Quando la politica diventa un mercato globale

Negli Stati Uniti sta prendendo forma un modello ibrido che abbiamo visto altrove, ma mai su questa scala e con questa centralità sistemica: lo Stato come piattaforma di rendita privata e la politica come strumento di estrazione. Mentre lo Stato diventa terra di conquista dei magnati tecnologici, la famiglia presidenziale si arricchisce e prepara la successione dinastica; al centro c’è il ruolo di Donald Trump Jr., l’erede al trono della corporazione Trump e forse anche il suo successore in politica.

Non siamo più nel vecchio schema: “il leader governa, la famiglia incassa dopo”. Al contrario, la famiglia fa parte del dispositivo di governo. E mentre lo Stato diventa terra di conquista per nuovi magnati – soprattutto tecnologici –, la Trump Inc. continua a operare come brand globale, moltiplicando opportunità, rendite e canali di influenza.

Nel primo anno della seconda amministrazione Trump, diverse ricostruzioni giornalistiche hanno stimato che i flussi complessivi riconducibili al circuito familiare – tra real estate, licensing, fundraising, partecipazioni e criptovalute – abbiano raggiunto ordini di grandezza senza precedenti per una famiglia presidenziale (si stima una cifra che si avvicina sempre più a due miliardi di dollari). Il punto, però, non è la cifra in sé: è la normalizzazione della conversione tra accesso e rendita.

Questa non è solo una storia domestica americana. È geopolitica perché il modo in cui Washington gestisce (o non gestisce) i conflitti di interesse diventa un segnale per alleati e rivali; e perché l’accesso al presidente, quando si “prezza” apertamente, si trasforma in una merce acquistabile anche all’estero, nei luoghi dove la politica è già da tempo una transazione.

La cleptocrazia come rete, non come vizio

L’autocrazia del XXI secolo non è più il “cattivo al vertice” circondato da yes-men. È una rete: strutture finanziarie opache, intermediari professionali, apparati di sicurezza, propaganda, tecnologia e giurisdizioni compiacenti che consentono al denaro di muoversi e alla responsabilità di evaporare. Non è ideologia, ma l’infrastruttura della cattura dello Stato.

Non si tratta di “furto ai danni dello Stato”. Si tratta di occupare lo Stato e di modellare le regole in modo che rubare diventi legale, o quantomeno non perseguibile, e, inoltre, di costruire canali che trasformino il potere politico in rendita privata. La nuova corruzione non è un incidente: è il sistema, e la questione non riguarda soltanto quanti soldi entrano, ma anche quanta fiducia pubblica esce.

La Casa Bianca come holding: il potere come rendita, la rendita come linguaggio

Il punto non è demonizzare “gli affari”: in America, il confine tra potere e denaro è sempre stato permeabile. Il punto è la normalizzazione del conflitto di interessi come metodo di governo: l’idea che il presidente sia, allo stesso tempo, regolatore e beneficiario; che la famiglia possa essere protagonista di operazioni economiche e, al contempo, interlocutore politico. In questo quadro, le vecchie barriere etiche diventano arredo: presenti a parole, irrilevanti in pratica.

L’effetto geopolitico è immediato: se il potere è “negoziabile”, l’accesso al potere diventa un investimento. E gli investitori non sono solo americani.

La mappa degli intrecci finanziari: canali, veicoli, controparti

Se la cleptocrazia contemporanea è una rete, conviene descriverla come tale: non solo “chi prende cosa”, ma anche quali corridoi trasformano l’accesso in rendita. Nel caso di Trump, i corridoi sono almeno cinque – immobiliare e club, licensing globale, equity pubblica, fondi e advisory, crypto e tokenizzazione – e ciascuno ha una propria geografia di controparti, dal Golfo ai circuiti della finanza tecnologica.

Il punto non è che ogni flusso sia, di per sé, illegale: molti canali sono formalmente leciti e, proprio per questo, funzionano. Il “regalo” non è la mazzetta, ma la liquidità che arriva senza chiamarsi dono – una quota, una commissione, una membership, un token – e che, nel momento in cui viene percepita come ponte verso il vertice politico, diventa un incentivo a pagare.

Figura – Mappa reticolare degli intrecci finanziari – schema concettuale

Questa mappa non “prova” un crimine: descrive una struttura. In geopolitica conta soprattutto il segnale. Quando l’accesso al presidente è mediato da veicoli monetizzabili, l’interlocutore estero impara che la relazione con Washington può svolgersi attraverso canali privati; e l’interlocutore interno capisce che la politica è un moltiplicatore di asset.

1789 Capital: la cerniera dinastica tra venture, difesa e Stato-contratto

Se la cleptocrazia contemporanea è una rete, allora conviene individuare anche le sue “centrali di smistamento”: luoghi in cui il capitale non compra soltanto rendimento, ma anche prossimità, informazioni, corsie preferenziali. In questo quadro, il ruolo di Donald Trump Jr. non è più quello – già potente – di custode del brand. È quello dell’operatore che traduce l’accesso in termini di architettura finanziaria.

La scelta di Don Jr. di collaborare con 1789 Capital – un fondo di investimento che si presenta come anti-ESG e investitore della “parallel economy” conservatrice – è un passaggio chiave, perché rende strutturale ciò che, altrimenti, resterebbe episodico. Non si tratta soltanto di raccogliere capitali: si tratta di offrire un punto di contatto tra l’ecosistema politico, i donatori, i finanziatori (come Peter Thiel con Founders Fund e Mark Andreessen con i suoi fondi American Dynamism e Silver Lake), le piattaforme (come Oracle e OpenAI) e l’industria della difesa e del dual use (come SpaceX, Palantir e Anduril), in un momento in cui la sicurezza nazionale torna a essere una questione di politica industriale.

Non è un caso che, in questa galassia, i “vincitori naturali” siano queste imprese che operano nel procurement e nella sicurezza: difesa autonoma, spazio, analisi dei dati, infrastrutture critiche. È l’America del contratto federale come mercato primario, dove la frontiera tra l’industria privata e la funzione pubblica si assottiglia. E quando in questo perimetro entrano capitali esteri – fondi sovrani (come l’emiratino MGX o il saudita PIF) che cercano protezione, reputazione e accesso – la geopolitica diventa un acceleratore delle valutazioni.

Il meccanismo è semplice e, proprio per questo, efficace. Da un lato, una famiglia presidenziale che segnala al mercato di essere permeabile; dall’altro, un veicolo (come 1789 Capital) che investe o co-investe in aziende che vivono di contratti pubblici, di regolamentazione e di infrastrutture strategiche. Quando la politica industriale, e soprattutto quella della difesa, passa per l’outsourcing, la linea tra “interesse nazionale” e “interesse del network” si sovrappone.

È qui che la privatizzazione dello Stato cambia qualità: non è più solo la presenza del privato nei servizi pubblici, ma l’idea che la sovranità – dati, cloud, difesa, supply chain – possa essere gestita come un portafoglio. In questo senso, 1789 Capital è significativo: è un indicatore di sistema, perché suggerisce che la successione dinastica non si costruisce soltanto nei comizi, ma anche nelle cap table.

L’estero come portafoglio: Medio Oriente e oltre

Uno dei tratti più rivelatori della dinastia Trump è la persistenza del business internazionale proprio dove la posta geopolitica è più alta: Golfo, Mediterraneo allargato, hub finanziari e immobiliari globalizzati.

Il Qatar, in particolare, offre un esempio quasi didascalico: l’annuncio del primo grande progetto immobiliare a marchio Trump nel paese – un campo da golf internazionale e un complesso di ville integrati nel maxi-sviluppo costiero di Simaisma – mostra come il brand presidenziale si inserisca direttamente nella geografia dei fondi sovrani e delle strategie di diversificazione del Golfo. Non è solo un affare. È un segnale politico, perché trasforma la relazione bilaterale in un ecosistema di rendite: dai progetti di real estate ai circuiti della finanza e degli investimenti, fino alla dimensione più sensibile, in cui i “grandi doni” e i grandi contratti diventano strumenti di accesso.

Reuters, ad esempio, ha riportato l’espansione in Arabia Saudita di progetti a marchio Trump legati a Dar Global, con un piano di investimenti annunciato nell’ordine di miliardi e una presenza che si integra con le ambizioni saudite di trasformazione e di rebranding nazionale.

In parallelo, si moltiplicano le operazioni e gli annunci legati al Golfo e ai partner regionali, con un messaggio implicito: fare affari con ilbrand Trump significa entrare nel raggio del potere.

Qui la cleptocrazia non è “valigetta e bustarella”. È molto più elegante e molto più efficace: è real estate, resort, licensing, fund management, crypto. È la trasformazione del presidente in un asset – e della presidenza in una piattaforma.

Il precedente utile: l’hotel di Washington e il “pedaggio” degli Stati

Per capire la logica, vale la pena ricordare un episodio che resta paradigmatico: l’uso di strutture legate a Trump (in primis l’hotel di Washington) come luogo di spesa da parte di soggetti stranieri, con l’idea – esplicita o implicita – che la spesa fosse un modo per coltivare favore o attenzione.

Il rapporto della House Oversight ha documentato le ingenti spese sostenute da governi stranieri presso le proprietà di Trump durante il primo mandato, offrendo una fotografia concreta di come “l’ospitalità” possa fungere da canale di influenza.

Secondo quella documentazione, delegazioni e rappresentanti di più paesi – tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Cina e Malesia – hanno speso centinaia di migliaia di dollari presso l’hotel di Washington in momenti politicamente sensibili. È un esempio perfetto di “regalo senza regalo”: un pagamento formalmente commerciale che, nella percezione del donatore, assume il valore di una puntata sul favore.

Lo schema non è rimasto confinato alla prima stagione. Nel secondo mandato, l’accettazione – o anche solo la negoziazione pubblica – di un “dono” statale, come un Boeing 747-8 offerto dal Qatar per essere convertito in un Air Force One provvisorio (che alla scadenza del mandato presidenziale diventerà proprietà della Fondazione Trump), spinge questa logica al limite simbolico: la superpotenza che normalizza l’idea che un asset di sovranità (il velivolo presidenziale) possa entrare nel circuito dei favori. Anche qui, il punto non è soltanto l’eventuale violazione delle norme: è il messaggio. Se persino i simboli dello Stato diventano regalabili, tutto il resto diventa negoziabile.

La lezione, per chi osserva dall’estero, è semplice: se c’è un rubinetto, qualcuno, prima o poi, lo apre. E se il rubinetto è “legale” o tollerato, diventa anche standard.

Kushner, i fondi sovrani e la diplomazia privatizzata

Il nodo più geopolitico – perché collega denaro, potere e Medio Oriente – passa per Jared Kushner e Affinity Partners. Qui non siamo nell’area grigia dell’hotel. Siamo nella zona in cui finanza e politica estera si incontrano.

Una lettera di Ron Wyden e Jamie Raskin (Senate Finance Committee, 2024) descrive un quadro in cui Affinity Partners gestisce capitali in larga parte non statunitensi e indica, tra gli elementi chiave, il ruolo del PIF saudita (2 miliardi di committed capital). Nella stessa documentazione si menziona una commissione di gestione annua dell’1,25% sul commitment del PIF – un flusso che, da solo, vale decine di milioni di dollari ogni anno – e si richiama un Form ADV registrato con Assets Under Management attribuibili a soggetti non USA nell’ordine di quasi 3 miliardi. Il tema politico non è solo “quanto”: è la domanda di fondo che i senatori pongono, cioè se un ex decisore che ha gestito dossier mediorientali possa muoversi subito dopo all’interno della stessa rete di capitali e relazioni, sfruttando zone d’ombra normative (inclusa l’area della FARA, Foreign Agents Registration Act) senza una vera separazione tra influenza e business.

Il cuore geopolitico non è dunque soltanto “quanto”. È il come: un ex decisore e consigliere familiare che, al di fuori dell’incarico, resta all’interno delle reti diplomatiche e dei canali finanziari regionali. È la definizione operativa di rete: nessuna linea di demarcazione netta, solo continuità delle relazioni.

Crypto: la scorciatoia perfetta per comprare favore

Se il real estate è la via lunga, la crypto è la via breve. È l’infrastruttura ideale per trasformare il favore politico in un acquisto “tecnico”, travestito da investimento.

World Liberty Financial, piattaforma crypto lanciata nel 2024 e promossa dai figli di Trump con partner esterni e il supporto tecnologico di Binance, è il laboratorio più “puro” dell’economia dell’accesso: la rendita non passa attraverso un mattone, ma attraverso un token. Secondo ricostruzioni di Reuters sulla struttura di ripartizione, la famiglia Trump ha diritto a una quota molto ampia dei proventi netti delle vendite di token; e nelle disclosure finanziarie del 2025 ha riportato introiti legati alle vendite pari a circa 57,35 milioni di dollari, oltre al possesso di un’enorme dotazione di token di governance.

Il segnale geopolitico non riguarda solo l’ammontare, ma anche la platea: il token può essere acquistato in tutto il mondo e fungere da “biglietto” simbolico. Justin Sun, fondatore di Tron e figura di primo piano nel settore, ha dichiarato di aver speso almeno 75 milioni di dollari in token legati a World Liberty; nello stesso periodo, la SEC (Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti) ha comunicato in tribunale di esplorare una possibile risoluzione del procedimento civile in corso nei confronti di Sun.

Il sistema, poi, tende a chiudere il cerchio tra finanza tecnologica e relazioni di Stato: Reuters ha riportato che la stablecoin USD1 di World Liberty è stata scelta per regolare un investimento da 2 miliardi di dollari dell’emiratina MGX in Binance, e che l’ecosistema di World Liberty ha attratto l’attenzione e gli investimenti di vari attori del Golfo. A inizio 2026, secondo Financial Times e Washington Post, una quota vicina al 49% della società è stata ceduta a investitori legati agli Emirati Arabi Uniti, alimentando interrogativi su conflitto d’interessi e sulla sovrapposizione tra policy e business.

In parallelo, il contesto regolatorio cambia rapidamente: sotto l’amministrazione Trump, nel 2025 la SEC ha depositato atti per archiviare la causa contro Coinbase e ha chiuso altre azioni o addirittura “perdonato” grandi operatori, tra cui Changpeng Zhao, fondatore ed ex CEO di Binance, già in carcere per essere stato condannato per riciclaggio. Nel frattempo, l’industria crypto, attraverso PAC e super-PAC, ha investito somme ingenti per sostenere candidati e agende pro-innovazione. Anche qui, il punto è la percezione del mercato: se l’appoggio politico viene letto come protezione normativa, l’incentivo a “pagare l’accesso” aumenta.

L’intreccio è quasi didascalico: la fintech offre un canale in cui la trasparenza è opzionale e il confine tra advocacy, lobbying e acquisto di benevolenza si fa più sfumato. Non serve dimostrare un patto esplicito: basta che una parte del mercato ritenga che l’appoggio economico possa tradursi in protezione o in corsie preferenziali. È una forma di “rendita politica” fondata sulla credibilità del segnale.

Ellison e gli altri oligarchi tecnologici: la sovranità delegata

Tra i molti attori in prima fila, l’asse che ruota attorno a Larry Ellison è particolarmente istruttivo: perché unisce infrastruttura (cloud), dati (piattaforme), AI (capex industriale) e, indirettamente, media (la capacità di orientare l’agenda e la reputazione). Qui la politica non appare più come un arbitro: appare come un acceleratore, un moltiplicatore di scala.

Il caso emblematico è la corsa all’infrastruttura per l’AI. L’annuncio del progetto Stargate – con Oracle tra i partner – ha reso visibile un punto che spesso resta implicito: nel nuovo ciclo tecnologico, lo Stato americano non può più fare a meno degli operatori privati che controllano data center, reti, cloud e supply chain. Il problema è che questa dipendenza crea un potere negoziale enorme, e quel potere tende a convertirsi in influenza regolatoria.

In parallelo, l’espansione dei contratti e degli accordi quadro con il governo federale mostra come il ciclo dell’AI abbia un “doppio bilancio”: quello privato, del mercato, e quello pubblico, del potere. Chi controlla cloud e data center non vende soltanto servizi; vende capacità statale e, di conseguenza, accumula un potere di veto – o di priorità – sulle scelte operative delle agenzie.

Lo stesso vale per la partita di TikTok. La costruzione di un’entità “USA” a maggioranza americana, con Oracle nel perimetro, è presentata come una soluzione di sicurezza nazionale: la protezione dei dati e delle infrastrutture dall’ombra cinese. Ma, sul piano strutturale, è anche una forma di sovranità delegata: la sicurezza dei dati diventa un contratto con un fornitore chiave; la politica dei confini digitali si appoggia a un’architettura societaria; e la geopolitica del digitale viene risolta – almeno formalmente – con l’ingegneria della governance d’impresa.

Tra i protagonisti di questa mutazione dello Stato figurano altri magnati tecnologici. L’inaugurazione presidenziale del 2025 e gli eventi successivi sono la scena fondativa di una nuova alleanza: Zuckerberg, Bezos, Musk, Cook, Altman, Luckey e Thiel (questi ultimi due vicini a 1789 Capital) e altri leader tech in posizioni simbolicamente centrali, tra donazioni, riunioni, trattative e interessi regolatori pendenti.

Non è mondanità. È la fotografia di una politica che torna a funzionare attraverso transazioni personalizzate: antitrust, contratti federali, indagini, regolamentazioni, protezioni. È la nuova oligarchia americana, plasmata dal rapporto diretto tra il presidente e l’élite economica.

Il trust tecnologico si reinventa come un ministero parallelo. I tecno-oligarchi non sono più semplici donatori, ma co-governanti. Elon Musk diventa una figura con enorme influenza su agenzie che regolano o sussidiavano le sue aziende; il risultato: tagli e interventi su istituzioni che indagavano Tesla, SpaceX e Neuralink; pressione per l’adozione di Starlink; e impatti persino sulla proiezione estera americana, con tagli a USAID e ai broadcaster internazionali, che riducono il soft power statunitense ma favoriscono indirettamente concorrenti amici. Qui la cleptocrazia incontra la geopolitica in modo quasi “cinese”, ma con attori privati: la potenza non è più soltanto lo Stato che disciplina i capitali; sono i capitali a disciplinare lo Stato, e poi lo usano per riorientare lo spazio internazionale in cui operano.

Il risultato è un doppio circuito: da un lato il populismo come linguaggio di massa; dall’altro, l’oligarchia come tecnica di governo. La base si nutre di simboli, mentre i grandi interessi cercano accesso.

Dal Mar-a-Lago al Circolo Polare: quando la geopolitica diventa venture

Il caso Groenlandia è utile perché unisce tre ingredienti: ambizione territoriale, risorse strategiche e ideologia tech-libertaria.

Investitori e figure dell’ecosistema tech promuovono lì l’idea di una “freedom city” a bassa regolamentazione. Tra queste figure spiccano Peter Thiel e Marc Andreessen, con Ken Howery (legato a Thiel e vicino a Musk) nel ruolo di definire il perimetro delle discussioni.

Qui la geopolitica non è più solo “sicurezza nazionale”: diventa urbanistica sovrana, laboratorio regolatorio, estrazione di rendite su nuove frontiere (AI, energia, infrastrutture, minerali). È esattamente il tipo di modello “ibrido di reti”: politica, tecnologia, denaro e potere si appoggiano l’uno all’altro finché non capisci più dove finisce lo Stato e dove inizia il consorzio.

È a questo punto che la dinastia diventa dottrina. Perché la successione non è solo familiare: è di sistema. Se l’America si abitua a concepire il potere come rendita, il mondo si abitua a trattarlo come una corte. E la corte, per definizione, è composta da figli, favoriti, emissari, affaristi, intermediari: Eric e persino il diciannovenne Baron Trump, David Sacks, Steve Witkoff, Miriam Adelson, Tucker Carlson, Nayib Bukele, Javier Milei, Mohammed bin Salman, Tahnoon bin Mohammed Al Nahyan, Masayoshi Son, per citare solo alcuni dei tanti non citati in precedenza. La politica diventa spettacolo, l’autoritarismo “efficiente” diventa il modello, la finanza opaca diventa il carburante.

La cleptocrazia come segnale: cosa capiscono alleati e rivali

Il punto finale è il più geopolitico: che cosa comunica l’America al mondo quando il presidente e la sua famiglia diventano parte visibile di un’economia dell’accesso?

Comunica che la politica estera può essere influenzata non solo da interessi nazionali, ma anche da interessi patrimoniali; che i dossier (sanzioni, esportazioni, controlli sull’esportazione, antitrust, difesa, energia, Medio Oriente) possono diventare più permeabili a chi ha strumenti per investire in “favori”. Comunica soprattutto che l’ordine liberale non viene soltanto contestato dall’esterno: viene ricalibrato dall’interno con logiche di rete opache.

In questa prospettiva, la cleptocrazia è una minaccia alla democrazia: non perché ci siano corrotti, ma perché il meccanismo svuota la sovranità popolare e trasforma la fiducia in un mercato. E in un mondo transazionale, già attraversato da reti autocratiche transnazionali, questa convergenza è un regalo: se la superpotenza normalizza le transazioni, tutti gli altri imparano la lezione.

Riferimenti e fonti

Anne Applebaum, Autocracy, Inc. e i materiali editoriali e critici collegati (Penguin Random House); Applebaum su The Atlantic con “Kleptocracy, Inc.” (The Atlantic); The Atlantic sulla nuova alleanza tech-oligarchica e sul consolidamento del rapporto Trump–Silicon Valley (The Atlantic); House Committee on Oversight and Reform/House Oversight: documenti e report sulla spesa di governi stranieri presso il Trump International Hotel di Washington (2017-2021) e sui profili “emoluments”; CREW, Trump likely benefited from payments from foreign governments during his presidency (settembre 2024) e report/atti collegati; documentazione e lettere del Senate Finance Committee (Wyden/Raskin 2024) su Jared Kushner e Affinity Partners; Reuters sull’espansione dei progetti immobiliari a marchio Trump nel Golfo (Dar Global) e sulla geografia dei ricavi della Trump Organization in Florida; Reuters sul trasferimento della quota di Trump Media & Technology Group (DJT) in un revocable trust (dicembre 2024); Reuters su World Liberty Financial (fondazione, struttura di revenue share, stablecoin USD1, disclosure 2025, casi Sun/SEC, partnership e investimenti collegati al Golfo); Reuters sull’archiviazione della causa SEC contro Coinbase (febbraio 2025) e sul riposizionamento regolatorio della SEC in materia crypto; Brennan Center for Justice e Campaign Legal Center sui flussi di grandi donazioni e sulla struttura giuridica dei comitati inaugurali (inaugurazione 2025); Financial Times e Washington Post sull’ingresso di capitali emiratini in World Liberty Financial e sul dibattito etico connesso (febbraio 2026); Reuters su Trump Jr e 1789 Capital (annuncio ingresso, 12 novembre 2024) e inchiesta sullo sviluppo del fondo (8 settembre 2025); Reuters su Stargate (OpenAI–SoftBank–Oracle, 21 gennaio 2025); GSA (OneGov agreement con Oracle, 7 luglio 2025) e fonti su contratti cloud federali; Reuters sulla joint venture TikTok USA (23 gennaio 2026) e sul ruolo di Oracle/Silver Lake/MGX; Financial Times, Wall Street Journal e Washington Post sull’ingresso di capitali legati agli Emirati (Sheikh Tahnoon/MGX) in World Liberty Financial (gennaio–febbraio 2026); Reuters sul primo progetto Trump-branded in Qatar (Qatari Diar/Dar Global, 29 aprile 2025); Defense News e atti congressuali sul caso del Boeing qatarino offerto per l’Air Force One provvisorio (2025–2026); Giuseppe de Ruvo, “La dinastia di Trump: soldi, figli e potere,” Podcast di Limes, 29 gennaio 2026.

Rispondi

Non perderti i prossimi articoli!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Scopri di più da Lo scacchiere globale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere