Parte I: Il cammino verso la DNC (16 agosto 2024)
Fino a poche settimane fa il giudizio sulla vicepresidente degli Stati Uniti era esemplificato da aggettivi come impopolare, incompetente e come candidata D.E.I.[1] Questa percezione della Harris ha echeggiato nella stampa e tra gli analisti tanto democratici quanto repubblicani – e persino indipendenti – per oltre tre anni. [2]
Com’è dunque possibile spiegare il momentum, l’entusiasmo, il supporto, i bagni di folla e il denaro che la candidata presidenziale sembra raccogliere e mobilitare dopo il 21 luglio? [3] Come è possibile che in sole tre settimane Kamala sia stata capace di rovesciare le proiezioni elettorali a livello nazionale (49% vs 46% a suo favore nonostante il ritiro e l’endorsement di Robert F. Kennedy a Trump) e in stati decisivi come l’Arizona, la Carolina del Nord, il Michigan, il Wisconsin e la Pennsylvania (nel complesso ora 42% vs 40%)? Riducendo inoltre le distanze in Nevada e Georgia? [4]
Una ragione è che Trump è stato spiazzato dal cambio di candidatura e stenta a trovare una strategia efficace nel confrontare la vicepresidente. Trump ha cominciato a contestare i successi di partecipazione ai comizi di Harris con insulti e con fake news, denunciando che le folle nelle foto pubblicate sono ritoccate. Ma al di là di spaesamento e sorpresa creati in campo repubblicano, bisogna chiedersi se il sorpasso di Kamala è solido e duraturo.
Non c’è dubbio che per molti democratici e indipendenti vedere eliminato un provato Biden dalla corsa presidenziale è stato in sé un motivo di sollievo, [5] ma Harris è candidata perché le personalità rilevanti del partito democratico – come il governatore della California Gavin Newsom, la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker – non sono volute scendere in campo nel mezzo di una campagna che si dava ormai per perduta e senza tempo per raccogliere i fondi necessari a finanziare la entrata in scena di un nuovo candidato. [6] E ancora per non sovrapporsi a una donna che nell’opinione pubblica rappresenta la diversità nel partito. Infine, per non compromettere le loro possibilità nelle elezioni senza Trump del 2028. [7]
Il quesito dunque permane. Com’è possibile che una candidata considerata di serie inferiore sia testa a testa con Trump per la corsa alla Casa Bianca? Le spiegazioni della politica ci aiutano poco, anche perché il sorpasso nelle proiezioni su Trump è anteriore alla presentazione del programma e Harris non ha ancora rilasciato interviste e conferenze stampa sui dettagli della sua presidenza. In che si basa dunque la supposta magia di Kamala? Per capirlo dobbiamo ricorrere all’analisi geopolitica definendo innanzitutto il contesto.
In un libro del 2004 Thomas Frank si domandava “What’s the Matter with Kansas? How Conservative Won the Heart of America”, [8] ma il quesito potrebbe essere “Qual è il problema dei votanti americani?” in riferimento all’incapacità degli elettori soprattutto delle classi medie e i blue collars a votare razionalmente sulla base dei loro interessi materiali e delle politiche che meglio aiutano le loro condizioni. Negli Stati Uniti, studi di differenti discipline hanno già provato che gli elettori non votano razionalmente, ma piuttosto per esprimere se stessi, la propria identità, le proprie convinzioni morali e ideologiche e anche per esorcizzare le proprie paure. [9]
È dunque questo approccio al voto basato su intuito, feeling e connessione emotiva con l’elettorato che ha messo in marcia il supposto fenomeno Harris? È certo che sin dall’inizio l’entrata in scena della vicepresidente è stata caratterizzata da apparizioni leggere nella sostanza, ma intense nei sentimenti (con grande differenza da una professionista della politica come Hillary Clinton, tutta programmi e relazioni con l’establishment). È entrata in scena come Kamala, in termini umani ed empatici. Si è presentata come una persona comune, ottimista, vicina, sorridente. È tornata a portare la speranza di Obaniana memoria al centro delle aspirazioni. E ha scelto un candidato con le stesse caratteristiche e una personalità altrettanto vicina alla classe media. Tim Waltz è un professore, un coach, un veterano che proietta un’immagine positiva, affabile, folksy. E i due continuano l’inversione della tendenza elitista cominciata con il duo Biden/Harris di trent’anni di candidati democratici usciti dalle élite di Harvard e Yale. Sono ora i repubblicani ad attingere all’Ivy League e a presentarsi con un billionaire e un venture capitalist.
All’immagine di Walz contribuiscono più il look in baseball cap e t-shirt, la passione per le armi e i Tick-Tock su come risparmiare sostituendo parti della propria automobile, che i provvedimenti liberali presi come governatore del Minnesota. [10]
Bisogna però considerare che i repubblicani sono maestri nelle campagne basate sulle emozioni – come provano le elezioni del 2016 e 2020 e come prova la narrazione costruita intorno all’attentato a Trump – e sanno generare paura ed evocare forza. Trump gioca la sua campagna sulla rabbia, sul risentimento e sul carnage, sentimenti negativi; Harris su gioia, fiducia e hope, sentimenti positivi. Li batte così al loro stesso gioco?
Per capirlo bisogna fare un passo indietro e menzionare i conflitti interni che gli Stati Uniti attraversano in questa fase di transizione della loro storia. Bisogna far riferimento – anche se in questo articolo non abbiamo lo spazio per analizzarli a fondo – alla delegittimazione della classe dirigente, ai meccanismi di selezione dei partiti, all’incapacità degli eletti di rappresentare la base, alla progressiva divergenza degli stili di vita dell’America, alle fratture culturali interne, alle migrazioni che portano all’autosegregazione. Come prova, per esempio, il fiorire di relocation companies specializzate nel trasloco delle famiglie repubblicane dalla California al Texas e delle famiglie democratiche dal Texas alla California. [11]
Le fratture culturali americane sono basate su diverse concezioni della fede, della funzione dello stato federale, della giustizia sociale, dei diritti delle donne, dell’ambientalismo. Ma anche su temi più concreti e definiti come l’aborto, le tasse, l’assistenza medica, la scuola, il fracking. E su questi temi oggi negli Stati Uniti ci si arriva a odiare. Così dimostrano gli scontri, anche fisici, davanti alle cliniche che permettono l’aborto e così provano gli scontri durissimi nelle scuole per i tentativi di introdurre liste di libri proibiti da parte di associazioni come Moms for Liberty, il cui obiettivo è: <close the Education Department and defund schools that are “pushing critical race theory, radical gender ideology, and other inappropriate racial, sexual, or political content on our children”>. Trump parlerà venerdì 30 di agosto in Florida in un raduno a sostegno di questa associazione.
Ancora va menzionata la deriva delle classi medie causata dalla deindustrializzazione – cominciata con l’accelerazione della globalizzazione dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica – caratterizzata dalla perdita di potere d’acquisto, perdita di status sociale e perdita delle aspirazioni a raggiungere il sogno americano. Deriva che ha portato alla crescita di fenomeni come l’alcolismo, la depressione e la diffusione degli oppioidi. Soprattutto nelle aree dove si gioca la partita elettorale, meno di una decina di stati appartenenti alla Sunbelt e al Midwest.
Questa regione, in particolare, è il cuore dell’America e riproduce al suo interno le fratture e le contraddizioni a cui accennavamo. Nel Midwest vive l’americano medio che deciderà quale direzione debba prendere l’intera nazione, in senso progressista o in senso conservatore. Questo significa che la posta in gioco nelle elezioni è “the soul of America”. È l’identità della nazione e del territorio USA; è la ricerca della felicità e del sogno americano; è l’idea di grandezza e l’eccezionalismo statunitense. L’obiettivo è guadagnare consenso sufficiente per vincere la battaglia identitaria e rifondare il patto nazionale.
Ci sono oggi due Americhe che convivono nel Midwest e che i due candidati vicepresidenti incarnano (e che per questo sono stati scelti). J. D. Vance dà voce alla rabbia, al risentimento della classe lavoratrice post-industriale che soffre le conseguenze della deindustrializzazione, che fatica a trovare una ricollocazione lavorativa e vede svanire il suo riconoscimento sociale. [12] Un elettorato pessimista, con una visione disfattista, che finisce per votare Trump. Tim Walz dà invece voce al senso di comunità, alla progettualità delle classi medie rurali che pur soffrendo sono ancora legate alla ricerca della felicità e al sogno americano. Un elettorato ottimista, con una visione positiva, aperto ad abbracciare un candidato che comunichi fiducia e speranza nel futuro. [13]
E sulla progettualità positiva Kamala – per il momento – sta vincendo la guerra della connessione emotiva, parlando più di valori che di programmi: healing, unità, comunità, servizio, integrità, pluralismo, inclusione, centralità e difesa a oltranza della classe media e dei diritti delle donne, sotto attacco dopo il capovolgimento della sentenza Roe v. Wade da parte della Corte Suprema. Su questi valori Kamala sembra sia riuscita a unificare e dar entusiasmo al partito democratico e allo stesso tempo a presentarsi come leader, all’altezza di una candidatura presidenziale. Vedremo quanto profondo e duraturo sarà l’effetto Harris nell’opinione pubblica. È ora il momento delle interviste, dei dibattiti e dei programmi. La vittoria di Kamala è ancora lontana. Non si può dimenticare ciò che è accaduto a Hillary Clinton nel 2016, né gli effetti dello shy-voter [14] e né il funzionamento del collegio elettorale, che non garantisce la vittoria al candidato che ottiene la maggioranza dei voti.
Parte II: Il cammino dopo la DNC (23 agosto 2024)
Non c’è dubbio che il rinnovato entusiasmo che sta galvanizzando il partito democratico, anteriormente e successivamente alla Convenzione Nazionale del 19/22 agosto, venga in grande misura dal basso; ma non solo, e a questo proposito si possono citare molteplici testimonianze e reazioni entusiaste che vengono dall’apparato del partito. Però la base giovane e più progressista non è ancora conquistata dal “sorriso identitario di Kamala”. Questi late Millennials ed early Gen Z, liberali e idealisti, vedono un principio di rinnovamento nel cambio di leadership, ma stanno contestando (anche fuori dall’United Center dove si svolge la DNC) il legame “subalterno” con Israele e chiedono che si fermi la carneficina a Gaza. La solidarietà internazionale verso gli oppressi è il valore che vedono mancare nella nuova identità del partito che Harris sta promuovendo.
La vittoria per il partito democratico è ancora lontana, ma bisogna riconoscere che questa onda di entusiasmo, creata in così poco tempo e pur con tutti i suoi limiti, ha pochi precedenti. Nella base del partito evidentemente covava – chissà inconsciamente o sopito – il desiderio di un nuovo futuro.
Harris lo sa e per questo abbiamo in gara coach Walz e non l’efficiente e più centrista governor Shapiro, scelta che avrebbe avuto più senso – anche in considerazione dell’importanza elettorale della Pennsylvania – se Shapiro non fosse radicalmente filo-Israele, legato alle lobbies ebraiche e inviso alla base giovane più progressista del partito per le sue posizioni sul conflitto in Gaza e sul tema del fracking, centrale per i giovani ambientalisti democratici.
Nella convenzione Harris e i suoi sostenitori hanno cercato di comunicare un messaggio articolato attorno a tre concetti essenziali: libertà, futuro e anti-elitismo. Libertà tradotta in paure concrete per i potenziali provvedimenti liberticidi in tema di diritti riproduttivi, educazione e inclusività che Trump sembra intenzionato a promuovere. Proiezione al futuro in contrapposizione alla nostalgia di ritorno al passato del progetto conservatore e del messaggio dell’ex presidente. Infine, anti-elitismo come nuova attenzione per gli ordinary people, la classe media, la normalità.
Harris ha celebrato l’unicità e la grandezza degli Stati Uniti, da intendersi come risultato di un processo sempre in divenire e mai pienamente compiuto di trasformazione del paese, di ampliamento della sfera dei diritti, di realizzazione delle promesse libertarie e democratiche originarie, riproponendo così l’idea dell’eccezionalismo americano.
In termini di politica estera, le dichiarazioni della Harris e dei suoi sostenitori hanno implicazioni geopolitiche rilevanti: esercito forte, deterrenza, rispetto degli alleati, sostegno all’Ucraina, interventismo (se necessario), difesa delle democrazie e dell’egemonia americana nel mondo. [15]
Nel suo intervento Leon Panetta, ex segretario della difesa, dopo avere esaltato, citando l’assassinio di Osama Bin Laden, la risolutezza del governo sotto la guida democratica nel colpire chi attacca gli Stati Uniti, ha confermato per conto del partito e di Harris il supporto agli alleati NATO, ha condannato le tendenze isolazioniste citando addirittura il presidente Regan e ha confermato l’appoggio dei democratici alla lotte per le democrazie nel mondo e per la difesa ad oltranza dell’Ucraina. Ha promesso un esercito rispettato in patria e percepito forte fuori, che il mondo deve temere, ribadendo implicitamente l’importanza dei concetti di deterrenza ed egemonia americana nel mondo. [16]
Kamala Harris è stata ancora più esplicita in tema di egemonia e deterrenza: «Come comandante in capo, farò in modo che l’America disponga sempre della forza combattente più forte e letale del mondo». E ancora ha ribadito i seguenti punti: la centralità della difesa e della modernizzazione dell’esercito, la linea dura con Putin e con l’Iran, il sostegno all’Ucraina e agli alleati NATO, la necessità di vittoria nel conflitto – anche tecnologico – con la Cina e nella lotta per la leadership americana nel mondo. Inoltre, ha confermato l’appoggio a Israele e ha denunciato gli orrori di Hamas. Ha però chiarito la sua posizione su Gaza: l’eccidio deve finire e gli Stati Uniti si stanno già adoperando e continueranno a farlo sotto la sua presidenza – per un accordo di pace che riconosca la sicurezza di Israele e la dignità e sicurezza del popolo palestinese. Troppo poco questo per la base più giovane e progressista. Infine, ha dichiarato: «America, mostriamo al mondo chi siamo e cosa rappresentiamo: libertà, opportunità, compassione, dignità, equità e infinite possibilità». [17]
Parte degli “auspici” contenuti nel suo intervento, se Harris vincerà la presidenza, sarà oggetto di una negoziazione ed eventualmente di una lotta con gli apparati. I programmi della vicepresidente non potranno mai divergere dagli interessi nazionali profondi e dalle visioni strategiche sotterranee del “ventre” delle agenzie che governano di fatto gli Stati Uniti. Per esempio, il minacciato embargo delle armi a Israele – proposto da alcuni democratici progressisti – ha poche possibilità di concretarsi, perché è contrario agli interessi strategici nazionali protetti dai deep states. Gli aiuti per le armi sono intoccabili perché spesi nelle industrie americane e, inoltre, Israele è il proxy – nel passato antisovietico, nel presente anti-iraniano – che contribuisce a tenere la conflittuale regione mediorientale sotto l’egemonia americana.
Analizziamo in parallelo i contenuti della DNC e della RNC per misurare l’engagement e la connessione emotiva con gli elettori, che saranno elementi chiave per la vittoria. Come lo furono nel 2016 per il Brexit e per Trump.
Trump arrivò alla convenzione repubblicana del 15/18 luglio con un’opposizione interna al partito ridotta a un minimo, con la simpatia del perseguitato politico sotto processo, con la solidarietà della sua base infuriata per il suo martirio. Arrivò alla RNC con una campagna meno amatoriale del passato, basata su comizi più programmati che hanno avuto caratteristiche di solennità e sono stati impregnati di fede, pieni di richiami ai vangeli e a Dio. Trump sa come connettersi con la sua base, è cosciente che nel 2020 la componente evangelica ha rappresentato il 28% dei votanti, dei quali il 76% ha optato per lui. E sa che il 71% dei bianchi che frequentano servizi religiosi sono suoi sostenitori e gli hanno fatto vincere le elezioni del 2016. [18] Da qui l’accusa dei democratici all’ex presidente: «Trump is weaponizing religion and the religious symbols». [19]
La strumentalizzazione della fede risale all’alleanza di Trump con il Tea Party nel 2014. L’emergere di questo movimento nel nuovo millennio può essere definito come una conseguenza del crescente conservatorismo della base elettorale repubblicana, e in particolare del segmento più impegnato politicamente di quella base, a partire dagli anni di Reagan. Sebbene il conservatorismo sia il pilastro del movimento, anche l’ostilità razziale ha un peso significativo. Il Tea Party è stato l’agente principale, ancora prima di Trump, del cambiamento e della radicalizzazione a destra del partito repubblicano e ha sancito la fine delle grandi collaborazioni bipartisan.
L’attentato è stato una grande occasione per galvanizzare l’elettorato e insegnare forza e determinazione. L’immagine di Trump trascinato via dalla scorta con l’orecchio insanguinato e il pugno chiuso verso il cielo esclamando “fight!” ha stimolato la campagna dell’ex presidente, come rilevato anche dai sondaggi. [20]
Comizi ed attentato non hanno però aiutato la convenzione repubblicana a uscire dai binari della noia, della gestione burocratica e del low engagement della base moderata del partito. È evidente il contrasto con la gioia e l’entusiasmo della convenzione democratica. Da un lato i voti delle delegazioni letti come l’appello a scuola, dall’altro i voti cantati o gridati; da un lato il patriottismo formale dei repubblicani, dall’altro il patriottismo chiassoso dei democratici, tutto bandiere e gridi “USA”; da un lato la negatività del discorso di accettazione di Trump, dall’altro il messaggio di speranza del discorso di accettazione di Harris.
Le parole chiave usate nelle convenzioni ci portano a capire qualcosa in più a proposito delle nuove identità del partito democratico e del partito repubblicano di Trump. Gli intervenienti della DNC hanno ripetuto più di 200 volte parole come “libertà”, “donne” e “futuro”; più di 100 volte “democrazia”, “dio” e “madre”; e, come seguenti sostantivi, hanno usato “gioia”. Nella RNC i relatori hanno utilizzato più di 300 volte la parola “dio” e nessun’altra ha raggiunto le 100 menzioni. Tra le altre parole rilevanti, “inflazione” e “prezzi della spesa”; “libertà”, “donne”, “futuro” sono state usate meno della metà di volte rispetto agli interventi nella DNC. Concetti che sono stati usati unicamente nella RNC sono: “invasione”, “immigrati illegali”, “scelte scolastiche”, “indottrinamento”, “sinistra radicale” e “costruzione del muro”. Concetti usati esclusivamente nella DNC sono stati: “aborto”, “not going back”, “criminale condannato” e “Project 2025”. [21] Le National Conventions provano ulteriormente che le identità americane sono tribali, plasmate su etnia, religione, classe e weltanschauung.
Il “Progetto 2025” – il supposto manifesto dell’eventuale prossima presidenza di Trump, prodotto da suoi stretti collaboratori ma non ancora formalmente riconosciuto dall’ex presidente – è il simbolo di queste fratture. I più importanti punti del programma si riferiscono a cultura, fede e stile di vita. [22]
La priorità del Progetto 2025 della Heritage Foundation è creare una tabella di marcia per i primi 180 giorni della nuova amministrazione per riorientare rapidamente ogni agenzia federale attorno alla visione conservatrice. Progetto 2025 mira a reclutare e formare migliaia di persone fedeli al movimento conservatore per riempire posizioni del governo federale. Un’organizzazione che fornisce consulenza al Progetto 2025, l’American Accountability Foundation, sta anche mettendo insieme un elenco degli attuali lavoratori federali che sospetta che potrebbero ostacolare i piani di Trump per un secondo mandato.
Molte delle priorità del Progetto 2025 sono in linea con l’ex presidente, in particolare sull’immigrazione e sull’eliminazione delle burocrazie federali. Sia Trump che Project 2025 hanno chiesto l’eliminazione del Dipartimento dell’Istruzione per passare le funzioni al controllo degli stati. All’interno del “mandato di leadership” ci sono inoltre piani per vietare la pornografia, revocare l’approvazione federale della pillola abortiva, escludere la pillola del giorno dopo e i contraccettivi maschili dalla copertura prevista dall’Affordable Care Act, rendere più difficile la transizione per gli adulti transgender ed eliminare l’agenzia federale che sovrintende al servizio meteorologico nazionale. Si tratta della National Oceanic and Atmospheric Administration, ritenuta burocrazia federale inutile, le cui funzioni devono essere privatizzate (attualmente dà fastidio la concorrenza che fa alle imprese private). La NOAA è inoltre accusata di allarmismo in riferimento al fenomeno del cambio climatico.
Questo tentativo di sostituire la classe burocratica potrebbe innescare una vera e propria rivolta interna agli apparati e farebbe emergere la guerra – fino ad ora sotterranea per l’opinione pubblica – tra le due anime che vogliono interpretare, secondo i propri valori, l’American Way of Life e l’approccio al mondo degli Stati Uniti. Inoltre, potrebbe avere profondi effetti di destabilizzazione dell’attuale politica estera americana, con la possibile conseguenza di scenari d’instabilità internazionale nel breve e addirittura medio periodo. Infine, potrebbe creare un conflitto – c’è che dice al limite della guerra civile o dell’insurrezione, ma questo è improbabile – sul fronte interno.
Un forte movimento conservatore che “occupa” le istituzioni sicuramente aggrava la polarizzazione politica nel paese. Una parte dell’opinione pubblica già vede il Progetto 2025 come politicamente motivato e come una minaccia alla democrazia e alla trasparenza. Le reazioni da parte del movimento democratico e radicale potrebbero contribuire a inasprire ulteriormente il clima, con maggiori divisioni all’interno della società sulle questioni soprattutto identitarie in gioco. In sintesi, la strategia conservatrice di reclutamento e formazione non solo influenzerebbe immediatamente la governance, ma potrebbe anche rimodellare il panorama politico per gli anni a venire.
Dopo la DNC molti indipendenti e indecisi hanno dichiarato la loro propensione o scelta di voto per Harris. [23] I punti deboli della percezione della vicepresidente però rimangono: programmi ancora molto generici e una competenza ed esperienza da dimostrare. E ancora Kamala e i democratici devono affrontare le inversioni di tendenza su temi come la globalizzazione, la secolarizzazione degli Stati Uniti, la libertà di espressione incontrollata nei social media, la cultura Woke e D.E.I., la normazione a protezione di tutti i tipi di minoranze, l’immigrazione e i diritti conquistati delle donne, in particolare le scelte legate alla riproduzione, che i democratici hanno spinto ai limiti e per troppo tempo hanno usato come parte della loro identità.
Le elezioni dal 2000 – con l’eccezione delle vittorie di Obama giocate sulle ali della speranza, dell’entusiasmo e dell’engagement – sono state decise da un pugno di voti negli swing states di Arizona, Carolina del Nord, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Harris deve sapere sostenere il momentum, ora che arriveranno i dibattiti e le conferenze stampa e si dovrà confrontare sui programmi parlando di sicurezza e giustizia, diritti civili e sociali, economia, immigrazione, sanità, istruzione e ambiente. Il suo sorriso però continuerà a servire, la lotta è per l’identità dell’America. Kamala ha rimesso in gioco una partita che sembrava persa, ma la vittoria è ancora lontana. E vincere vuol dire (ri)conquistare il cuore delle classi medie per ridefinire l’American Way of Life.
Bibliografia
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RealClearPolitics Polling Average, August 2024.
[1] Si tratta della politica di Diversity, Equity, Inclusion che facilita l’inclusione tanto nel settore pubblico come nel settore privato di persone appartenenti a minoranze definite per razza, etnia, religione, età ed eventualmente (dis)abilità.
[2] Tra il 2021 e il 2024 la percentuale di approvazione di Harris è calata dal 50% fino al 35.9%. Projects. fivethirtyeight.com, Ongoing Polling Averages. Dalla candidatura sta risalendo.
[3] I fondi raccolti da Harris hanno raggiunto 540M di dollari al 24 agosto secondo i dati pubblicati dal partito democratico.
[4] Dati del New York Times basati sulla media di diversi sondaggi nazionali attualizzati al 25 di agosto.
[5] La inchiesta di AP-NORC del 17 di luglio informa che solo 3 su 10 democratici pensavano che Biden avesse la capacità mentale per dirigere la campagna e seguire nella sua funzione di presidente.
[6] Un nuovo candidato avrebbe significato una nuova campagna di finanziamento.
[7] Trump non sarà elegibile nel 2028.
[8] Thomas Frank, What’s the Matter with Kansas? How Conservative Won the Heart of America, Metropolitan Books, 2004.
[9] Così gli studi di psicologi comportamentalisti come Daniel Kahneman, Thinking, Fast and Slow, Farrar Strauss and Giroux, 2013. E di psicologi sociali come Jonathan Haidt, The Righteous Mind, Pantheon Books, 2012.
[10] Le legislazioni liberal e perfino woke di Waltz sono analizzate da Robert Kuttner, It took a village: The making of Progressive Tim Walz, The American Prospect, August 21, 2024.
[11] Le relocation companies facilitano il trasloco di una unità familiare dal luogo di origine al luogo di destino e offrono i seguenti servizi: vendita della casa di origine, ricerca della casa di destino, trasloco di mobili ed effetti personali, selezione delle scuole, gestioni amministrative relative al cambiamento di residenza, etc.
[12] Emozioni ben rappresentate nel suo Hillbilly Elegy. A Memoir of a Family and a Culture in Crisis, Thorndike Press, 2016.
[13] Su questi temi è importante l’analisi di Federico Petroni, Intervista nel canale di Limes dell’8 di agosto 2024.
[14] Nel 2016, molti elettori di Trump non si dichiaravano apertamente nei sondaggi. Questo fenomeno potrebbe ripetersi, rendendo le proiezioni meno affidabili.
[15] Mark Kelly, senatore dell’Arizona, ha ribadito la posizione dei sostenitori di Harris, favorevole a adottare una linea dura contro Putin e appoggiare l’Ucraina; favorevole al sostegno alle leve, ai veterani e alle truppe; favorevole al consolidamento dell’egemonia statunitense e alla lotta per la democrazia nel mondo.
[16] Oltre alla carica di Secretary of State, Leon Panetta ha ricoperto ruoli importanti come CIA Director, White House Chief of Staff, Office of Management and Budget Director e US Representative per la California.
[17] Discorso di accettazione della candidatura di Kamala Harris nel quarto giorno della DNC.
[18] Frank Newport, Religious Group Voting and the 2020 Election, Gallup, November 13, 2020.
[19] Intervento del senatore della Georgia pastor Raphael Warnock alla DNC.
[20] Le inchieste posteriori all’attentato davano a Trump un vantaggio nove punti percentuali.
[21] Jonathan Corum, Words used at the Democratic and Republican Conventions, New York Times, August 23, 2024.
[22] Il testo del Progetto 2025 si può analizzare nella web del Think Tank conservatore The Heritage Foundation che lo ha promosso: www.heritage.org
[23] Inchiesta della CNN del 23 di agosto, 2024.








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