvivenza dell’ordine americano. Il conferimento, nel luglio 2025, dello Statesmanship Award a J.D. Vance, presentato come figura chiave della “Golden Age Agenda”, segnala bene questa funzione: non si tratta soltanto di predisporre atti e nomine, ma anche di spiegare perché la nazione debba essere rifatta.[11]
Michael Anton è la figura che meglio illumina questo livello culturale e narrativo. Il suo peso non deriva da una capacità organizzativa paragonabile a quella di AFPI o del CRA, bensì dall’aver fornito al trumpismo uno dei suoi racconti di fondazione. Con The Flight 93 Election, firmato nel 2016 con lo pseudonimo Publius Decius Mus, Anton ha dato forma a una tesi destinata a lasciare un’impronta duratura: l’idea che il momento politico americano non fosse più quello della scelta ordinaria tra opzioni legittime, ma quello di un’emergenza terminale, in cui la posta in gioco era la sopravvivenza stessa del paese, così come una parte della destra continuava a immaginarlo. In questa narrazione, Trump non era il candidato ideale, ma l’ultimo strumento a disposizione per spezzare una traiettoria di dissoluzione. Anton non inventa da solo il trumpismo, ma gli offre una legittimazione tragica, una grammatica dell’eccezione, una retorica del tutto o niente che trasformano il sostegno a Trump da scelta tattica in atto di salvezza.[12]
La sua successiva traiettoria conferma questa funzione di cerniera tra visione e apparato. Dopo il primo passaggio nell’amministrazione Trump, Anton torna nel 2025 al centro della macchina statale come direttore del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato, incarico che conclude il 15 settembre 2025. In quel ruolo porta all’interno dell’esecutivo un lessico già elaborato negli ambienti claremontiani e in scritti come The Trump Doctrine, dove la politica estera americana viene reinterpretata in chiave di interesse nazionale, selezione degli impegni, diffidenza verso l’universalismo liberal e primato della coesione interna sulla missione estera. Con lui, il Claremont Institute smette di essere soltanto il luogo della diagnosi della decadenza e diventa, sia pure per un periodo limitato, uno dei punti da cui quella diagnosi tenta di trasformarsi in linea strategica.[13]
Anton, però, non esaurisce la funzione di Claremont. La specificità dell’istituto sta nel fornire al trumpismo una teologia civile: una visione in cui il presente non è solo inefficiente, ma degradato; in cui l’élite non è solo incompetente, ma usurpatrice; in cui le istituzioni non sono semplicemente sbilanciate, ma snaturate; in cui l’ordine da restaurare non è un equilibrio perduto, ma una verità tradita. Da qui la sua influenza più profonda: non tanto nel numero dei propri uomini nell’esecutivo, quanto nella capacità di plasmare il lessico del potere. La guerra civile fredda americana diventa concetto; la lotta contro la burocrazia si fa antropologia politica; il confronto con Europa, Cina e il liberalism si trasforma in una disputa sulla definizione stessa dell’Occidente.
Per questo, il peso di Claremont va misurato constatando come una parte della destra americana sia riuscita a ridefinire la posta in gioco: non più semplice amministrazione del primato, ma battaglia per stabilire chi siano gli americani e in nome di quale ordine essi debbano comandare.
Claremont non ha bisogno di trasferirsi in Florida per incidervi. La sua funzione è fornire alla destra una teologia civile della restaurazione; la Florida offre il terreno in cui quella teologia viene istituzionalizzata. Nel 2023, Claremont ha pubblicato un rapporto sulle università floridiane contro il DEI e lo ha presentato nel contesto della campagna di DeSantis contro l’istruzione superiore progressista. Scott Yenor, figura dell’orbita claremontiana, ha partecipato alla tavola rotonda di DeSantis a West Palm Beach sulla scam del DEI nell’università; Charles Kesler, altro nome claremontiano, è stato incluso tra i trustee nominati da DeSantis al New College of Florida. La Florida diventa così il punto di contatto tra la diagnosi claremontiana della decadenza e l’ingegneria istituzionale: il discorso sulla crisi del regime entra nella governance degli atenei.[14]
Center for Immigration Studies: il confine come sacramento
Il Center for Immigration Studies rivela un’altra verità decisiva: nell’America trumpiana il confine è il luogo in cui la sovranità diventa visibile. Jon Feere è tornato nel 2025 alla carica di Chief of Staff dell’ICE; Todd Bensman, già Senior National Security Fellow del centro, è passato all’amministrazione come consigliere di Tom Homan, il Border Czar. Non si tratta di un dettaglio amministrativo. È la prova che il dossier immigrazione è ormai il laboratorio privilegiato in cui il trumpismo fonde sicurezza, identità, ordine pubblico e geopolitica regionale.[15]
Il confine non è più soltanto una linea territoriale. È il punto in cui lo Stato dimostra di esistere. Bloccare, selezionare, espellere, ordinare: sono gesti elementari, quasi liturgici, attraverso cui una parte del paese ritiene di poter vedere di nuovo il comando. Per questo l’immigrazione non viene trattata come una semplice questione economica o umanitaria. Viene costruita come minaccia esistenziale e come chiave narrativa capace di spiegare quasi tutto: criminalità, fentanyl, pressione sui salari, crisi del welfare, sfilacciamento civico, risentimento territoriale, erosione della cittadinanza. Il CIS è il luogo in cui la politica pubblica si fa rito di conferma del potere.
Anche il nesso geopolitico è diretto. La NSS 2025 collega in modo esplicito la sicurezza dell’emisfero occidentale, la lotta ai cartelli, il controllo delle migrazioni, il nearshoring, il contenimento dei rivali esterni e la stabilità dei vicini. L’America Latina, i Caraibi, la frontiera meridionale e la homeland security non sono più dossier separati. Fanno parte di un’unica fascia di sicurezza interna allargata. In questo quadro, il CIS non fornisce soltanto argomenti contro l’immigrazione: contribuisce a costruire la rappresentazione del Western Hemisphere come prima periferia della guerra civile americana.[16]
Il CIS è meno floridiano nella composizione del personale e più floridiano nel campo d’applicazione. Il suo tema — il confine come luogo in cui la sovranità torna visibile — trova nella Florida trumpiana una seconda frontiera. Non il confine terrestre del Texas o dell’Arizona, ma la frontiera caraibica, latino-americana, marittima, migratoria e simbolica. La costruzione del centro di detenzione noto come “Alligator Alcatraz” nelle Everglades, sostenuta da DeSantis e allineata alla priorità federale trumpiana sulle deportazioni, mostra che la Florida non è soltanto lo Stato della guerra culturale scolastica. È anche uno dei luoghi in cui immigrazione, ordine pubblico, emergenza, spettacolo politico e sovranità punitiva si fondono in un’unica rappresentazione. Se il Texas rende visibile il confine fisico, la Florida rende visibile il confine emisferico: Caraibi, America Latina, diaspora venezuelana e cubana, narcotraffico, asilo, deportazione, sicurezza interna.[17]
Il risultato è che la Floridian New Right pesa oggi più della nuova destra di qualsiasi altro Stato, non perché produca da sola l’intera dottrina, ma perché ne concentra le funzioni. La California ha ancora pezzi della tech right e dell’anti-progressismo intellettuale; il Texas possiede energia, confine, grandezza territoriale e potere repubblicano; l’Ohio ha fornito a J.D. Vance la grammatica populista del declino industriale; l’Arizona resta una frontiera migratoria e cospirazionista. Ma solo la Florida riunisce in un unico teatro il domicilio politico di Trump, la corte di Mar-a-Lago, l’amministrazione-laboratorio di DeSantis, la trasformazione dell’università pubblica, l’offensiva anti-DEI, la rete AFPI, la mobilitazione latino-conservatrice, il peso elettorale di trenta grandi elettori e una delegazione repubblicana sempre più dominante. Nel 2024 Trump ha vinto in Florida con una forza tale da confermare il passaggio da swing state a roccaforte repubblicana; già prima del voto, i repubblicani avevano superato i democratici di oltre un milione di elettori registrati. La Florida non è più il premio da conquistare. È una delle officine da cui si produce la galassia della nuova destra nazionale. [18]

Dalla regressione sociale alla forma imperiale
Questi think tank, dunque, non contano semplicemente perché influenzano il presidente. Contano perché colmano il vuoto lasciato dall’erosione dei vecchi corpi intermedi. In una fase in cui partiti, grandi giornali, burocrazia federale, università d’élite e perfino alcune tradizionali filiere repubblicane non riescono più a mediare il conflitto nazionale, nascono strutture ibride: né solo culturali, né solo amministrative, né solo militanti. Strutture che, insieme, sono seminari ideologici, uffici del personale, scuole di governo, fabbriche di norme e punti di saldatura tra la coalizione e lo Stato.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di istituire organi paralleli per ridare forma al proprio esecutivo. Questo rivela una crisi più profonda del semplice alternarsi tra democratici e repubblicani. Indica che il vecchio regime di legittimità — quello che teneva insieme globalizzazione, leadership internazionale, mobilità sociale, consenso liberal-costituzionale e fiducia nell’imparzialità delle istituzioni — non basta più. La NSS 2025 lo espone quasi in forma autobiografica: l’ordine precedente viene descritto come dispersione, costo, errore strategico; la priorità si sposta su confini, industria, energia, tecnologia, oneri condivisi, sovranità selettiva, rinascita della forza morale della società. La trade policy, la investment policy, la politica sull’intelligenza artificiale e la nuova strategia cibernetica hanno tradotto questa grammatica in atti, collegando commercio, capitale, IA e cyberspazio alla sicurezza nazionale e alla rinascita produttiva americana.[19]
In questa cornice, i think tank trumpiani sono gli organi che collegano due piani un tempo distinti: la regressione sociale interna e la postura imperiale estera. La perdita di fiducia, l’ansia di status, la guerra culturale, la crisi del futuro, il desiderio di protezione e il bisogno di riconoscimento vengono trasformati in strategia. L’estero non è più solo estero. È terapia identitaria. È proprio per questo che il trumpismo ha bisogno di apparati in grado di rendere amministrabile una visione così ricca di conflitto. Meno missione universale, più infrastruttura di potere interna. Meno ordine liberale come fede, più dispositivi di sovranità come tecnica.
Da consiglieri del potere a co-produttori
Sarebbe perciò riduttivo chiedersi soltanto quanti membri di AFPI, Heritage, CRA, Claremont o CIS ricoprano oggi ruoli chiave. La questione quantitativa conta, ma non basta. Ciò che pesa davvero è la mutazione qualitativa: questi centri non sono più soltanto satelliti del potere. Sono coproduttori del nuovo regime narrativo e amministrativo americano.
Il trumpismo ha compreso che, in una società de-coesa, la sovranità non può restare un principio astratto. Deve farsi gesto, catena di comando, nomina, ordine esecutivo, frontiera, tariffa, criterio di appartenenza. Per questo, i think tank della galassia trumpiana non sono soltanto luoghi di produzione di idee. Sono soprattutto strumenti con cui una parte dell’America cerca di rifare il paese mentre prova a rifare il mondo che la circonda.
Gli Stati Uniti, che dicono di voler ridurre gli impegni, ritirarsi dalle illusioni universalistiche, selezionare gli interessi e riportare a casa le priorità, hanno bisogno, per farlo, di una crescita interna dell’apparato ideologico-organizzativo. È il segno che la crisi americana non riguarda soltanto la linea della politica estera. Riguarda la forma stessa della legittimità. In questo contesto, i think tank smettono di essere un contorno. Diventano il luogo in cui si prepara una nuova costituzione materiale. Washington resta il luogo dell’atto federale; la Florida è diventata il luogo della prova generale. Lì il trumpismo celebra il capo, seleziona il personale, sperimenta la guerra culturale come amministrazione, trasforma università e governi locali in campi di battaglia, fonde immigrazione e sicurezza interna, presenta il conflitto politico come restaurazione morale. Per questo, la galassia dei think tank trumpiani va letta anche sul piano geografico: non come una mappa di sedi legali, bensì come una geografia del potere. In quella geografia, la Florida è oggi il nodo più denso della nuova destra americana.

Note
[1] Per la struttura di Project 2025, cfr. The Heritage Foundation, Project 2025 Presidential Transition Project, 31 gennaio 2023; The Heritage Foundation, Mandate for Leadership: The Conservative Promise, 2023. L’iniziativa viene presentata come combinazione di documento programmatico, banca dati del personale, formazione amministrativa e strumenti operativi per la transizione. Per il parallelo AFPI, cfr. America First Policy Institute, Pathway to 2025, 17 agosto 2023.
[2] Per l’evento citato e la rivendicazione del 91% delle raccomandazioni attuate o in corso di attuazione, cfr. America First Policy Institute, Defining Issues and Strategies: America First in 2026, 8 gennaio 2026. Per la composizione promozionale del gruppo dirigente — ex membri di gabinetto, senior staff della Casa Bianca e funzionari di alto livello — cfr. Timothy Cama, “Trump-aligned think tank readies for a return to power”, E&E News, 23 agosto 2024.
[3] Sul ruolo di AFPI come infrastruttura di lungo periodo del trumpismo, cfr. Alex Thompson, “America First Policy Institute’s 100-year plan for Trumpism”, Axios, 13 marzo 2025. Per la proiezione territoriale, cfr. America First Policy Institute, America First Florida, State Chapter, e il comunicato “AFPI Florida Launches New Chapter Leadership Under Bob Rommel”, 3 febbraio 2026.
[4] Per la filiera del personale AFPI, cfr. le schede istituzionali dell’America First Policy Institute dedicate a Brooke Rollins, Linda McMahon, Kevin Hassett, Pam Bondi, Doug Collins, Scott Turner, Heidi Overton, Lee Zeldin e Matthew Whitaker. Per gli incarichi nell’amministrazione, cfr. The White House, Make America Healthy Again Commission, 2025; The American Presidency Project, comunicati di transizione e nomina 2024-2025; CBS News, Trump administration tracker, 2025.
[5] Sul radicamento floridiano della rete, cfr. America First Policy Institute, scheda istituzionale di Pam Bondi; America First Policy Institute, America First Florida, State Chapter; America First Policy Institute, “AFPI Florida Launches New Chapter Leadership Under Bob Rommel”, 3 febbraio 2026. Per Lea Bardon, cfr. ProPublica, Executive Branch Personnel Public Financial Disclosure Report: Lea Bardon, 2025, e The White House, Office of Communications, Presidential Personnel Announcement, 24 gennaio 2025.
[6] Per Project 2025 come macchina di traduzione amministrativa, cfr. The Heritage Foundation, Mandate for Leadership: The Conservative Promise, 2023, e Project 2025 Presidential Transition Project. Il punto rilevante non è solo il contenuto delle proposte, ma la combinazione tra programma, personale, formazione e capacità di prefigurare l’azione esecutiva.
[7] Per le nomine alla University of West Florida, cfr. State of Florida, Office of the Governor, “Governor Ron DeSantis Appoints Five to the University of West Florida Board of Trustees”, 6 gennaio 2025; Kate Payne, “DeSantis appoints conservative think tank members to West Florida board”, Associated Press, 7 gennaio 2025; WUSF, “DeSantis appoints five conservative trustees to University of West Florida board”, 7 gennaio 2025. Per il contesto anti-DEI, cfr. The Claremont Institute, Helping End DEI Across Florida Universities, 3 ottobre 2023.
[8] Per la fondazione e la missione del Center for Renewing America, cfr. Center for Renewing America, About Us. Per il ritorno di Russ Vought alla direzione dell’Office of Management and Budget, cfr. Kevin Freking, “Senate confirms Russell Vought as White House budget director”, Associated Press, 6 febbraio 2025.
[9] Per la connessione tra sicurezza nazionale, confine, industria, energia e competizione tecnologica nella cornice ufficiale dell’amministrazione, cfr. The White House, National Security Strategy of the United States of America, dicembre 2025. Per il linguaggio fiscale e la priorità attribuita a difesa, confine e riduzione della spesa discrezionale non difensiva, cfr. Office of Management and Budget, Fiscal Year 2026 Discretionary Budget Request, 2 maggio 2025.
[10] Per la trasformazione dell’istruzione superiore floridiana in terreno di governo conservatore, cfr. State of Florida, Office of the Governor, “Governor DeSantis Hosts Roundtable Exposing the DEI Scam in Higher Education”, 13 marzo 2023; Curt Anderson, “Florida board bans public funding for DEI at state universities”, Associated Press, 17 gennaio 2024; Johanna Alonso, “DeSantis Seeks to Turn New College Into a Conservative Institution”, Inside Higher Ed, 10 gennaio 2023.
[11] Per il conferimento dello Statesmanship Award a J.D. Vance e il riferimento alla Golden Age Agenda, cfr. The Claremont Institute, “Vice President J.D. Vance Receives the 2025 Statesmanship Award”, 7 agosto 2025.
[12] Publius Decius Mus [Michael Anton], “The Flight 93 Election”, Claremont Review of Books, 5 settembre 2016. Per la successiva sistematizzazione della lettura emergenziale del ciclo trumpiano, cfr. Michael Anton, The Stakes: America at the Point of No Return, Regnery, 2020.
[13] Per il ruolo di Michael Anton presso il Policy Planning Staff, cfr. U.S. Department of State, Michael Anton, Director of Policy Planning, scheda biografica; Nahal Toosi, “Michael Anton to leave State Department policy planning post”, Politico, 27 agosto 2025.
[14] Per il rapporto di Claremont sulle università della Florida e la sua presentazione nel quadro della campagna anti-DEI di DeSantis, cfr. The Claremont Institute, Helping End DEI Across Florida Universities, 3 ottobre 2023; State of Florida, Office of the Governor, “Governor DeSantis Hosts Roundtable Exposing the DEI Scam in Higher Education”, 13 marzo 2023. Per il New College of Florida e la nomina di trustee conservatori, cfr. State of Florida, Office of the Governor, “Governor Ron DeSantis Appoints Six to the New College of Florida Board of Trustees”, 6 gennaio 2023; Inside Higher Ed, “DeSantis Seeks to Turn New College Into a Conservative Institution”, 10 gennaio 2023.
[15] Per Jon Feere, cfr. Center for Immigration Studies, Jon Feere, scheda autore: la pagina indica il suo rientro come Chief of Staff dell’ICE dopo il periodo 2021-2025 al CIS. Per Todd Bensman, cfr. Center for Immigration Studies, Todd Bensman, scheda autore: la pagina lo indica come già Senior National Security Fellow del centro e poi Senior Advisor to the Border Czar Tom Homan. Per Homan, cfr. Associated Press, “Trump names Tom Homan as border czar”, novembre 2024.
[16] Per la saldatura fra sicurezza dell’emisfero occidentale, controllo migratorio, cartelli, nearshoring e contenimento dei rivali esterni, cfr. The White House, National Security Strategy of the United States of America, dicembre 2025. Per letture contestuali della strategia e del “Trump Corollary” alla dottrina Monroe, cfr. Atlantic Council, “Decoding Trump’s National Security Strategy”, 5 gennaio 2026; Brookings Institution, analisi sulla National Security Strategy 2025, dicembre 2025; European Parliament, The 2025 US National Security Strategy: An Exegesis, 2026.
[17] Sulla struttura di detenzione nelle Everglades denominata “Alligator Alcatraz”, cfr. Associated Press, “Deportation flights begin from Florida detention center known as Alligator Alcatraz”, luglio 2025; Reuters, “Federal judge halts construction at Florida’s Alligator Alcatraz”, 21 agosto 2025; Associated Press, “Appeals court keeps Alligator Alcatraz open”, aprile 2026.
[18] Per il consolidamento elettorale repubblicano in Florida, cfr. Florida Division of Elections, Official Results, 2024 General Election, e Florida Division of Elections, Voter Registration Reports, 2024-2026. Per il superamento del milione di registrati repubblicani in più rispetto ai democratici prima del voto del 2024, cfr. CBS Miami, “Florida Republicans outnumber Democrats by more than 1 million active voters”, 12 agosto 2024; WUFT, “Florida GOP widens voter registration advantage over Democrats”, 11 agosto 2024.
[19] Per la traduzione della grammatica di sicurezza nazionale in politica commerciale, investimenti, intelligenza artificiale e cyberspazio, cfr. The White House, America First Trade Policy, 20 gennaio 2025; The White House, America First Investment Policy, 21 febbraio 2025; The White House, America’s AI Action Plan, luglio 2025; The White House, President Trump’s Cyber Strategy for America, 6 marzo 2026; The White House, National Security Strategy of the United States of America, dicembre 2025.







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