L’egemone stanco, il rivale inceppato, il revisionista ferito
Stiamo vivendo una transizione egemonica che, almeno per ora, non sfocia in un nuovo ordine, bensì in un disordine più denso, più frammentato e più difficile da governare. L’egemonia americana – quel paradigma superiore che, per trent’anni, ha permesso di pensare a un mondo unipolare – è entrata in una crisi strutturale, non congiunturale. Le alleanze si allentano, i vincoli ideologici sfumano, lo spazio per le potenze regionali e medie si amplia, le sfere di influenza tornano a far parte del lessico e della pratica quotidiana della politica di potenza. Nel frattempo, la corsa agli armamenti e all’intelligenza artificiale procede a ritmi accelerati, mentre il campo chiave diventa l’informazione e la disinformazione: la capacità di rappresentare la guerra, il nemico e perfino la realtà sociale interna diventa un elemento essenziale della potenza. I conflitti di questa fase tendono a essere informali, imprevedibili: più difficili da contenere, più esposti al rischio di escalation incontrollata.
La transizione dal momento unipolare del dopoguerra fredda a questo interregno caotico è segnata da un passaggio fondamentale: l’ordine lascia il posto alla transizione. Non esiste più un centro riconosciuto che definisce le regole e il perimetro del possibile; esistono tavoli multipli, negoziati paralleli, dossier incrociati. Su un fronte ci si allinea con Washington, su un altro con Pechino, su un terzo con Mosca; su altri ancora si tenta di giocare di sponda, di rinviare scelte irreversibili, di estrarre rendita dal disordine. La politica estera si trasforma in una sequenza di scambi: sicurezza in cambio di basi, capitali in cambio di risorse, riconoscimento diplomatico in cambio di voti allineati nelle organizzazioni internazionali.
In un mondo del genere, le tre superpotenze – Stati Uniti, Cina, Russia – non sono semplicemente tre attori che competono per l’egemonia, come in un manuale di relazioni internazionali. Sono tre sistemi politico-sociali afflitti da crisi di coesione interna più o meno avanzate, costretti a tradurre una potenza ancora enorme in strategie sempre più difensive, frammentarie e spesso contraddittorie. I loro interessi restano massimalisti; gli imperativi strutturali, legati alla geografia, alla demografia, all’economia e alla storia, continuano a spingerli verso l’espansione, la proiezione di influenza e la difesa aggressiva delle proprie linee rosse. Ma vincoli esterni e costrizioni interne – economiche, demografiche, istituzionali, psicologiche – restringono brutalmente il campo di ciò che è effettivamente possibile.
La domanda di fondo, nella fase aperta dalla guerra in Ucraina, dalla riaccensione dei conflitti in Medio Oriente e dal confronto nel Mar Cinese Meridionale intorno a Taiwan, sembra semplice solo in apparenza: che cosa vogliono oggi gli Stati Uniti, la Cina e la Russia? E, soprattutto, fino a che punto possono davvero ottenere ciò che desiderano, dati lo stato dei loro sistemi interni e i margini di manovra – sempre più stretti – che il contesto globale consente loro?
1. Stati Uniti: un egemone stanco che deve selezionare le priorità
Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza globale a pieno titolo, l’unica in grado di proiettare forze militari significative su scala planetaria, di influenzare i flussi finanziari, tecnologici e culturali in ogni continente. Ma non sono più in grado – né psicologicamente, né materialmente, né politicamente – di sostenere un ordine mondiale “su una sola gamba” come nel breve periodo unipolare. L’arsenale militare mostra colli di bottiglia industriali; la capacità di reggere guerre lunghe e multi-teatro è limitata; l’opinione pubblica è stremata da due decenni di conflitti infiniti e da una serie di shock interni – crisi finanziarie, pandemia, polarizzazione identitaria – che hanno eroso la fiducia nel progetto nazionale.
Parallelamente, il Paese è attraversato da una sorta di guerra psicologica di bassa intensità. La polarizzazione politica radicale, l’ansia da sostituzione demografica, la retorica del nemico interno, la politicizzazione delle istituzioni e lo scontro culturale permanente producono una crisi di legittimità che rende molto più difficile a Washington presentarsi come un modello universale credibile. La stessa retorica del “leader del mondo libero” risuona sempre più vuota in una società in cui la metà del Paese non riconosce più la legittimità politica dell’altra metà e in cui il compromesso viene percepito come tradimento.
Sul piano strutturale, gli interessi americani di fondo restano quelli classici di un impero marittimo: impedire l’emergere di una potenza ostile in grado di dominare l’Eurasia, mantenere il controllo delle principali rotte e dei colli di bottiglia marittimi, preservare il ruolo del dollaro e delle istituzioni internazionali — finanziarie e non — nate sotto egida statunitense, garantire che l’emisfero occidentale continui a essere una zona di sicurezza impermeabile alle penetrazioni strategiche extra-emisferiche. Ma questi interessi devono ora essere filtrati da una serie di nuovi imperativi.
Il primo obiettivo è chiudere la guerra in Ucraina, e in particolare la partita sulla Crimea, non in funzione di un “interesse ucraino” o di una “pace giusta”, bensì per tutelare i concreti interessi statunitensi. Washington non può permettersi una guerra troppo lunga che assorba risorse strategiche, esaurisca gli stock di munizioni, logori l’opinione pubblica occidentale e favorisca il consolidamento della partnership tra Mosca e Pechino. L’obiettivo diventa evitare una guerra interminabile, congelare il conflitto su una linea di equilibrio accettabile e usare la stabilizzazione del fronte europeo come leva per riaprire un canale con la Russia, nella speranza di sganciarla gradualmente dall’abbraccio cinese. Non si tratta di “punire” Putin, ma di impedire la nascita di un blocco sino–russo organico che alteri definitivamente i rapporti di forza globali. Si considera inoltre che un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia potrebbe aprire opportunità strategiche e materializzare molteplici accordi commerciali, dall’Artico all’esportazione di tecnologia americana in Russia.
Il secondo imperativo è impedire che l’Unione Europea si trasformi in un soggetto geopolitico unitario, come indicato nella National Security Strategy 2025. Un’UE capace di dotarsi di una difesa autonoma, di una politica industriale integrata e di una proiezione estera coerente diverrebbe, nel medio periodo, un attore negoziale scomodo, se non un vero e proprio competitor. Molto più gestibile è un continente frammentato in stati che guardano a Washington come fornitore indispensabile di sicurezza, che si contendono la benevolenza americana, che dipendono dal gas liquefatto USA, che si dividono su Russia, Cina, Medio Oriente. La frammentazione europea, o quantomeno il contenimento delle sue ambizioni politiche, è funzionale a mantenere Washington nella posizione di arbitro ultimo delle controversie intra-europee. La sponsorizzazione, in corso da parte dell’amministrazione Trump, dei partiti nazionalisti europei è coerente con questo obiettivo.
Il terzo imperativo riguarda il burden sharing e il burden shifting. L’America non vuole più essere l’impero del bene che assorbe i costi collettivi della sicurezza globale; pretende che gli alleati – dall’Europa a Israele, dal Giappone alla Corea del Sud – aumentino drasticamente le spese militari, assumano responsabilità operative e si facciano carico di una quota crescente del rischio politico. Washington offre ancora l’ombrello nucleare, le tecnologie avanzate, l’intelligence, il comando strategico, ma chiede in cambio soldi, uomini, basi, allineamento diplomatico e culturale. È una ridefinizione del patto con gli alleati-vassalli che attraversa amministrazioni di colore diverso: l’America chiede di più, offrendo meno.
Il quarto imperativo è consolidare, per quanto possibile, lo status quo nel Mar Cinese Meridionale e intorno a Taiwan. Gli Stati Uniti vogliono ribadire, anche simbolicamente, il proprio dominio dei mari e il proprio ruolo di garante dell’isola, senza precipitare in una corsa alla guerra che potrebbe scatenarsi per un incidente o un calcolo sbagliato. L’ambiguità strategica viene sempre più armata: formale sostegno politico e militare a Taipei, rafforzamento delle alleanze con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Australia, India, presenza navale costante, ma senza un impegno esplicito a combattere ad ogni costo. In parallelo, si investe nel controllo dei colli di bottiglia marittimi – dallo Stretto di Malacca a quello di Lombok – e nella superiorità tecnologica nei campi chiave: semiconduttori, spazio, cyber, intelligenza artificiale. L’idea di fondo è rallentare e, se possibile, strangolare dolcemente l’ascesa cinese, piuttosto che affrontarla in uno scontro frontale prematuro.
Infine, c’è l’imperativo di riaffermare una supremazia assoluta nell’emisfero occidentale, secondo una dottrina Monroe aggiornata in chiave trumpiana. Ciò significa capitalizzare la posizione geografica degli USA, protetti da due oceani; marginalizzare ai confini la capacità di Canada e Messico di agire come potenze autonome, trasformandoli in retroterra funzionale per la sicurezza energetica, mineraria e industriale americana; pensare alla Groenlandia e all’Artico nordamericano come cerniere decisive nella futura competizione polare; mantenere un controllo diretto o delegato sul Canale di Panama e sui colli di bottiglia caraibici; e, soprattutto, ridurre al minimo la presenza russa e cinese in America Latina e nei Caraibi, che potrebbero trasformarsi nelle basi delle supply chain statunitensi del futuro, anche a costo di destabilizzare governi non ostili.
A fronte di questi imperativi, si innalza una serie di vincoli esterni e di costrizioni interne. Sul piano estero, gli alleati europei e asiatici sono sempre più diffidenti: temono il disimpegno americano, ma contestano il costo economico delle guerre per procura e delle sanzioni; il cosiddetto Sud Globale non accetta più automaticamente il quadro occidentale, si dichiara neutrale sulla guerra in Ucraina e guarda alla Cina come partner alternativo; l’uso crescente delle sanzioni finanziarie trasforma la forza del dollaro in un’arma a doppio taglio, spingendo molti paesi a cercare circuiti di scambio e di pagamento alternativi.
Sul piano interno, gli Stati Uniti devono fare i conti con una tribalizzazione politica e identitaria che svuota di senso il compromesso e la forza di deterrenza, con un logoramento del consenso alle guerre all’esterno, con disuguaglianze economiche profonde che alimentano risentimento e sfiducia, con un sistema istituzionale sottoposto a delegittimazione che rende difficilissima la definizione di strategie a lungo termine. La grand strategy americana tende così a un paradosso: massimizzare la libertà di manovra esterna riducendo al contempo l’esposizione. Meno “guardiano del mondo” e più potenza che seleziona i fronti, chiude i conflitti divenuti troppo costosi e rimodula le alleanze in funzione della competizione sistemica con la Cina e della costruzione di una “fortezza emisferica” nordamericana.
2. Cina: un’ascesa inceppata tra globalizzazione e fragilità interne
All’esterno, la Cina di Xi Jinping si propone come una grande alternativa all’ordine occidentale. Nella narrazione ufficiale, Pechino difende il multipolarismo contro l’unilateralismo americano, la sovranità statale contro le ingerenze, una globalizzazione “per tutti” contro una globalizzazione “a due velocità”, controllata dal G7. La Cina si presenta come portavoce di un Sud Globale tradito dalle promesse di sviluppo occidentali, si oppone alle sanzioni unilaterali, denuncia le guerre per cambio di regime e propone nuovi format di cooperazione, come lo SCO, RCEP e i BRICS. Nonostante ciò, va sottolineato che la Cina, a parte l’accordo con la Corea del Nord, non dispone di un sistema di alleanze consolidato come quello della NATO o USA-Giappone — Russia e Pakistan sono le nazioni a lei più vicine, ma senza obbligo di difesa — e il suo soft power non è paragonabile a quello degli Stati Uniti.
Dietro questa retorica, l’interesse fondamentale è chiaro: sostituire gradualmente l’egemonia americana con una centralità cinese nei flussi economici, tecnologici, infrastrutturali e istituzionali, senza però assumersi, almeno nell’immediato, i costi politico-militari che Washington ha sostenuto nel dopoguerra. La Belt and Road Initiative, le istituzioni e le banche di sviluppo alternative, così come i grandi progetti infrastrutturali in Africa, Asia, America Latina e nel Mediterraneo, servono a tessere una rete di dipendenze materiali e simboliche che faccia di Pechino il nodo inevitabile di ogni strategia di sviluppo. È questa la globalizzazione cinese.
Per concretizzare questo disegno, la Cina deve perseguire una serie di imperativi. Il primo è approfittare della guerra in Ucraina per indebolire la Russia senza smembrarla. Una Russia logorata sul fronte occidentale, dipendente dalla domanda cinese di energia e materie prime, costretta a vendere a sconto, bisognosa di copertura diplomatica contro l’Occidente, è un socio ideale: una sorta di junior partner geoeconomico, cuscinetto strategico in Eurasia, serbatoio di tecnologie militari residue e di appoggi nelle organizzazioni internazionali. La Cina ha tutto l’interesse a sostenere Mosca quel tanto che basta per impedire il collasso, ma non abbastanza da renderla autonoma.
Il secondo imperativo è occupare lo spazio simbolico della globalizzazione tradita. Mentre gli Stati Uniti e l’Europa discutono di de-risking, di friend-shoring, di rientro delle produzioni strategiche, la Cina rilancia l’idea di catene del valore globali, di mercati aperti, di interconnessione. Nella sua retorica, lo strumento coloniale del XXI secolo sono le sanzioni occidentali; Pechino, al contrario, propone investimenti infrastrutturali, il rispetto formale della sovranità e la non interferenza politica. La contropartita, però, è concreta: allineamento diplomatico sui temi sensibili (Taiwan, Xinjiang, Hong Kong), accesso privilegiato alle risorse, aperture di mercato per le imprese cinesi.
Il terzo imperativo riguarda l’autonomia tecnologica. Le restrizioni americane sui semiconduttori avanzati, sul 5G, sulle piattaforme digitali e sui sistemi di intelligenza artificiale hanno dimostrato a Pechino che la vera battaglia egemonica non è solo territoriale, ma anche tecnologica. Per sopravvivere a lungo termine nella competizione, la Cina deve accelerare l’innovazione interna, ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali e sviluppare standard propri nei settori digitali, energetici e finanziari. Il progetto della valuta digitale, i sistemi di pagamento alternativi al SWIFT, la corsa ai brevetti in IA e nelle tecnologie verdi si inseriscono tutti in questa logica.
Il quarto imperativo è rimandare, per quanto possibile, una guerra totale per Taiwan. L’unificazione dell’isola resta un obiettivo irrinunciabile nella narrazione del “risorgimento della nazione” entro il 2049, ma il Partito–Stato sa che un conflitto ad alta intensità con gli Stati Uniti e i loro alleati comporterebbe un rischio enorme. Le forze armate cinesi stanno colmando rapidamente il gap, ma non sono ancora certe di poter vincere una guerra breve; l’economia è attraversata da squilibri immobiliari, finanziari e demografici che rendono devastante l’ipotesi di uno shock bellico. Allo stesso tempo, la popolazione cinese sta invecchiando rapidamente e, in parallelo, il suo spirito bellico sta scendendo di intensità. Per questo Pechino privilegia una strategia di strangolamento graduale: pressione militare intorno all’isola, guerra informativa e psicologica, attrazione economica mirata e tentativo di isolare diplomaticamente Taipei, convincendo il maggior numero possibile di Paesi a non schierarsi apertamente a suo favore.
Anche per la Cina, però, gli interessi imperiali si scontrano con vincoli e costrizioni pesanti. All’esterno, il Paese si trova di fronte a un crescente accerchiamento strategico nell’Indo–Pacifico: l’accordo AUKUS, il QUAD, il riarmo giapponese e la cooperazione sempre più stretta tra Stati Uniti, India, Australia e diverse potenze dell’ASEAN costruiscono, di fatto, una cintura di contenimento. La Cina dipende ancora in misura significativa dalle esportazioni verso i mercati occidentali, dalla domanda europea e americana e dalle tecnologie avanzate prodotte in Giappone, in Corea del Sud e in Germania. In molte élite dei paesi del Sud Globale, inoltre, la presenza cinese viene percepita sempre di più come ingombrante: la retorica dell’anticolonialismo e dell’amicizia tra i popoli si scontra con le esperienze concrete di debito, di cantieri incompiuti e di concorrenza sleale.
Sul fronte interno, la Cina è tutt’altro che monolitica. Innanzitutto, esiste il tema delle tensioni ai confini terrestri con India e Bhutan e ai confini marittimi con Giappone, Filippine, Corea del Sud, Vietnam, Malesia, Brunei e Indonesia. Inoltre, le fratture territoriali ed etniche, dalla questione uigura in Xinjiang al Tibet, convivono con tensioni latenti nelle province costiere globalizzate. Il divario tra città integrate nella globalizzazione e campagne invecchiate si allarga; il modello di crescita fondato su credito facile, boom immobiliare e massicci investimenti pubblici mostra crepe sempre più profonde; la disoccupazione giovanile urbana alimenta la frustrazione in una generazione che ha creduto alla promessa di mobilità ascendente illimitata. Il Partito-Stato Comunista risponde con una combinazione di repressione, nazionalismo e promesse di prosperità futura, ma l’intensificazione del controllo – sorveglianza digitale, campagne di moralità, purghe interne – è essa stessa un segno di fragilità.
La Cina, che alza la voce contro l’egemonia americana, è, al suo interno, un regime. Teme il rallentamento della crescita più che la competizione strategica con gli Stati Uniti. La vera linea del fronte, per Pechino, è tra il Palazzo e la Società. La strategia della fase attuale può essere letta così: allargare l’orbita delle dipendenze economiche e politiche intorno alla Cina, tutelare l’accesso alle risorse critiche e alle rotte marittime, guadagnare tempo sul piano tecnologico e militare, evitare shock in grado di destabilizzare un equilibrio sociale già precario, continuare la redistribuzione del surplus commerciale nelle aree rurali interne da cui sono sempre originate le rivoluzioni.
La competizione con Washington è sistemica, ma per ora prevalentemente indiretta e asimmetrica: si gioca nel Sud Globale, nelle istituzioni internazionali, nelle catene del valore, più che su un confronto frontale di tipo bellico.
3. Russia: potenza revisionista tra ossessione di sicurezza e rischio di vassallaggio
La Russia entra in questa fase di transizione egemonica come potenza revisionista ferita. Vuole rimettere in discussione gli esiti del 1991, cancellare l’umiliazione della fine dell’URSS e riconquistare uno status di grande potenza imperiale con una propria sfera di influenza riconosciuta in Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale. Allo stesso tempo, vuole evitare di trasformarsi in periferia subordinata alla Cina, ridotta a magazzino di materie prime e a profondità strategica dell’Impero di Mezzo.
La guerra in Ucraina, concepita dal Cremlino come un’operazione rapida di aggiustamento del confine e di consolidamento del “mondo russo”, si è trasformata in un conflitto logorante che ha messo a nudo le debolezze strutturali del sistema militare ed economico russo e ha accentuato la dipendenza da Pechino.
Eppure, dal punto di vista di Mosca, gli imperativi geopolitici di fondo restano invariati. La Russia ritiene vitale garantire una profondità strategica verso ovest che eviti la percezione di una NATO a ridosso dei grandi centri urbani russi; considera essenziale mantenere il controllo, diretto o indiretto, sul corridoio del Mar Nero e del Mar d’Azov, sui porti caldi, sugli hub energetici; punta a preservare capacità nucleari e missilistiche in grado di compensare l’inferiorità convenzionale; coltiva l’ambizione di rilanciare una versione aggiornata dell’euro-asianismo, in cui si propone come polo civilizzatore alternativo all’Occidente liberale e alla Cina confuciana, capace di attrarre almeno una parte delle ex repubbliche sovietiche. Infine, tra gli imperativi va considerata la difficile posizione geografica della Russia, costretta a difendere un confine di oltre 20.000 chilometri.
Da qui nasce il doppio movimento che oggi attraversa il dibattito strategico russo e che può riassumersi nella tendenza alla “siberianizzazione”. Da un lato, c’è la chiusura difensiva verso ovest, con l’obiettivo minimo di congelare la linea del fronte in Ucraina in termini accettabili per il Cremlino e di forzare, nel tempo, una coesistenza negoziata con gli Stati Uniti e le potenze europee. Dall’altro, c’è il tentativo di spostare progressivamente l’attenzione strategica verso est: sviluppare le regioni siberiane e l’Estremo Oriente russo, rafforzare le infrastrutture verso il Pacifico, proiettarsi nell’Artico, utilizzare la propria geografia non soltanto come periferia dell’Europa o dell’Asia, bensì come ponte tra i due mondi.
Anche in questo caso, però, gli interessi si scontrano con vincoli esterni severissimi. La NATO è più grande, più motivata, più orientata alla deterrenza militare diretta rispetto al 2014; l’Europa, pur divisa, ha intrapreso un percorso di riarmo e di riduzione della dipendenza energetica dalla Russia, che difficilmente sarà completamente invertito; la Cina è un partner indispensabile ma sempre più dominante: detta prezzi e condizioni, investe dove le conviene, utilizza la Russia come retrovia energetica e diplomatica nel grande disegno della Nuova Via della Seta.
Sul piano interno, la Russia deve affrontare costrizioni strutturali difficili da aggirare. La sua economia, in termini di dimensioni, è paragonabile a quella di una media potenza europea e continua a dipendere in larga misura dall’export di idrocarburi e di materie prime, con scarsa diversificazione industriale e una forte presenza di rendite oligarchiche. Il declino demografico è accentuato, aggravato dall’emigrazione di giovani qualificati e dalle perdite di guerra. Il sistema politico, costruito sulla personalizzazione del potere, garantisce un’apparente stabilità, ma rende complessa ogni transizione, ogni successione, ogni correzione di rotta. La società è segnata da apatia politica, cinismo e rassegnazione; ma ciò non la rende immune da futuri shock, soprattutto se la guerra dovesse apparire ai russi, a un certo punto, incontestabilmente perduta.
La Russia, in altre parole, vuole molte cose – riconoscimento, sicurezza, margine di azione autonomo – ma nella fase attuale può realisticamente aspirare a molto meno: congelare il fronte ucraino nel modo più favorevole possibile, forzare una qualche forma di distensione con gli Stati Uniti, guadagnare margini di autonomia dalla Cina, iniziare una graduale riorientazione della propria economia e della propria immaginazione geopolitica verso la Siberia e il Pacifico.
Conclusione: tre potenze incompiute in un unico disordine
Se mettiamo insieme interessi, imperativi, vincoli e costrizioni delle tre superpotenze, la mappa che emerge non è quella di una semplice successione di egemoni: l’America dominante, la Cina in ascesa, la Russia come potenza comprimaria. È piuttosto quella di un triangolo instabile di potenze incomplete. Gli Stati Uniti sono ancora troppo forti perché altri possano sostituirli, ma troppo stanchi e divisi per reggere il ruolo di egemone benevolo e riconosciuto. La Cina è abbastanza potente da mettere in crisi l’ordine americano, ma troppo fragile internamente, troppo dipendente dall’ecosistema globale e troppo circondata da potenze diffidenti per sostituire quell’ordine con uno “cinese” compiuto. La Russia conserva armamenti e tradizione strategica da grande potenza, ma non dispone della base economica e demografica necessaria a sostenere una competizione prolungata né a ovest né a est.
Intorno a questo triangolo si muove una costellazione di potenze medie ambiziose – India, Turchia, Iran, Arabia Saudita, Brasile – che approfittano della transizione per allargare i propri margini di manovra, vendere il proprio allineamento al miglior offerente e sperimentare nuove combinazioni tra politiche interne autoritarie e aperture economiche selettive. L’Unione Europea oscilla tra l’aspirazione a diventare un soggetto geopolitico e la condizione di appendice occidentale dell’Eurasia, più campo di battaglia che attore a pieno titolo.
La fase che stiamo attraversando non è dunque il preludio lineare a un ordine multipolare stabile, ma una competizione aperta per ridefinire le sfere d’influenza, le regole del gioco e perfino il lessico con cui descrivere il mondo. Gli interessi delle tre superpotenze si sovrappongono e si contraddicono; gli imperativi strutturali le spingono al confronto; i vincoli e le costrizioni interne suggeriscono prudenza, sospensione e transazioni. La guerra in Ucraina, l’esplosione del Medio Oriente e la crisi di Taiwan non sono episodi separati, ma teatri diversi di una stessa transizione egemonica che, per molti anni, potrebbe non produrre un nuovo ordine, bensì un disordine sempre più diffuso.









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