Nel mio articolo della scorsa settimana ho condotto un’analisi del documento National Security Strategy 2025 degli Stati Uniti, pubblicato dalla seconda amministrazione Trump, e l’ho confrontato con la NSS del 2022, redatta dall’amministrazione Biden. Si tratta di documenti pubblici e, dunque, il loro valore è relativo; una potenza non esplicita completamente i propri obiettivi in modo così aperto e le mete esplicitate sono semplicemente una wish list soggetta a imperativi e costrizioni. In questo caso, però, si tratta di un documento ideologico – omissioni a parte – che ratifica una tattica di politica estera, che abbiamo già visto nascere durante la prima amministrazione Trump e che oggi è in fase di implementazione, e dunque verificabile.
Durante la settimana, inoltre, sono emersi dettagli provenienti da una presunta versione classificata — si pensa a uso interno, come la prassi suggerisce — che parla della creazione di un G5 tra Stati Uniti, Cina, Russia, Giappone e India, che non includerebbe i paesi europei. Si menzionano inoltre Italia, Austria, Ungheria e Polonia come possibili alleati di un piano volto a disgregare l’Unione Europea. Si tratta di due possibili iniziative, coerenti con la visione trumpiana e complementari a quelle del documento pubblico.
In attesa degli sviluppi di queste rivelazioni, questa settimana voglio ampliare il tema all’insieme della politica estera statunitense, di cui la NSE è solo una componente, conferendo al contempo maggiore profondità storica all’analisi e sottolineando quanto sia frammentato il suo consenso.
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C’è un modo ingenuo di leggere la politica estera americana: come una linea che cambia direzione in base al mondo, ai nemici, alle opportunità. E c’è un modo geopolitico più realistico che parte dall’interno: dall’ansia collettiva, dalla crisi di fiducia, dalla frammentazione in milieux e tribù che trasformano ogni dossier esterno in un test identitario. In questa lente, la politica estera non è più soltanto “strategia”: è una tecnologia di coesione (o di frattura) della coalizione che governa. Quando una nazione perde il collante, tende a esportare la propria psicologia: paure, rancori, miti di decadenza. E finisce per combattere all’estero le proprie guerre civili simboliche.
La seconda amministrazione Trump nasce esattamente qui: in un’America stanca dell’egemonia universalista e, al contempo, incapace di rinunciare al linguaggio dell’eccezionalismo. Ed è qui che la politica estera diventa un campo minato per il movimento conservatore — un ecosistema ormai troppo vasto per obbedire a una sola dottrina — e, specularmente, per una sinistra e per democratici liberal che da anni alternano internazionalismo dei diritti e pulsioni di retrenchment. Il risultato è un paradosso tipico delle fasi di transizione: tutti invocano “priorità”, ma nessuno riesce a imporre un ordine condiviso tra queste priorità.
Questo articolo mira a ricostruire cinque punti essenziali per comprendere la politica estera americana. 1) I cambi di rotta da Bush a Biden; 2) le diverse Weltanschauungen all’interno della galassia conservatrice; 3) le varie “visioni del mondo” all’interno delle sinistre americane; 4) le convergenze e le dissonanze sui dossier chiave; 5) la contraddizione strutturale della seconda amministrazione Trump: dalla non del tutto abbandonata pretesa di dominare il mondo all’accettazione di sfere di influenza, dalla validazione di sistemi di alleanze a una diplomazia puramente transazionale. Il tutto mantenendo un principio di analisi esclusivamente geopolitico: empatia analitica verso gli attori, perché contano i loro interessi, vincoli e percezioni di minacce, non le auto-narrazioni moralizzanti.
1. La traiettoria storica dal neoconservatorismo universalista al retrenchment selettivo
1.1 Bush: il neoconservatorismo come grammatica di potenza
La presidenza Bush è lo spartiacque che converte la superiorità unipolare in un progetto esplicito: non solo contenere le minacce, ma anche “rimodellare” le regioni. La National Security Strategy del 2002 codifica la svolta: preemption, cioè prevenzione, guerra al terrore e un internazionalismo muscolare che lega la sicurezza alla trasformazione politica.
Questa fase produce due eredità che oggi avvelenano entrambe le coalizioni. Le “guerre senza fine” (Iraq e Afghanistan come archetipi) che delegittimano l’élite dominante: non tanto perché l’America “perde”, quanto perché vince tatticamente senza saper costruire un ordine politico. È la crisi degli obiettivi del regime change e del nation-building. E dell’idea che la potenza americana sia “obbligata” moralmente a intervenire: democrazia e rule of law come modello da esportare, diritti umani come missione, America come giudice globale.
Qui risiede la prima coincidenza, sia pure impura, tra destra neocon e settori della sinistra liberal-internazionalista: l’interventismo come dovere. Cambiano le giustificazioni — da un lato la sicurezza, dall’altro i diritti — ma non sempre l’attuazione.
1.2 Obama: pivot to Asia e il retrenchment selettivo
Obama eredita la stanchezza imperiale e tenta il riequilibrio della politica estera statunitense: ridurre il peso del Medio Oriente, contenere l’emorragia di risorse e spostare l’asse strategico verso l’Indo-Pacifico. La formula “America’s Pacific Century” del 2011 diventa il manifesto culturale del pivot: il futuro della geopolitica si decide in Asia, non in Iraq.
Ma il pivot si scontra con la realtà: Libia, Siria, ISIS e un Medio Oriente che non “lascia andare” l’America. Obama punta quindi a un retrenchment selettivo: riduce l’impronta, aumenta i droni e le operazioni speciali, prova a scaricare i costi su partner regionali. È un compromesso tra due imperativi: la priorità all’Asia e la gestione del caos mediorientale.
1.3 Trump I: “America First” come negazione dell’universalismo, non della potenza
La prima amministrazione Trump non inventa la stanchezza: la catalizza. In termini politici, traduce l’umore profondo delle classi medie disorientate, le istituzioni delegittimate, il senso di sconfitta in guerre inutili e il rancore nei confronti di alleati percepiti come free-riders.
Sul piano dottrinale, la NSS 2017 propone già alcuni concetti poi ripresi nel 2025: competizione tra le grandi potenze, burden-sharing, confine poroso, immigrazione e cartelli come minacce alla sicurezza interna.
Washington tenta di imporre il burden-shifting, minaccia la NATO e tratta le alleanze come contratti. Ma resta ambivalente: vuole ridurre gli impegni e, al contempo, esibire forza; diffida del nation-building, ma usa sanzioni e coercizione economica; rifiuta l’ingegneria morale globale, ma non rinuncia alla superiorità americana come strumento negoziale.
1.4 Biden: ritorno dell’Occidente e l’Ucraina come collante
Biden prova a ristabilire una politica estera basata sulle alleanze, sul multilateralismo e sulla competizione sistemica con la Cina e la Russia. La NSS del 2022 riconosce la Cina come sfidante centrale e la Russia come minaccia immediata, puntando sulle alleanze come moltiplicatore di forza e di deterrenza.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 trasforma questa impostazione in uno stress test: l’Ucraina diventa il dossier collante dell’Occidente e, insieme, un acceleratore della frattura interna americana, soprattutto a destra.
Questa traiettoria ci porta al nodo: Trump non è semplicemente “un’altra svolta”. È l’avvento di una fase diversa: il passaggio da egemone universalista a potenza primaria, costretta a scegliere, negoziare e agire in modo transazionale per affermare, sopra ogni altro valore, l’interesse nazionale americano.
2. Le molte destre: una coalizione troppo ampia per una sola dottrina di politica estera
Un errore ricorrente è trattare “la destra” come un soggetto coerente. In realtà, la destra americana oggi è un ecosistema: think tank, donatori, media tradizionali, influencer, chiese, community online, élite economiche e subculture. La legittimità è reputazionale prima che organizzativa. E in un sistema così frammentato, la politica estera diventa un campo di battaglia per l’egemonia interna.
2.1 Establishment repubblicano e conservatori tradizionali
L’establishment repubblicano e i conservatori tradizionali sono una componente — formata dalle vecchie reti di Washington, parte dell’apparato congressuale, donatori, establishment pro-Israele —- che tende a vedere la NATO e l’Europa come architrave dell’ordine occidentale; la Russia come minaccia revisionista da combattere; la Cina come competitor strategico da confrontare e contenere; Israele come alleato, proxy e, al contempo, avamposto regionale (spesso anche per obbligazioni politico-morali).
Il problema è che oggi questa visione non è attrattiva per un elettorato MAGA che rifiuta l’estetica delle “guerre dell’élite” e per le subculture che usano proprio Israele come leva di spaccatura interna. Il caso di Nick Fuentes e dei Groypers è emblematico: l’antisemitismo e le retoriche anti-Israele non sono solo “contenuto”, bensì uno strumento di boundary work per definire chi sta dentro e chi fuori dal movimento.
2.2 MAGA e nazional-populisti
Il movimento MAGA tende a leggere la politica estera come un drenaggio di risorse e come un tradimento delle priorità interne. Qui nasce la volontà o l’interesse per una rapida fine dei conflitti (soprattutto della guerra in Ucraina), anche a costo di soluzioni “sporche”; per l’applicazione di tariffe e per trattative bilaterali come strumenti naturali di potere; per la lotta all’immigrazione e ai cartelli come minaccia esistenziale, dunque per l’apertura di un dossier di sicurezza nazionale “vero”.
Questa sensibilità trova una formalizzazione molto chiara nella NSS 2025 della Casa Bianca, in cui l’amministrazione dichiara che non può essere “ugualmente attenta a ogni regione” e propone una gerarchia: interessi core e periferie da gestire con selettività.
Ed è qui che emerge la dottrina-chiave dell’amministrazione attuale: il Trump Corollary alla Dottrina Monroe, cioè l’idea di reimporre la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale e di negare alle potenze extra-emisferiche il controllo di asset strategici.
La rilevanza geopolitica è evidente, ma internamente genera frizioni: le destre più globaliste vedono il corollario come una riduzione dell’influenza; le destre più ideologiche lo considerano un abbandono della missione; le destre più economiciste lo temono come protezionismo destabilizzante.
2.3 Tech Right
La tech right è spesso descritta come libertaria, ma la realtà è più ibrida: deregolamentazione e sperimentazione domestica, sì; ma anche disponibilità a usare lo Stato come acceleratore strategico: difesa, AI, supply chain, sicurezza tecnologica. Il nemico strutturale è la Cina: non tanto per ideologia quanto per standard tecnologici, filiere, semiconduttori, intelligenza artificiale e controllo dei dati.
Nella NSS del 2025, l’asse economico-tecnologico è esplicito: reindustrializzazione, investimento nelle tecnologie emergenti, sicurezza delle filiere critiche, energia come vantaggio competitivo.
Qui c’è una convergenza possibile con parti della sinistra industrialista sulla cosiddetta “foreign policy for the middle class”, ma per ragioni diverse: per la tech right l’obiettivo è la supremazia e la velocità; per la sinistra industrialista è il lavoro e la resilienza sociale.
Riguardo all’Europa, la destra tecnologica non si limita a promuovere il burden-sharing, ma propone anche una critica esplicita alle restrizioni alle libertà, ossia richiama gli alleati all’allineamento culturale con gli Stati Uniti.
2.4 Fiscal hawks, deregulatori, “anti-stato”, MAHA
Queste correnti hanno una bussola semplice: l’estero è accettabile se riduce i costi e aumenta l’autonomia. Si tende a preferire la limitazione degli impegni militari permanenti; l’uso di leve economiche (ma non sempre di tariffe, che dividono); l’attenzione alle filiere farmaceutiche ed energetiche come fattori di sicurezza nazionale. Qui la sensibilità “MAHA” si intreccia con la geopolitica delle supply chain.
Questi gruppi insistono molto sulla sicurezza economica come sicurezza nazionale e sulla necessità di non dipendere da potenze esterne per componenti chiave. La NSS 2025 riflette questo punto di vista, ma la contraddizione è evidente: ridurre lo Stato e, insieme, rimettere in piedi le capacità industriali, energetiche e tecnologiche che richiedono un coordinamento pubblico. È una contraddizione tra ideologia e imperativo strategico.
2.5 Religious right
La destra religiosa, soprattutto evangelica, è storicamente uno dei pilastri del sostegno a Israele — per ragioni teologiche e identitarie — e tende a leggere il Medio Oriente e la libertà religiosa come dossier morali. Questo la mette in collisione frontale con due componenti della “nuova destra”: una parte del populismo mediatico, che vuole ridurre il costo politico del sostegno incondizionato allo Stato ebraico; le subculture (Groypers, White Supremacists, Manosphere, etc.), ostili al sionismo cristiano e inclini a cornici anti-Israele o apertamente antisemite.
È qui che la politica estera diventa polizia interna: non si discute Israele come strategia regionale, ma come “confine morale” del movimento. La dinamica è chiarissima: l’antisemitismo diventa un indicatore identitario e una leva di potere tra le fazioni, con costi reputazionali e problemi di coordinamento per eletti e istituzioni conservatrici.
2.6 Libertari individualisti
I libertari sono il “corpo estraneo” che attraversa entrambe le coalizioni: pro-libertà civili, anti-guerra, anti-sorveglianza e spesso anti-sanzioni. Il tratto distintivo è proprio il non-interventismo e la contrarietà alla presenza militare all’estero.
Qui la convergenza con la sinistra anti-imperialista è possibile — ma fragile — perché le motivazioni non coincidono: da un lato la libertà individuale, dall’altro la solidarietà internazionalista e anti-capitalista. È una convergenza “negativa”: si sommano contro l’intervento, non necessariamente per un progetto alternativo.
2.7 Identitari suprematisti e le atre subculture
Le subculture della nuova destra americana non sono numerose, ma sono importanti per due ragioni: hanno la capacità di swarming mediatico e di esercitare pressione interna; trasformano la politica estera in una guerra culturale. I Groypers, per esempio, non sono solo portatori di “idee”: sono estetica, appartenenza, gerarchia e una psicologia dell’ansia che cerca ordine e nemici.
Sul piano della politica estera, queste subculture tendono a rigettare il globalismo come trama elitaria; a usare l’antisemitismo come campo di provocazione contro i gatekeeper, i custodi dell’ortodossia dottrinale della destra tradizionale; a flirtare con letture “sferiste” (delle sfere d’influenza) e a mostrare diffidenza verso l’Atlantismo.
Ed ecco il punto: per l’establishment, queste componenti rappresentano un rischio reputazionale; per una parte del populismo, sono un pericolo ma anche un bacino di energia. Però per i Groypers e le altre tribù lo stigma è una prova di autenticità. Combattono una guerra per l’autorità narrativa e per il diritto di definire il “centro morale” del conservatorismo.
3. Le molte sinistre: internazionalismo dei diritti, realismo liberale e “America domestica” come priorità
Anche qui, parlare di “sinistra” come unico blocco è fuorviante. I progressisti liberali, i moderati-centristi e la sinistra radicale sono mondi diversi per valori e geografia sociale.
3.1 Progressisti liberal
I progressisti liberal tendono a leggere la politica estera come estensione della politica dei diritti: tutela delle minoranze, diritti civili, agenda climatica, cooperazione multilaterale. Questa componente è spesso incline a forme di interventismo “umanitario” o “pro-democrazia”, almeno sul piano normativo.
È una parentela inattesa con i neocon: entrambi credono in questa missione, che però definiscono con una semantica distinta. La differenza tra i due raggruppamenti, nella fase attuale, è quella tra un universalismo morale basato sui diritti universali e una geopolitica della competizione basata sulla priorità, sulla deterrenza e sulle risorse finite.
3.2 Moderati-centristi
I moderati centristi sono fautori di una politica estera “equilibrata” che combina interventismo e multilateralismo, evitando eccessi. Sono, di fatto, la base sociopolitica della visione bideniana: alleanze come moltiplicatore, Ucraina come difesa dell’ordine, competizione con la Cina in coalizione.
Questa fazione sta perdendo consenso ed è vulnerabile alle argomentazioni di varie correnti della nuova destra americana: ogni guerra lunga erode l’approvazione; ogni shock economico interno riapre la domanda: «Perché spendiamo in armamenti o sprechiamo risorse all’estero?»
3.3 Sinistra radicale e socialisti democratici
I movimenti socialisti e di sinistra radicale criticano il capitalismo e le disuguaglianze strutturali e tendono a una cultura di resistenza. In politica estera, questo si traduce spesso in: critiche all’imperialismo e alle guerre “per procura”; forte sensibilità per cause come la Palestina (che diventa un test identitario interno al Partito Democratico); sospetto nei confronti del complesso militare-industriale.
Qui esiste una convergenza con il libertarismo non interventista, ma solo sul piano tattico. Strategicamente, i due gruppi, uno di sinistra e l’altro di destra, restano distanti.
3.4 “Foreign policy for the middle class”
Negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2008 e poi dopo le crisi delle supply chain, è cresciuta una sensibilità trasversale: la politica estera deve servire la resilienza interna. Questa idea è compatibile con la logica di transizione egemonica: meno universalismo, più selezione, più economia politica della potenza.
È qui che nasce una convergenza parziale tra democratici e tech right: contenere la Cina non solo con flotte e alleanze, ma anche con l’industria, i semiconduttori e gli standard tecnologici. Le differenze tra i due gruppi, però, emergono sul metodo e sui valori: da un lato, gli obiettivi sono regolamentazione, lavoro e welfare industriale; dall’altro, deregolamentazione e accelerazione.
4. La politica estera “a dossier”
Per comprenderla, conviene leggere la nuova politica estera di Trump come un insieme di dossier, perché è proprio così che l’amministrazione sembra volerla gestire: non alleanze stabili, ma pacchetti negoziali variabili. E ogni dossier attiva coalizioni diverse, spesso trasversali ai partiti.
4.1 Medio Oriente e Israele
A destra, Israele è la faglia più tossica perché sovrappone strategia e moralità interna. La Religious Right e l’establishment pro-Israele spingono per un forte sostegno; Israele è considerato la frontiera occidentale. Per gran parte del populismo, il sostegno può essere soltanto condizionato, con attenzione ai costi e all’opinione pubblica. I Groypers e l’ultradestra professano ostilità al sionismo cristiano e usano Israele e l’antisemitismo come arma contro l’establishment repubblicano.
Anche a sinistra, il conflitto tra Israele e Palestina spezza l’unità delle vedute. I liberal-internazionalisti reclamano equilibrio, sicurezza per Israele e la soluzione dei due Stati come retorica residua; nella sinistra radicale e nei movimenti pro-Pal, la Palestina è una cartina morale. I moderati sono preoccupati per la tenuta elettorale e per i sistemi di alleanza.
Sul piano geopolitico, Israele è anche un proxy, nel senso di un nodo di un sistema regionale: le fratture interne israeliane plasmano direttamente la strategia estera, rendendo instabile ogni tentativo americano di “gestire” la regione con una sola leva.
Questo significa che, anche volendo ridurre l’impegno, Washington resta intrappolata: ogni escalation produce onde interne (diaspora, campus, donatori, guerra culturale) che rientrano nella politica americana come un boomerang.
4.2 Ucraina e Russia
In relazione al conflitto tra Ucraina e Russia, la frattura è netta. La destra dell’establishment è atlantista: l’Ucraina è la prova della capacità di deterrenza e di credibilità della NATO; per i populisti MAGA l’Ucraina è “guerra dell’élite” e comporta solo drenaggio; i libertari sono opposti alle guerre per principio; la tech right è più ambigua: è anti-Russia, ma soprattutto è ossessionata dalla Cina, dunque incline al retrenchment in Europa e Medio Oriente per liberare risorse.
Nella galassia della sinistra, i moderati liberal sono internazionalisti e sostengono la difesa dell’ordine internazionale; la sinistra radicale critica l’escalation, pone l’attenzione sui costi sociali interni e sulla diffidenza nei confronti della militarizzazione.
Trump, nella sua lettura attraverso il filtro “sferista”, tende a trattare questa guerra come un dossier di stabilizzazione rapida a qualsiasi costo per l’Ucraina. La NSS 2025 dichiara esplicitamente che l’attenzione sostenuta alla periferia è un errore e che l’obiettivo è concentrarsi sugli interessi core: la Cina e l’emisfero occidentale.
4. 3 Cina e Taiwan
Sul Regno di Mezzo e Taiwan c’è la convergenza più ampia: quasi tutti vedono la Cina come sfidante sistemico, ma divergono sui mezzi e sulla valutazione dei rischi. La Tech Right si concentra sulla competizione tecnologica, intesa come una guerra per gli standard tecnologici e la velocità in ambito AI, chip e dati. L’establishment repubblicano è fautore del mantenimento e, eventualmente, del rafforzamento delle coalizioni come il QUAD e l’AUKUS, della deterrenza e dei sistemi di alleanza. I populisti sono favorevoli alle tariffe, al decoupling e alle tattiche di pressione nelle relazioni bilaterali. La sinistra industrialista punta sul reshoring e sulla resilienza, nel rispetto della regolamentazione e della tutela del lavoro.
Il pericolo Cina dunque unisce. Il pivot di Obama nasceva da questa intuizione già nel 2011: il futuro si decide in Asia.
La competizione USA–Cina è anche sistemica e riflette fragilità interne reciproche; Taiwan diventa così non solo un rischio militare, ma anche un simbolo della credibilità americana e uno specchio della vulnerabilità delle filiere.
La NSS 2025, come viene presentata pubblicamente, insiste sulla necessità di costruire un deterrente a un conflitto su Taiwan e sul ruolo di primaria importanza delle filiere dei semiconduttori, pur all’interno di una cornice “America First”.
4.4 Europa e NATO
Europa e NATO sono i punti in cui la seconda amministrazione Trump rompe più apertamente con l’ecumenismo occidentale.
La NSS 2025 parla di burden-sharing e burden-shifting e richiama l’Hague Commitment del 5% del PIL per la difesa, presentandolo come un nuovo standard che gli alleati devono rispettare. Ma aggiunge un secondo elemento più destabilizzante: la richiesta agli alleati di un allineamento “culturale”, con critiche alle restrizioni alla libertà di parola, ai processi democratici, alle politiche migratorie in Europa, e persino con riferimenti alla decadenza della civiltà europea. Questa tematica è la più ripresa nelle letture mediatiche del documento.
Dentro la destra, questo porta a una spaccatura tra atlantisti tradizionali (che temono la disarticolazione dell’Occidente), populisti (che vedono l’Europa come un’élite decadente e free rider) e tech right, che usa la retorica del free speech come arma metapolitica.
Dentro la sinistra, l’Europa e la NATO dividono meno sui “valori” e più sui “mezzi”: militarizzazione o diplomazia. Le fratture esplodono su Gaza e sull’Ucraina, su scelte alternative come il ritiro e l’appoggio a oltranza, tra un concetto di pace giusta e un concetto di pace sporca, fino a erodere la coesione della coalizione progressista.
4.5 Emisfero occidentale
La seconda amministrazione Trump sposta il baricentro sull’emisfero occidentale. Il documento strategico parla esplicitamente di un Trump Corollary alla dottrina Monroe e di una reimposizione della preminenza degli USA nell’emisfero, con obiettivi quali il controllo delle migrazioni, il blocco dei traffici e il rafforzamento della supply chain nel continente americano. Da qui si arriva a ipotizzare un ripensamento della presenza militare e dei deployment mirati contro i cartelli, “includendo, ove necessario, l’uso della forza letale”.
Questo dossier crea convergenze trasversali sul “problema” della migrazione e della criminalità, ma forti divergenze tra le diverse fazioni sulla legalità, sul rischio di escalation, sul rapporto con il Messico e con gli altri partner regionali, sull’uso dell’esercito per missioni di sicurezza interna e sul concetto stesso di “lotta ai nemici interni”.
L’elemento emisferico è centrale. Qui bisogna concentrarsi ad arginare la diaspora latino-americana e a riattivare l’anti-comunismo. In questo contesto, la Florida acquista importanza perché costituisce un ponte strategico verso l’America Latina. È una geopolitica “domestica”: l’estero è dietro casa e rientra nella foreign policy come questione identitaria.
- Energia, clima, economia
Su temi quali l’energia, il clima e l’economia, la polarizzazione diventa quasi ontologica. La sinistra liberale considera il clima e la transizione energetica parte della sicurezza nazionale. Al contrario, la destra trumpiana e tecno-libertaria appoggia l’obiettivo di dominanza energetica come leva di potere e rigetta la grammatica Net Zero, considerata un vincolo strategico importato dall’Europa. La NSS 2025 parla apertamente di energy dominance criticando l’UE.
Energia, clima, economia sono campi rilevanti tanto per la politica interna quanto per quella estera, e qui si creano alleanze effimere su sanzioni, esportazioni energetiche, reshoring e capacità di sostenere una lunga competizione con la Cina e la Russia.
5. Trump II
5.1 Il nuovo linguaggio ufficiale
La NSS 2025 cerca di risolvere le sue contraddizioni interne con una formula: essere al contempo muscolari e selettivi. Il testo definisce la postura come pragmatica e propria della filosofia “America First” e insiste sugli interessi di fondo: non si può essere ovunque. Introduce poi tre cardini che, insieme, spiegano l’architettura trumpiana: il burden-sharing e il burden-shifting: l’America convoca, ma non paga per gli altri; il realignment through peace: la nuova diplomazia presidenziale per chiudere conflitti e riallineare le regioni agli interessi USA; l’economia come sicurezza: filiere, industria, energia, tecnologia come strumenti di potenza.
È una strategia da egemone stanco che mira a massimizzare i ritorni e minimizzare l’overextension.
5.2 Le contraddizioni
La contraddizione principale è strutturale: ritirarsi dall’universalismo riduce i costi, ma aumenta la volatilità sistemica. E la volatilità si traduce in shock che tornano a casa: migrazioni, energia, inflazione, supply chain, percezione di debolezza, crisi alleate. Quindi, Washington oscilla tra due direzioni: accettare sfere d’influenza (soprattutto in Eurasia) per chiudere dossier e ridurre gli impegni; reimporre il dominio nell’emisfero occidentale perché il disordine vicino è contagioso.
Ma sono presenti molte altre contraddizioni nella politica estera attuale di Washington: permane l’obiettivo di controllare il mondo, che però ora convive con la logica delle sfere e dei dossier; il sistema di alleanze non viene ripudiato, nonostante ciò, la politica estera diventa “puramente transazionale” con alleanze variabili; l’architettura universalista costruita dagli stessi Stati Uniti non viene cancellata, ma si procede ora con “contratti” come se non esistesse; non si rinnega l’ordine globale, si procede però a una gestione affaristica dei conflitti locali.
5.3 Le spaccature
Questa postura spacca il conservatorismo più di quanto lo unisca perché ogni famiglia della destra vede un rischio diverso. I neocon-atlantisti temono un effetto domino (credibilità, deterrenza, alleanze); i populisti temono il contrario: essere risucchiati di nuovo nelle guerre dell’élite; la religious right teme che l’approccio transazionale “raffreddi” il sostegno valoriale a Israele; la tech right teme che l’instabilità sistemica rallenti l’America nella corsa tecnologica; i libertari temono lo “Stato di sicurezza” e l’escalation “domestica”: cartelli, confine, immigrazione; le subculture radicali usano ogni ambiguità come occasione di guerra interna.
La formazione della nuova destra è un progetto egemonico: autorità narrativa, capacità istituzionale, potere di mobilitazione. La politica estera oggi è uno dei teatri principali di questa contesa, perché determina chi rappresenta “il centro morale” della coalizione.
5.4 Il fattore Florida
La Florida è il luogo in cui la ribellione populista e il coordinamento d’élite si incontrano: Mar-a-Lago è l’hub operativo e simbolico. Questo conta perché il trumpismo non è solo una dottrina: è un ecosistema di potere. E gli ecosistemi funzionano grazie a incentivi: donatori, media, reputazione, mobilitazione. In un ecosistema, la politica estera diventa rapidamente uno strumento per segnalare lealtà, un’arma di delegittimazione degli avversari interni e materiale per la guerra culturale.
Il risultato è che la strategia estera non può essere solo “razionale” o interamente coerente; deve essere anche narrativamente compatibile con le tribù che tengono insieme la coalizione.
6. Conclusione: la geopolitica della coesione interna
Se dovessi sintetizzare la fase attuale in una frase, direi: gli Stati Uniti stanno passando da un ordine a una negoziazione. È la transizione verso un mondo più fluido e competitivo, diviso in sfere d’influenza: un G-Zero in cui la potenza degli americani resta enorme, ma la direzione condivisa si indebolisce e il caos si diffonde.
In questo contesto, le divergenze interne sulle strategie estere non sono un dettaglio: sono una variabile strutturale della potenza. Perché una superpotenza può permettersi incoerenze tattiche, ma non una guerra fredda interna permanente sulla propria identità strategica. Gli Stati Uniti vivono la “psicopolitica dell’ansia”: sono una nazione che non riesce a trasformare l’ansia in progetto e tende a trasformare la strategia in terapia identitaria, finendo per litigare su ogni dossier come se fosse una resa dei conti morale.
La seconda amministrazione Trump, con la sua diplomazia selettiva e transazionale, prova a cavalcare questa condizione: promette pace e riduzione dei costi, ma usa la forza e la coercizione dove l’elettorato percepisce minacce immediate (emisfero, confine, cartelli), e chiede agli alleati di pagare di più mentre ne giudica la “salute culturale”.
È una politica estera propria di un impero stanco, ma instabile come architettura: perché, senza alleati stabili e senza un perimetro prevedibile, ogni crisi diventa negoziazione ad alta temperatura e ogni negoziazione, inevitabilmente, rientra in casa come frattura.









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