Rispondo a una domanda posta in seguito al mio articolo “Prossima fermata Cuba!”: quando gli Stati Uniti potrebbero rivolgere la loro attenzione a Cuba e che tipo di “attenzione” potrebbero manifestare.

Non serve “risolvere” prima l’Iran. Serve però abbassarne il costo politico e strategico. Gli Stati Uniti possono attivare contro Cuba una pressione parallela a quella sull’Iran già ora; è molto meno probabile, invece, che scelgano una grande operazione di lunga durata mentre il dossier iraniano resta aperto, costoso e contestato.

Il tipo di azione più probabile non è, di per sé, l’invasione classica. È una sequenza coercitiva graduata: strangolamento economico-energetico, sanzioni secondarie, pressione navale, minaccia di interdizione, incriminazioni simboliche, offerta di aiuti condizionata a canali non governativi, costruzione di una narrazione di minaccia alla sicurezza nazionale. Questa sequenza è già in corso. Il primo maggio 2026, la Casa Bianca ha emesso un ordine esecutivo che qualifica le azioni del governo cubano come “minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti; l’Office of Foreign Assets Control ha poi confermato la nuova architettura sanzionatoria e il rischio per i soggetti esteri che trattino con GAESA, con una finestra di wind down fino al 5 giugno 2026.

La soglia successiva potrebbe essere una “quarantena” de facto, più che un attacco aperto: blocco navale, pressione sui fornitori di carburante, interdizione selettiva dei flussi energetici o commerciali. La crisi energetica e alimentare cubana offre a Washington una leva fortissima.

Il raid militare limitato è possibile, ma richiederebbe un casus belli credibile. La narrativa oggi più utilizzabile è quella dei droni, di Guantánamo e della presenza russa, cinese e iraniana sull’isola. Cuba accusa Washington di costruire un “caso fraudolento” per giustificare sanzioni e un possibile intervento; Axios, citando intelligence classificata, ha parlato di oltre 300 droni militari acquisiti da Cuba e di discussioni su possibili attacchi contro Guantánamo, unità navali statunitensi o Key West, precisando però che funzionari USA non ritengono imminente un attacco cubano.

In questa cornice, l’azione più coerente sarebbe un raid circoscritto presentato come difensivo, non come guerra di conquista: colpire o neutralizzare infrastrutture definite “minaccia diretta” — droni, radar, intelligence, sicurezza militare — oppure usare l’incriminazione di Raúl Castro come dispositivo politico-giuridico per replicare, almeno simbolicamente, il precedente venezuelano. L’incriminazione di Castro ha alimentato il paragone con il modello Maduro.

La finestra critica è compresa tra la fine di maggio e giugno 2026. Tre date/condizioni contano. Primo: il 5 giugno, quando si chiude la finestra OFAC su GAESA, può diventare un momento di ulteriore stretta. Secondo: il ritorno del Congresso dopo la pausa di maggio/giugno, perché la contestazione sui poteri di guerra legata all’Iran sta già crescendo e potrebbe rendere più costosa un’altra operazione. Terzo: l’esito dei negoziati con l’Iran.

Quindi sì, un’azione parallela è già possibile a maggio o giugno, ma solo se resta breve, dimostrativa e narrativamente difensiva. Un attacco limitato potrebbe essere attivato anche mentre l’Iran resta aperto, soprattutto se Washington vuole mostrare che il teatro emisferico non è subordinato al Medio Oriente. Una vera operazione di cambio di regime, invece, avrebbe maggiori probabilità dopo una tregua credibile con Teheran o dopo un accordo minimo su Hormuz. L’Iran non blocca Cuba; ne disciplina la scala.

Trump può colpire Cuba solo se riesce a vendere l’azione come sovranità difensiva, non come una nuova guerra opaca. Cuba può partire in parallelo all’Iran come pressione e come colpo limitato entro giugno; per diventare guerra di regime ha bisogno che l’Iran smetta di consumare attenzione, legittimità e margine militare.

In sintesi:

Scenario più probabile: escalation coercitiva senza invasione, con nuove sanzioni, pressione navale, minaccia di interdizione, offerte umanitarie condizionate e guerra psicologica contro l’élite cubana.

Scenario possibile: raid limitato già a giugno se viene costruito o percepito un episodio legato a droni, a Guantánamo, a navi USA, all’intelligence russa/cinese/iraniana o a un attacco contro interessi statunitensi.

Scenario meno probabile nel breve: occupazione o operazione estesa per il cambio di regime prima che l’Iran sia almeno congelato. Va considerata la mancanza di un’alternativa al regime e la difficoltà di individuare una Delcy Rodríguez cubana.

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