L’approccio alle guerre di Israele di Donald Trump, tanto passato – evidenziato durante il suo primo mandato – come presente e futuro – evidenziato dalle dichiarazioni e decisioni attuali -, segna una discontinuità significativa rispetto alle amministrazioni precedenti.
La politica della sua prima amministrazione nei confronti del Medio Oriente è stata caratterizzata da un marcato spostamento verso il sostegno incondizionato, sia politicamente che militarmente, a Israele. La stretta relazione personale e politica tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha guidato molte delle decisioni dell’amministrazione.[1]
Nel dicembre 2017, l’amministrazione Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e vi ha trasferito l’ambasciata nel 2018. Nel 2019, ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Nel gennaio 2020, ha presentato il suo piano di pace che proponeva il riconoscimento della sovranità israeliana su gran parte della Cisgiordania e la creazione di uno stato palestinese di sovranità limitata con capitale nei sobborghi di Gerusalemme Est.[2]
Inoltre, la prima amministrazione Trump ha sospeso gli aiuti finanziari agli organismi palestinesi, ha chiuso il consolato a Gerusalemme Est e ha dichiarato che gli insediamenti israeliani nei territori occupati non violano il diritto internazionale, ribaltando decenni di politica statunitense e ONU e dando il via libera a Israele per espandere ulteriormente gli insediamenti in Cisgiordania.
Allo stesso tempo, la prima amministrazione Trump ha avviato gli Accordi di Abramo,[3] che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e diversi paesi arabi. Questi accordi rappresentano un cambio di paradigma nella regione, spostando l’attenzione dalla questione palestinese a un’alleanza strategica “semita” contro l’Iran. L’intenzione americana è rafforzare Israele e delegarle la responsabilità del controllo della regione e la protezione degli stati arabi amici – in primo luogo Arabia Saudita – contro la supposta aggressività della Repubblica Islamica.
L’Iran è stato considerato da Netanyahu e Trump come il nemico principale e nel 2018 l’amministrazione americana ha ritirato gli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action,[4] sostenendo che l’accordo era troppo debole per impedire alla Repubblica Islamica di sviluppare armi nucleari. È stato l’inizio di una campagna di “massima pressione” sull’Iran su cui sono ricadute sanzioni economiche e militari. Nel gennaio 2020 un attacco con drone ordinato da Trump ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani, capo della Forza Quds.
Tutte queste decisioni hanno rafforzato ulteriormente i legami degli Stati Uniti con Israele, ma hanno sollevato tensioni nella regione e hanno compromesso il ruolo degli Stati Uniti come mediatore.
La politica della successiva amministrazione Biden nei confronti di Israele e dei conflitti in Medio Oriente si è caratterizzata per un approccio più bilanciato – nella continuità storica precedente a Trump – tra il mantenimento del sostegno degli Stati Uniti a Israele e il tentativo di promuovere la stabilità regionale. In particolare, l’amministrazione Biden ha riaffermato il sostegno alla soluzione dei due stati come unica via per garantire pace e sicurezza sia a Israele che ai palestinesi, sebbene non siano stati fatti passi concreti per avanzare i negoziati, anche data la impossibilità al momento di realizzare questa visione.
Trump, nel delineare la politica estera della sua seconda amministrazione e nel nominare i responsabili di questa, ha mostrato voler tornare alla ambiziosa e unilaterale politica del suo primo mandato che ruotava attorno a tre pilastri principali: rafforzamento di Israele, costruzione di alleanze arabo-israeliane e contenimento dell’Iran. Questa politica mediorientale non solo ha ridisegnato le relazioni arabo-israeliane degli ultimi anni, ma sta anche plasmando le dinamiche geopolitiche dell’intero Medio Oriente.
Dunque, oggi, la domanda cruciale è fino a che punto l’amministrazione Trump sosterrà Israele nelle sue guerre? Se da un lato, infatti, la cooperazione prevista dagli Accordi di Abramo sta aiutando le relazioni arabo-israeliane, dall’altro le guerre di Israele li stanno minando per la spietatezza con la quale lo stato ebraico combatte i palestinesi e occupa nuovi territori. La questione palestinese è tornata così ad essere il maggior ostacolo all’allargamento degli Accordi, perno della politica mediorientale del nuovo mandato di Trump come dell’anteriore.
Nonostante la linea dura del governo Netanyahu, la nuova amministrazione americana ha confermato un appoggio totale a Israele. Trump stesso ha ribadito il suo allineamento alla politica dello stato ebraico, pur sottolineando l’intenzione di mantenere gli Stati Uniti fuori da conflitti prolungati. Anche se poi, nella sua proverbiale incoerenza, ha lanciato soluzioni che comporterebbero guerre ad oltranza. Al di là di queste provocazioni, il successo della strategia americana richiede che Netanyahu abbandoni l’idea del Grande Israele e lasci ai palestinesi la speranza di avere un giorno uno stato proprio.[5] Condizioni che ci riportano al nostro quesito sul fino a dove Trump sta disposto a seguire Netanyahu.
Abbiamo già visto come, per la nuova amministrazione Trump, la normalizzazione delle relazioni tra Israele e stati arabi rimanga una priorità, e si basi su di un rilancio ed estensione degli accordi di Abramo, con un focus sulla cooperazione economica e militare contro le minacce comuni. Tra diversi vantaggi, questa cooperazione aprirebbe la possibilità di pressione sugli stati arabi per ridurre il loro sostegno alla causa palestinese. Limiterebbe, inoltre, – oltre che l’influenza dell’Iran – l’ascendente della Turchia nelle dinamiche geopolitiche regionali, anche se, allo stesso tempo, potrebbe portare a una maggiore aggressività di entrambi paesi per contrastare il loro possibile isolamento. Permetterebbe, infine, ridurre le risorse umane, economiche e militari nel Medioriente per poterle centrate nell’area del Mar Cinese Meridionale per il contenimento della Cina, dove gli USA credono si giochi la partita dell’egemonia mondiale.
Come già affermato, però, la cooperazione arabo-israeliana avrebbe possibilità di materializzarsi solo se Netanyahu facesse marcia indietro sull’idea del Grande Israele e terminasse le campagne militari e l’espulsione o addirittura il massacro di palestinesi. Dunque, che farà Trump nel caso che Israele persistesse con le azioni militari in corso.
La nomina di Marco Rubio come segretario di stato, di Mike Waltz come consigliere alla Sicurezza Nazionale e di Mike Huckabee come ambasciatore in Israele significano supporto tanto alla politica di espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati come alle posizioni più aggressive nei confronti di Iran e dei suoi proxy. Inoltre, queste le nomine suggeriscono una diminuzione dell’attenzione verso i negoziati di pace con i palestinesi e l’abbandono della soluzione dei due stati non voluta dall’attuale governo israeliano. Infine, indicano come la priorità degli USA nei prossimi anni sarà sempre più il contenimento della Cina.[6]
Dunque, è probabile che l’amministrazione Trump, se la sua politica di “massima pressione” non spinge la Repubblica Islamica ad una accordo resa, che è l’obiettivo desiderato, fornisca un sostegno, chissà non solo politico ma forse anche militare, alle operazioni israeliane in corso – a Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e persino Iran – contro la stessa Repubblica Islamica ed i suoi proxy, inclusa la fornitura di armamenti avanzati e assistenza strategica, anche se con più attenzione che nel passato a costi e benefici.
Dunque, sul piano geopolitico le conseguenze di questo allineamento dell’amministrazione Trump con Israele potrebbe aumentare il rischio di escalations militari e di conflitti regionali; potrebbe anche conseguire, però, la stabilità della regione mediorientale a corto termine sotto una pax israeliana e con un Iran sottomesso.
Analizzeremo in prossimi articoli questi sette fronti delle guerre di Israele per capire quali possano essere i possibili rischi di inasprimento dei conflitti o viceversa i possibili esiti di pace. Quali, inoltre, possano essere le ripercussioni a livello geopolitico regionale e mondiale, dato che in Medioriente sono coinvolte tutte le grandi potenze e le aspiranti tali: dagli Stati Uniti alla Russia, dall’Europa alla Cina, da Israele all’Arabia Saudita, dalla Turchia all’Iran. E dato che, nel nuovo ordine mondiale che Trump cercherà di costruire, i conflitti – “caldi” come Gaza e l’Ucraina e “freddi” come Taiwan – sono tutti collegati e dovranno essere negoziati tra le grandi potenze: Stati Uniti, Russia e Cina. Nei prossimi mesi, con la Russia la nuova amministrazione non cercherà solo di arrivare ad un accordo sull’Ucraina, ma anche insisterà per definire la spartizione di influenze in Medio Oriente, in Europa e nel resto del mondo anche se sempre sotto la egemonia americana.
Conflitto a Gaza con Hamas e Jihad Islamica
L’amministrazione Trump ha storicamente mostrato un forte sostegno a Israele, come evidenziato dal riconoscimento di Gerusalemme come sua capitale e dal ritiro dall’accordo nucleare con l’Iran. Queste azioni hanno contribuito a intensificare le tensioni nella regione.
Con il suo ritorno alla presidenza, Trump ha espresso l’intenzione di facilitare un cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas prima della sua inaugurazione. Il senatore Lindsey Graham ha dichiarato che Trump è determinato a fermare i combattimenti e a liberare gli ostaggi, sottolineando la necessità di cooperare con l’amministrazione Biden durante la transizione.
Tuttavia, le dichiarazioni passate di Trump, come l’incoraggiamento a Israele a “risolvere il problema” a Gaza, suggeriscono un approccio che potrebbe portare a un’intensificazione delle operazioni militari israeliane nella regione.
In sintesi, mentre l’amministrazione Trump potrebbe cercare di mediare un cessate il fuoco e promuovere la liberazione degli ostaggi, il suo storico sostegno incondizionato a Israele e le dichiarazioni passate indicano che potrebbe continuare a sostenere le operazioni militari israeliane contro Hamas e la Jihad Islamica, influenzando significativamente la dinamica del conflitto a Gaza. Questo sostegno dell’amministrazione Trump a Israele potrebbe portare a operazioni militari più frequenti e distruttive contro Gaza, con un aumento delle perdite civili e della distruzione infrastrutturale. L’emarginazione dei palestinesi potrebbe inoltre portare a un rafforzamento di Hamas come forza politica, a scapito di una soluzione negoziata.
Conflitto in Cisgiordania
La nuova amministrazione Trump potrebbe influenzare significativamente la dinamica del conflitto in Cisgiordania e le relazioni con i palestinesi. La nomina di Mike Huckabee come ambasciatore degli Stati Uniti in Israele è particolarmente rilevante. Huckabee ha espresso in passato posizioni favorevoli all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele, dichiarando che “la Cisgiordania è parte integrante di Israele” e che “in realtà i palestinesi non esistono”.
Queste posizioni suggeriscono che l’amministrazione Trump potrebbe sostenere o non opporsi a iniziative israeliane volte all’annessione di parti della Cisgiordania, una mossa che la ONU considera illegale e che potrebbe ulteriormente complicare le prospettive di una soluzione a due stati. Inoltre, l’approccio dell’amministrazione potrebbe portare a un aumento delle tensioni e della violenza nella regione, come indicato da recenti escalations di violenza da parte dei coloni israeliani e delle loro nuove occupazioni.
In sintesi, l’amministrazione Trump potrebbe adottare una politica che favorisce le posizioni israeliane più dure, potenzialmente sostenendo l’annessione della Cisgiordania e l’espulsione parziale dei palestinesi dalla regione, riducendo le possibilità di negoziati significativi con i palestinesi. Questo approccio, mentre rafforzerebbe Israele a breve termine, rischierebbe di innescare una nuova ondata di instabilità, radicalizzazione e violenze, minacciando la pace e la sicurezza della regione a lungo termine.
Conflitto in Libano con Hezbollah
Il Libano è attualmente in una profonda crisi politica, economica e sociale. Una guerra civile latente è alimentata dalla presenza e l’influenza di Hezbollah, sostenuto dall’Iran; dalle tensioni settarie tra sunniti, sciiti e cristiani; dalla pressione di Israele sui confini meridionali. Inoltre, una crisi economica devastante, aggravata dall’afflusso di rifugiati dalla Siria, ha portato il sistema finanziario e politico libanese al collasso.
L’amministrazione Biden ha adottato un approccio cauto, supportando la stabilità economica del Libano attraverso aiuti umanitari e diplomatici, ma mantenendo una linea dura contro Hezbollah.
Il ritorno di Trump potrebbe comportare un maggiore sostegno a Israele per contenere Hezbollah, con il rischio di intensificare le tensioni militari lungo il confine tra Libano e Israele. A differenza di Biden, Trump potrebbe ridurre gli aiuti umanitari diretti al Libano, gestiti in gran parte da Hezbollah.
Recentemente, è stato raggiunto un instabile cessate il fuoco di due mesi tra Israele e Hezbollah, mediato da un panel internazionale guidato dagli Stati Uniti. L’accordo prevede il ritiro delle forze di Hezbollah dal sud del Libano e il ritorno delle truppe israeliane al confine in attesa del cambio di amministrazione americana.
Il sostegno dell’amministrazione Trump a Israele potrebbe portare a un’intensificazione delle operazioni contro Hezbollah, soprattutto se il gruppo violasse il cessate il fuoco. Inoltre, l’approccio più duro di Trump nei confronti dell’Iran, principale sostenitore di Hezbollah, potrebbe influenzare le dinamiche del conflitto, aumentando la pressione su Teheran e, di riflesso, su Hezbollah.
Le conseguenze geopolitiche per il Libano della politica di Trump potrebbero essere l’instabilità politica ed economica, che porterebbe il Libano più vicino a un conflitto interno o a una guerra con Israele. La marginalizzazione delle istituzioni statali favorirebbe attori non statali come Hezbollah, ma anche gruppi jihadisti o milizie locali.
Per gli Stati Uniti, l’isolamento del Libano potrebbe rafforzare il messaggio anti-Iran di Trump, ma ridurrebbe l’influenza americana nella regione, lasciando spazio a Russia e Iran. L’aumento della tensione tra Libano e Israele potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto regionale non voluto.
Sul piano regionale, la destabilizzazione del Libano avrebbe ripercussioni su Siria, Giordania e persino Israele, aumentando il rischio di una conflittualità regionale più ampia. I Paesi del Golfo potrebbero tentare di influenzare il Libano per contrastare l’Iran, ma con risultati incerti.
Conflitto in Siria e con ISIS e forze filoiraniane
Durante il suo precedente mandato, la politica di Trump in Siria è stata caratterizzata da una riduzione del coinvolgimento americano. Trump ha più volte dichiarato la volontà di ritirare le truppe americane dalla Siria, evidenziando il desiderio di limitare l’impegno militare diretto nella regione. L’intervento americano si è concentrato principalmente sulla lotta contro lo Stato Islamico, culminata con la dichiarazione di vittoria nel 2019. Nonostante il ruolo cruciale delle Forze Democratiche Siriane (SDF) guidate dai curdi nella lotta contro l’ISIS, Trump ha consentito alla Turchia di lanciare operazioni contro questi nel nord-est della Siria. Pur mantenendo una retorica critica, Trump ha evitato scontri diretti con la Russia e ha privilegiato un approccio più pragmatico, tollerando in parte l’influenza russa e iraniana in Siria.
Con la nuova presidenza, si potrebbe concretare la riduzione dell’impegno americano. Trump potrebbe attuare un completo ritiro delle forze americane ancora presenti nel nord-est della Siria, riducendo ulteriormente l’influenza americana nel conflitto. Questo abbandonerebbe i curdi a fronteggiare da soli le pressioni di Turchia, regime siriano e forze filoiraniane e creerebbe un vuoto di potere nel nord-est, aumentando il rischio di conflitti tra fazioni locali. Con l’ISIS ormai indebolito, Trump potrebbe anche ridurre il sostegno alle operazioni di controterrorismo in Siria, aumentando il rischio di una possibile rinascita dello Stato Islamico o di altre organizzazioni jihadiste.
In questo scenario l’amministrazione Trump potrebbe anche cercare un dialogo con la Putin per ridurre le tensioni, accettando di fatto la presenza russa come garante della stabilità in Siria. Ciò potrebbe consolidare il potere di Bashar al-Assad. E sebbene Trump abbia adottato una linea dura contro Teheran, potrebbe accettare la presenza iraniana in Siria se considerata parte di un equilibrio regionale, limitando il supporto a operazioni israeliane contro obiettivi iraniani in Siria. Trump probabilmente seguirebbe assecondando anche le ambizioni turche nella regione, consentendo nuove operazioni militari contro i curdi e riconoscendo di fatto una maggiore influenza turca nel nord della Siria. Tutto questo indebolirebbe però l’influenza americana.
Nello scenario alternativo, Israele intensificherebbe gli attacchi aerei contro basi iraniane e convogli di armamenti diretti a Hezbollah, con il pieno sostegno degli Stati Uniti. Questo potrebbe destabilizzare ulteriormente la Siria, complicando gli sforzi di ricostruzione e rafforzando la dipendenza del regime di Assad da Russia e Iran. Un’escalation israeliana in Siria potrebbe aumentare il rischio di incidenti con le forze russe, che hanno una presenza significativa nel paese. L’instabilità in Siria, come quella in Iraq, fornirebbe a ISIS nuove opportunità per reclutare e riorganizzarsi.
Conflitto in Iraq e con ISIS e forze filoiraniane
La nuova amministrazione Trump non dovrebbe apportare cambiamenti significativi alla dinamica del conflitto in Iraq, in particolare nella lotta contro l’ISIS e nelle relazioni con le fazioni filoiraniane. Durante il suo precedente mandato, Trump ha adottato un approccio aggressivo contro l’ISIS, intensificando le operazioni militari e delegando maggiore autorità decisionale ai comandanti sul campo, il che ha portato a una rapida riduzione del territorio controllato dall’ISIS.
Sebbene Trump abbia mostrato una tendenza al disimpegno dalle operazioni militari in Medio Oriente, come evidenziato dal suo annuncio nel 2018 di un ritiro totale delle truppe statunitensi dalla Siria, tuttavia, in Iraq, potrebbe mantenere una presenza limitata per garantire la stabilità e prevenire la rinascita di gruppi terroristici.
D’altro lato, Israele potrebbe intensificare gli attacchi aerei contro le milizie filoiraniane sciite in Iraq, percepite come una minaccia strategica, con il probabile sostegno della nuova amministrazione americana. Il rinnovato sostegno a Israele e una posizione più dura nei confronti dell’Iran potrebbero influenzare le dinamiche in Iraq, dove l’Iran ha una significativa influenza attraverso milizie sciite. Un aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran potrebbe portare a scontri indiretti sul suolo iracheno, destabilizzando ulteriormente il paese.
Conflitto in Yemen con gli Houthi
La nuova amministrazione Trump potrebbe influenzare significativamente la dinamica del conflitto in Yemen, in particolare riguardo al ruolo degli Houthi e alle relazioni con Israele.
Durante il suo precedente mandato, Trump ha designato gli Houthi – movimento armato sciita zaydita – come Organizzazione Terroristica Straniera (FTO) e come “Terroristi Globali Specialmente Designati” nel gennaio 2021. Questa mossa è stata successivamente revocata dall’amministrazione Biden nel febbraio 2021, a causa delle preoccupazioni per l’impatto umanitario. Tuttavia, nel gennaio 2024, gli Stati Uniti hanno nuovamente designato gli Houthi come “terroristi globali ” in risposta agli attacchi contro la navigazione nel Mar Rosso.
Trump ha storicamente sostenuto Israele e le sue iniziative regionali. L’amministrazione potrebbe quindi appoggiare le operazioni israeliane contro le milizie sostenute dall’Iran, inclusi gli Houthi in Yemen. Trump potrebbe anche riprendere il sostegno attivo alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, fornendo armi, intelligence e supporto logistico. Questo allineamento potrebbe portare a un aumento delle operazioni militari congiunte o coordinate nella regione, mirando a limitare l’influenza iraniana.
Un approccio più aggressivo verso gli Houthi e l’Iran potrebbe intensificare le tensioni nel Medio Oriente, aumentando il rischio di conflitti su più fronti. La designazione degli Houthi come terroristi potrebbe anche influenzare le dinamiche del conflitto israelo-palestinese, data la complessa rete di alleanze nella regione.
A livello geopolitico, un rinnovato supporto alla coalizione saudita rischierebbe di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto prolungato e costoso. L’escalation in Yemen potrebbe esacerbare le tensioni tra Stati Uniti e Iran, aumentando il rischio di conflitti diretti o indiretti nella regione. Un’intensificazione del conflitto in Yemen potrebbe destabilizzare l’intera area del Golfo, con impatti negativi sulle rotte energetiche e commerciali.
Per lo Yemen, un ritorno a una strategia militarista ridurrebbe le possibilità di una soluzione politica, prolungando la guerra civile e le sofferenze della popolazione. L’intensificazione della guerra potrebbe portare a una maggiore frammentazione del paese, con il rischio di un conflitto interno ancora più complesso. Questo potrebbe intensificare i bombardamenti e prolungare il conflitto e l’instabilità nel mar Rosso.
Conflitto con l’Iran
La nuova amministrazione Trump intende ripristinare una politica di “massima pressione” nei confronti dell’Iran, mirata a indebolire economicamente e diplomaticamente Teheran. Ciò include il sostegno a potenziali attacchi israeliani su siti nucleari ed energetici iraniani e la reintroduzione di sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane.
Durante il suo primo mandato, Trump ha adottato una linea dura contro l’Iran, ritirandosi dall’accordo nucleare del 2015 e imponendo sanzioni economiche. Questa strategia ha avuto effetti limitati nel modificare il comportamento iraniano. Con il suo ritorno alla presidenza, Trump prevede di intensificare queste misure, mirando a ridurre le capacità finanziarie dell’Iran di sostenere gruppi come Hamas, Hezbollah, le milizie sciite e gli Houti.
Israele accoglie favorevolmente questo approccio, aspettandosi che l’amministrazione Trump adotti una posizione più rigida nei confronti dell’Iran, creando opportunità per ulteriori accordi di pace con i vicini arabi.
In risposta, l’Iran sta cercando di avviare aperture diplomatiche verso la nuova amministrazione, nel tentativo di mitigare l’impatto delle sanzioni e dell’isolamento diplomatico. Tuttavia, la regione rimane volatile, con conflitti in corso che coinvolgono offensive israeliane contro proxy iraniani, complicando gli sforzi diplomatici di Teheran.
La politica di “massima pression” 2.0” e il supporto aperto alle operazioni israeliane contro obiettivi iraniani in Siria, Iraq e altrove, però, porterebbero a una crescente possibilità di scontri diretti. L’Iran, percependo una minaccia crescente, potrebbe rafforzare i suoi proxy nella regione, aumentando il supporto a gruppi come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. L’abbandono definitivo di ogni negoziato sull’accordo nucleare potrebbe poi spingere l’Iran a sviluppare il programma nucleare a ritmo accelerato, innescando un possibile attacco preventivo israeliano con il supporto statunitense.
L’intensificazione della “massima pressione” sull’Iran via azioni militari e sanzioni, l’appoggio politico e militare a Israele, lasciato libero di operare secondo gli obiettivi di Netanyahu, potrebbero, però, spingere l’Iran a negoziare un accordo “resa” – in considerazione dell’inferiorità militare e delle crisi economiche che stanno devastando il paese – e potrebbe portare all’indebolimento di tutti i suoi proxy. La prospettiva di nuova politica mediorientale “dura” di Trump, ha già indotto Hezbollah ad un accordo – sia pure instabile e limitato nel tempo – di cessate il fuoco con Israele. Si stabilirebbe così in Medio Oriente una pax israeliana – per lo meno nel corto periodo – come voluto da Trump.
[1] La loro conoscenza risale agli anni ’80, quando Netanyahu, allora ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, divenne amico di Fred Trump, padre di Donald. Netanyahu ha sempre mantenuto legami stretti con esponenti conservatori importanti, tanto nel Partito Repubblicano come nel mondo degli affari. È stato anche cittadino americano, anche se ha rinunciato alla cittadinanza per potersi candidare alla Knesset.
[2] Si tratta del piano Peace to Prosperity, definito da Trump “l’accordo del secolo”.
[3] Gli Accordi di Abramo sono una serie di protocolli di normalizzazione diplomatica firmati a partire dal 2020 tra Israele e diversi paesi arabi – inizialmente Emirati Arabi Uniti e Bahrein, seguiti da Sudan e Marocco – con la mediazione degli Stati Uniti.
[4] Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è un accordo internazionale sul nucleare firmato nel 2015 tra l’Iran e il gruppo P5+1 – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina + Germania -, con il sostegno dell’Unione Europea. L’intesa prevedeva che l’Iran limitasse il proprio programma nucleare – riduzione dell’arricchimento dell’uranio, ispezioni internazionali, stop a certe attività – in cambio della revoca progressiva delle sanzioni economiche. L’obiettivo era impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari, pur consentendogli l’uso civile dell’energia atomica.
[5] Il “Grande Israele” è per Netanyahu uno stato ebraico che mantenga il controllo permanente su tutti i territori tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, inclusi Cisgiordania (Giudea e Samaria) e Gerusalemme Est.
[6] Rubio è un forte sostenitore di Israele, conosciuto per le sue posizioni dure nei confronti di Cina e Iran. Huckabee ha spesso espresso posizioni a favore degli insediamenti israeliani nei territori occupati ed è un fervente partitario di Israele. Waltz ha una reputazione di “falco” in politica estera, con posizioni aggressive nei confronti di Cina, Iran e i suoi proxy.
Bibliografia
AP News, Reports su attacchi Houthi nel Mar Rosso (2024).
ICC & ICJ, Documenti su Rafah e mandati d’arresto (2024).
Reuters. Correspondences on Gaza, Iraq, Yemen, and Iran (2024).







Rispondi