Il mio articolo del 26 maggio sosteneva che la crisi del trumpismo non dovesse essere letta soltanto come oscillazione del consenso o come capitolo ordinario della competizione tra repubblicani e democratici. La posta era più profonda: capire se la domanda sociale intercettata da Donald Trump — protezione, riconoscimento, difesa della comunità nazionale, ostilità verso élite percepite come predatorie — potesse sopravvivere alla coalizione trumpiana e trovare una rappresentanza a sinistra. La domanda sociale è oggi sempre più collegata al nodo dell’affordability: il costo della casa, della sanità, della scuola, della mobilità, dell’energia, dei figli, della vecchiaia, cioè la distanza tra il reddito disponibile e la forma di vita promessa agli americani. A maggio, la candidatura di Graham Platner nel Maine sembrava offrire un primo test di questa ipotesi. Quattro mesi dopo, quella lettura va ripresa, verificata e corretta. Non perché la domanda sia scomparsa. Al contrario: perché gli eventi tra maggio e agosto hanno mostrato che la domanda è più ampia di quanto fosse il candidato che pareva incarnarla. 1
La battaglia per il populismo americano si sta giocando oggi all’interno del Partito Democratico. Il conflitto sociale emerge nelle primarie, cioè nella macchina istituzionale che seleziona personale, linguaggio e priorità prima che questi debbano affrontare la prova dell’elettorato generale. È lì che, fra giugno e agosto, sono spesso caduti gli incumbent e sono avanzati i socialdemocratici (9 di loro hanno vinto e 17 hanno perso), sconfiggendo candidati moderati meglio finanziati, ma è lì che si è anche visto il limite della spinta progressista quando la parola «socialista» diventa bersaglio nazionale.
La caduta del candidato, la permanenza della domanda
Il caso Platner è il primo punto di correzione della nostra analisi iniziale. Nel maggio scorso, la sua candidatura appariva come una rara possibile sintesi: biografia militare, lavoro manuale, radicamento locale, critica delle guerre, linguaggio anti-miliardari, sostegno a politiche sociali robuste. Proprio perché riuniva in un corpo politico ciò che spesso manca ai progressisti — credibilità sociale, appartenenza territoriale, estetica non universitaria — la sua campagna sembrava poter misurare la permeabilità di una parte dell’America post-Maga a un populismo di sinistra. Il test si è chiuso prima di novembre. Platner ha vinto la primaria democratica nel Maine, poi si è ritirato a luglio dopo un’accusa di violenza sessuale, da lui negata, che ha reso politicamente impraticabile proseguire la corsa. 2
La sinistra non può trattare questo passaggio come un incidente secondario. Se pretende di ricostruire la fiducia in una società già convinta che ogni campo protegga i propri, non può chiedere la sospensione delle regole morali quando l’accusato appartiene alla causa giusta. Sarebbe la riproduzione del tribalismo che denuncia a destra. Al tempo stesso, l’abbandono di Platner non cancella ciò che la sua candidatura aveva reso visibile. Dimostra piuttosto la fragilità delle insorgenze quando non dispongono ancora di istituzioni. Se il candidato coincide con il movimento, la crisi del candidato rischia di trascinare con sé il significato che gli era stato attribuito. La politica americana dell’ultimo decennio ha imparato a cercare corpi scenici; ha imparato meno a costruire contenitori capaci di sopravvivere alla loro caduta.
La sostituzione con Troy Jackson ha trasformato il test. Jackson non possiede la novità scenica di Platner. È un boscaiolo di quinta generazione, sindacalista, già presidente del Senato statale del Maine, con un lungo rapporto con Bernie Sanders e una carriera politica sottoposta alla prova del territorio. Il suo profilo sposta l’interrogativo dal carisma dell’outsider alla durata del radicamento. La domanda, quindi, non è più: può un nuovo corpo politico bucare il sistema? Piuttosto: può un populismo del lavoro, con esperienza legislativa e radici rurali, attraversare un elettorato bianco, indipendente, anziano, periferico, in uno Stato in cui Susan Collins continua a presentarsi come repubblicana moderata? La notizia successiva, relativa a un rapporto di polizia del 1988 su Jackson, ha ricordato che anche il modello della sedimentazione non è immune da vulnerabilità biografica; ma proprio questa differenza è istruttiva. L’autenticità non basta. Deve essere verificabile, organizzabile, sostituibile. 3
Il passaggio Platner-Jackson mostra due modelli di legittimazione. Il primo nasce dalla rottura: l’uomo apparentemente estraneo alla politica, scoperto dalla rete, capace di parlare direttamente a una base che rifiuta gli apparati. Il secondo nasce dalla sedimentazione: lavoro, sindacato, territorio, conflitto locale, legislatura. Il primo accelera. Il secondo dura. La nuova sinistra americana avrà probabilmente bisogno di entrambi, ma non può permettersi di confonderli. Senza figure capaci di interrompere il linguaggio dell’establishment, non si apre il varco; senza organizzazioni, regole e carriere radicate, non si conserva nulla dopo l’urto.
Il populismo sociale non nasce nel 2026
Per capire perché la domanda persiste, bisogna sottrarla alla cronaca dei candidati. Il populismo americano non nasce né con Trump né a destra. Il People’s Party degli anni Novanta dell’Ottocento organizzò agricoltori e lavoratori contro il potere delle ferrovie, del credito e della finanza. La piattaforma di Omaha del 1892 chiedeva che moneta, trasporti e infrastrutture fondamentali fossero ricondotti sotto un controllo più democratico. Era un movimento contraddittorio, attraversato da limiti razziali e regionali, ma il suo asse principale non era la guerra contro il diverso. Era la lotta contro una concentrazione economica capace di instaurare una dipendenza politica. 4
Il New Deal tradusse parte di quella intuizione in architettura statale. Roosevelt non costruì un populismo plebiscitario; costruì un compromesso in cui sindacato, sicurezza sociale, regolamentazione finanziaria, lavori pubblici e diritti del lavoro proteggevano la democrazia dalla sua dissoluzione oligarchica. La Poor People’s Campaign di Martin Luther King tentò, più tardi, di unire giustizia razziale e sicurezza materiale. Bernie Sanders ha riportato nel linguaggio nazionale la critica ai miliardari, alla sanità privata e al debito. La nuova stagione antimonopolista, da Lina Khan a Tim Wu, ha aggiornato quella tradizione all’età delle piattaforme, della concentrazione digitale e delle filiere catturate. 5
La frattura decisiva si produsse quando il Partito Democratico conservò la lingua dei diritti, ma perse quella del potere materiale. Deindustrializzazione, finanziarizzazione, globalizzazione e conversione al liberalismo di mercato vennero presentate come una modernizzazione inevitabile. La perdita del lavoro industriale divenne adattamento; il debito educativo, investimento; la crisi delle città medie, costo dell’efficienza; la precarietà del lavoro, flessibilità. Il partito continuò a includere identità e minoranze, ma smise progressivamente di apparire come lo strumento capace di limitare chi controllava il credito, la salute, la casa, il lavoro e le infrastrutture. Trump entrò in quello spazio. Non cancellò la questione sociale; la tradusse. Gli immigrati sostituirono i monopoli come bersaglio visibile; la guerra culturale sostituì la redistribuzione come meccanismo di appartenenza; il capo sostituì l’organizzazione come luogo della fiducia.
Per questo l’avanzata progressista del 2026 non coincide con la semplice crescita della sinistra. È una riappropriazione contesa della tradizione populista americana. La nuova destra usa il popolo come fonte di legittimazione per rafforzare il comando e sostituire un’élite con un’altra, tecnologica, patrimoniale, religiosa e più disposta a impiegare lo Stato contro il campo avverso. Il populismo sociale cerca invece di usare la domanda popolare per limitare ogni aristocrazia privata che controlli le condizioni materiali della cittadinanza: casa, credito, salute, lavoro, istruzione, dati, piattaforme, reti, assicurazioni, campagne elettorali. La differenza non sta nel tono anti-establishment, comune a entrambi. Sta nella direzione del conflitto: verso il basso, contro migranti e minoranze; oppure verso l’alto, contro chi controlla la rendita e le infrastrutture della vita quotidiana.
Giugno: l’insorgenza esce dalla testimonianza
Il primo segnale visibile è arrivato da New York. Il 23 giugno, la lista sostenuta dal sindaco Zohran Mamdani ha vinto tre primarie congressuali: Darializa Avila Chevalier ha sconfitto Adriano Espaillat; Brad Lander ha superato Dan Goldman; Claire Valdez ha battuto il successore indicato dalla deputata uscente Nydia Velázquez. Due deputati in carica sono stati rimossi, due socialiste democratiche sono diventate virtualmente certe dell’elezione in collegi profondamente blu, e il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha visto perdere candidati da lui sostenuti. Una vittoria municipale è diventata così una scuola nazionale di selezione: non soltanto un sindaco progressista, ma una rete capace di spostare l’esito delle primarie congressuali. 6
Una settimana dopo, a Denver, Melat Kiros ha sconfitto Diana DeGette, deputata da quasi trent’anni, nella primaria del primo distretto del Colorado. A Washington, Janeese Lewis George ha conquistato la nomination democratica per la carica di sindaco, in una città in cui la primaria equivale quasi all’elezione. A Philadelphia, Chris Rabb, deputato statale e socialista democratico dichiarato, ha superato candidati sostenuti dall’apparato locale e meglio finanziati. Queste vittorie non formano ancora un’onda nazionale. Tuttavia, formano una sequenza coerente: campagne sociali, giovani o locali, anti-establishment, spesso legate a reti DSA o a coalizioni progressiste, riescono a trasformare la primaria da ratifica dell’incumbent in processo contro l’apparato. 7
La coerenza non risiede nell’etichetta socialista. Negli Stati Uniti quella parola copre posizioni diverse: socialdemocrazia redistributiva, municipalismo, sindacalismo, anti-monopolismo, abolizionismo istituzionale, radicalismo sulla politica estera, attivismo identitario. Mamdani, Lewis George, Kiros, Rabb, Valdez e Avila Chevalier non sono la stessa figura e non parlano allo stesso territorio. Il tratto comune è più elementare: contestano un Partito Democratico percepito come struttura di gestione, troppo dipendente dai grandi donatori, troppo prudente di fronte alla concentrazione economica e troppo disposto a usare la minaccia trumpiana come sostituto di una proposta materiale.
Il successo nasce anche dalla trasformazione del governo locale in campo di conflitto nazionale. Casa, affitti, trasporti, costo dell’energia, sicurezza, scuole, supermercati, salari minimi, sanità e polizia sono materie municipali o statali prima di diventare simboli ideologici. Una sinistra che promette di fare — costruire abitazioni, rendere accessibile il trasporto, controllare le utility, ampliare la cura, disciplinare la rendita — può presentarsi come forza di governo anziché come coscienza critica del sistema. Qui si misura una differenza rispetto alla stagione in cui il progressismo sembrava più capace di nominare l’ingiustizia che di amministrare la complessità.
Agosto: la frontiera si allarga e incontra il limite
Il 4 agosto il test ha cambiato scala. In Michigan, Abdul El-Sayed ha sconfitto di misura la deputata Haley Stevens nella primaria democratica per il Senato, diventando il primo progressista di questa stagione a conquistare una nomination statale in uno Stato vinto da Trump nel 2024. Una settimana dopo, in Minnesota, la vicegovernatrice Peggy Flanagan ha battuto la più moderata Angie Craig nella primaria per il Senato. Nella stessa notte, in Wisconsin, la socialista democratica Francesca Hong è stata invece superata dal moderato David Crowley di poco più di tremila voti nella corsa democratica a governatore. La geografia dell’insorgenza si è dunque allargata, ma il risultato del Wisconsin impedisce di scambiare la sequenza per una marcia lineare verso sinistra. 8
Il 18 agosto è arrivato un nuovo scarto, ancora più istruttivo perché prodotto in Florida, non in un laboratorio progressista. Angie Nixon, deputata statale, organizzatrice sindacale e membro dei Democratic Socialists of America, ha sconfitto Alexander Vindman nella primaria democratica per il Senato nonostante un enorme svantaggio finanziario. Il risultato conferma che la frattura anti-establishment non resta confinata alla geografia blu del Nord-Est o del Midwest. Ma proprio la Florida mostra il doppio volto della sequenza. Da un lato, una candidata socialista può battere un profilo nazionale, militare e mediatico, sostenuto da molto più denaro. Dall’altro, la sua candidatura si apre in uno Stato ormai fortemente repubblicano, con un elettorato ispanico sensibile al lessico anticomunista e con una corsa generale che diventa immediatamente più difficile per i democratici. 9
Le prove di agosto spostano la frontiera senza abolirla. El-Sayed dimostra che un candidato progressista può prevalere in una competizione statale di uno Stato conteso; la sconfitta di Hong dimostra che la stessa dinamica può arrestarsi quando l’elettorato percepisce un rischio di eleggibilità o un bagaglio culturale troppo oneroso. Flanagan mostra una terza possibilità: radicalità su alcuni temi accompagnata da un radicamento istituzionale già riconoscibile, senza coincidere integralmente con l’identità DSA. Nixon aggiunge una quarta variante: vittoria anti-apparato in uno Stato rosso, ma con un general election problem ancora più evidente. L’avanzata non disegna quindi una nuova maggioranza socialista. Dice che una minoranza organizzata può cambiare il personale e il lessico del campo democratico anche oltre i collegi urbani sicuri, mentre il centro conserva capacità di resistenza e l’elezione generale mantiene il potere di disciplina.
Le primarie come macchina di selezione radicale
È qui che il meccanismo delle primarie diventa il fulcro dell’analisi. Il sistema americano non si limita a registrare la polarizzazione: contribuisce a selezionarla. Quando un collegio è poco contendibile, la vera elezione non si tiene a novembre. Avviene nella primaria del partito dominante. L’elettore decisivo non è allora il cittadino mediano del distretto, ma quello più motivato, più ideologico, più disposto a investire tempo e denaro nella battaglia interna. Il parlamentare arriva a Washington meno come mediatore di un territorio composito che come espressione di una trincea.
Il dispositivo opera a destra e a sinistra. Nelle primarie repubblicane favorisce candidati più trumpiani, ostili al compromesso, dipendenti dall’ecosistema mediatico conservatore e disposti a interpretare la politica come una lotta esistenziale. Nelle primarie democratiche apre spazio a candidati socialisti, abolizionisti, anti-interventisti o radicalmente redistributivi, soprattutto dove il rischio di perdere contro un repubblicano è minimo. La simmetria riguarda il meccanismo, non il contenuto. Un programma di sanità universale non equivale a una teoria della frode elettorale; un salario minimo non equivale alla delegittimazione dell’ordine costituzionale. Ma entrambi i campi imparano che la sopravvivenza politica dipende più dall’intensità della base che dalla capacità di comporre il centro. 10
Le ricerche sulle primarie congressuali confermano questa torsione. Gli elettori che partecipano sono in larga misura partigiani forti; attribuiscono più peso alla condivisione dei valori e alla promessa di cambiamento che all’esperienza o alla capacità di battere l’altro partito. Nei collegi sicuri, i parlamentari sanno che la minaccia principale non proviene dall’elezione generale, bensì da una sfida interna. Diventano quindi sensibili a un piccolo corpo politico capace di punirli, anche quando tale corpo non coincide con la maggioranza del territorio. Il paradosso è che lo stesso dispositivo che consente l’emergere di una sinistra sociale può ridurne la capacità di conversione a livello nazionale. Le primarie premiano la chiarezza, l’appartenenza, il conflitto e la differenza. Le elezioni generali richiedono allargamento, traduzione, gerarchia e capacità di far convivere domande non identiche. 11
Questa è la ragione per cui le vittorie del 2026 vanno lette insieme, ma non sommate come se fossero identiche. New York, Denver, Philadelphia e Washington mostrano la capacità di espugnare apparati in territori democratici. Il Michigan apre la prova della conversione in uno Stato conteso. Il Wisconsin mostra il contraccolpo moderato. Il Minnesota indica una via progressista non integralmente socialista. Il Maine misura la possibilità che un populismo del lavoro, con radici nella periferia bianca, competa contro una repubblicana esperta. La Florida radicalizza il dilemma: il candidato anti-establishment può vincere la primaria anche quando l’apparato dispone del denaro, ma può consegnare a Trump e ai repubblicani la cornice ideologica più utile per novembre. La mappa non descrive un’onda. Descrive una lotta per stabilire quale combinazione di radicalità, biografia e traducibilità possa uscire dalla primaria senza dissolversi nell’elezione generale.
Dal socialismo nominale alla protezione materiale
Il termine «socialista» suscita negli Stati Uniti una reazione che non può essere ignorata. Per una parte dell’elettorato evoca autoritarismo, pianificazione, ostilità alla proprietà, guerra culturale urbana e disprezzo per la religione o la comunità nazionale. Per un’altra, soprattutto giovane, indica ciò che in Europa verrebbe chiamato socialdemocrazia: sanità universale, sindacati, trasporto pubblico, tassazione progressiva, casa accessibile, controllo dei monopoli e protezione dal debito. La battaglia nominale conta, ma non decide da sola. Un elettore può rifiutare la parola e sostenere molte delle politiche che essa contiene; può adottare la parola e rifiutare la disciplina necessaria a governare.
Il sondaggio Reuters/Ipsos, concluso il 3 agosto, rende misurabile la frattura tra contenuto ed etichetta. Tra gli indipendenti registrati, il 64% sostiene l’aumento delle imposte sulle grandi imprese e sui miliardari, e il 60% una copertura sanitaria pubblica per tutti; ma il 43% afferma che sarebbe meno propenso a votare un candidato che si definisse socialista democratico, contro il 22% che sarebbe più propenso. Le politiche possono dunque viaggiare oltre l’etichetta; l’etichetta può impedir loro di viaggiare. È proprio su questa asimmetria che Trump sta costruendo la sua nuova offensiva anticomunista. 12
Il populismo sociale diventa competitivo quando smette di chiedere un’adesione identitaria alla sinistra e presenta la protezione come una funzione ordinaria della repubblica. L’affordability resta il punto di condensazione. Quando il costo della vita diventa proibitivo, la società non perde soltanto il potere d’acquisto. Perde la fiducia nella reversibilità del declassamento, nella capacità del lavoro di comprare dignità, nella legittimità di un ordine che continua a produrre ricchezza senza renderla abitabile.
Trump aveva compreso questa frattura prima che gran parte del campo democratico lo facesse. Non l’ha inventata. L’ha trovata nelle contee deindustrializzate, nelle città medie, nei distretti rurali, nella middle class indebitata, fra lavoratori senza laurea, veterani disillusi e piccoli imprenditori schiacciati da credito e assicurazioni. Ha dato a quel disagio un confine, un nemico e una scena. Il limite del trumpismo al potere è la crescente distanza fra la domanda sociale mobilitata e il blocco di potere che la governa: capitale tecnologico, finanza, cripto, grandi patrimoni, nuova destra ideologica e apparati pronti a usare lo Stato per disciplinare il campo avverso più che per ridurre il costo della vita. Ora la comparsa di un volto socialista più riconoscibile offre al presidente un secondo passaggio: trasformare la domanda sociale in prova ideologica, ricomponendo sanità universale, tasse sui grandi patrimoni, l’abolizione di ICE, la critica della spesa militare e l’opposizione a Israele sotto un’unica etichetta — socialismo, poi comunismo — capace di spostare la discussione dalla distribuzione delle risorse all’appartenenza nazionale.
Trump riapre la guerra al comunismo
Non si tratta di una reazione estemporanea alle vittorie di agosto. Secondo un’analisi di Reuters, nelle due settimane successive alle primarie newyorkesi del 23 giugno, Trump ha evocato il comunismo 81 volte. I suoi consiglieri hanno testato l’efficacia relativa di «comunismo» e «socialismo»: il primo mobilita più intensamente la base e alcuni segmenti ispanici della Florida e del Texas, ma mostra una minore presa sugli indipendenti e sui giovani; il secondo può risultare più adattabile in distretti in cui il ricordo emotivo della guerra fredda è meno vivo. Il 4 luglio, durante le celebrazioni per il 250º anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, il presidente ha già trasferito quel lessico dalla memoria della guerra fredda alla competizione interna. 13
Il passaggio dalla tattica alla cornice presidenziale è diventato esplicito il 20 luglio. Nella proclamazione della Captive Nations Week, la Casa Bianca ha accostato il socialismo, il comunismo e il totalitarismo come ideologie che non devono attecchire negli Stati Uniti. Dopo la vittoria di El-Sayed, Trump lo ha bollato come «communist loser»; i comitati repubblicani hanno ridotto altri vincitori progressisti alla definizione di «socialist» o alla formula dei «Midwest Mamdanis». Il volto socialista del Partito Democratico è così diventato un dispositivo di ricomposizione: non discutere separatamente sanità, tasse, ICE, Israele o spesa militare, ma fonderli in un’unica minaccia alla forma americana. 14
La manovra mira a rovesciare il terreno dei midterm. I progressisti vogliono che novembre sia un referendum sull’affordability, sulla concentrazione della ricchezza e sull’efficacia dello Stato. Trump vuole che diventi un referendum sull’identità ideologica del Partito Democratico e, per estensione, sulla sua americanità. Se la cornice funziona, politiche che, prese singolarmente, raccolgono consensi anche tra gli indipendenti, possono essere respinte in blocco per associazione simbolica. La vittoria di Nixon in Florida rende questo dispositivo ancora più utile ai repubblicani: consente di collegare socialismo, Cuba, Venezuela, antisemitismo, l’abolizione di ICE e l’insicurezza culturale in uno Stato in cui la memoria anticomunista non è un archivio, ma materia viva di identità politica.
Tuttavia, la strategia contiene un limite. Lo stesso sondaggio che mostra la tossicità relativa dell’etichetta socialista evidenzia anche il sostegno di molti indipendenti a misure redistributive e sanitarie. Un attacco che si limita a gridare «comunismo» può mobilitare la base repubblicana, ma non risolve il problema del costo della vita. Se benzina, assicurazioni, affitti, premi sanitari e alimentari restano al centro dell’esperienza quotidiana, il rischio per Trump è che l’anticomunismo appaia come una deviazione retorica rispetto alla domanda materiale. La sua efficacia dipenderà quindi dalla capacità repubblicana di trasformare la paura ideologica in una spiegazione credibile dell’ansia economica. Senza questa saldatura, il lessico della guerra fredda può funzionare come grido di appartenenza, non come risposta di governo.
Il costo esterno della potenza
La guerra con l’Iran ha ulteriormente evidenziato la contraddizione geopolitica. America First prometteva una gerarchia: meno risorse per le guerre di trasformazione, più attenzione al retroterra nazionale. Il ritorno dell’intervento, l’aumento dei costi energetici, il consumo di munizioni e le morti militari hanno riaperto la domanda a cui Trump aveva dato una risposta semplificata ma potente: perché la classe media americana deve pagare, con prezzi più alti e un orizzonte più incerto, per un ordine esterno che non sembra migliorare la sua vita? Reuters ha descritto a luglio il momento in cui il costo umano della guerra è tornato sulla scena interna; già a marzo, però, l’aumento dei prezzi dell’energia, legato al conflitto, era diventato un problema politico per i repubblicani in vista dei midterm. 15
La domanda può essere formulata in modo isolazionista o strategico. L’isolazionismo immagina che gli Stati Uniti possano separarsi dal sistema che essi stessi hanno costruito senza pagare costi in termini di rotte, moneta, alleanze e sicurezza. Una politica della selettività, invece, riconosce che la potenza americana non può sostenere ogni fronte con la stessa intensità e che l’esterno deve essere gerarchizzato in base agli interessi vitali, alle capacità industriali e al consenso interno. Qui il populismo sociale può diventare geopolitico. Non perché rifiuti la potenza, ma perché chiede quale base sociale la renda sostenibile. Una repubblica che non riesce a rendere abitabile la vita della propria popolazione accorcia la pazienza strategica, trasforma la politica estera in un teatro intermittente di shock, indebolisce la legittimità del sacrificio.
Lo stesso vale per il lavoro manifatturiero. Il ritorno della fabbrica non può essere una nostalgia scenica. Richiede una politica industriale, energetica, formativa, infrastrutturale, salariale, contrattuale, di protezione dalle pratiche commerciali predatorie e di investimenti sostenuti al di là del ciclo elettorale. Se la nuova destra parla di produzione ma accetta la subordinazione del lavoratore a una nuova aristocrazia tecnologica, lascia scoperto lo spazio per una sinistra capace di legare industria e cittadinanza. Se la sinistra parla di redistribuzione ma non sa parlare di potenza, filiere, sicurezza energetica e comando tecnologico, consegna alla destra il monopolio dell’immaginario nazionale. La vera contesa non è fra apertura e chiusura. È fra due modi di intendere la sovranità: come comando dall’alto su una società impaurita o come capacità collettiva di riprodurre le condizioni materiali della vita nazionale.
Dal conflitto contro l’establishment alla capacità di governo
Le vittorie socialdemocratiche segnalano una trasformazione del Partito Democratico, ma non garantiscono che questa trasformazione produca una nuova coalizione nazionale. Il rischio è che il partito si divida in due apparati incapaci di intendersi: da una parte il liberalismo amministrativo delle professioni istruite, dall’altra una sinistra militante, forte nelle primarie ma vulnerabile nelle elezioni generali. Il primo parla di competenza e di difesa delle istituzioni, ma fatica a nominare la sofferenza materiale senza ridurla a un policy brief. La seconda parla di conflitto e di potere, ma rischia di accumulare simboli, parole e posizioni che restringono il campo prima di incontrare il paese.
Per evitare questa separazione, il populismo sociale deve riconoscere che l’identità non è un errore cognitivo da correggere. Gli individui non abitano soltanto classi di reddito. Appartengono a luoghi, famiglie, chiese, razze, mestieri, memorie, generazioni, comunità morali. La destra ha sfruttato questa dimensione trasformandola in risentimento e gerarchia. La sinistra non può semplicemente negarla. Deve ricondurla alla sicurezza materiale. L’orgoglio di un mestiere, il diritto a restare nella propria contea, la dignità di una famiglia che non vive a debito, la possibilità di avere figli senza terrore patrimoniale, la protezione del quartiere senza militarizzazione permanente: questo è il punto in cui appartenenza e redistribuzione possono smettere di combattersi.
Significa parlare di confine senza crudeltà né cosmopolitismo amministrativo. L’immigrazione non è soltanto un dovere umanitario né soltanto una minaccia. È lavoro, salario, diritto, demografia, sicurezza e la capacità dello Stato di rendere visibile la propria sovranità. Una politica sociale che ignori il confine regala alla destra il monopolio dell’ordine. Una politica che lo riduca alla deportazione spettacolare distrugge le condizioni morali e sindacali della coesione. La via populista democratica dovrebbe collegare l’immigrazione regolata, i diritti del lavoro, un salario minimo effettivo, sanzioni contro i datori di lavoro che sfruttano la vulnerabilità dei migranti e una cittadinanza che non trasformi il lavoratore straniero in uno strumento di compressione del lavoratore nazionale.
Significa anche parlare di sicurezza senza ridurla alla polizia né negarne la dimensione coercitiva. Un quartiere sicuro ha bisogno di ordine pubblico, ma anche di scuole, cura mentale, casa, lavoro, illuminazione, trasporto, spazi comuni e amministrazione. Il municipalismo socialdemocratico può diventare credibile soltanto se dimostra di saper governare questa complessità senza rifugiarsi nella purezza dell’opposizione. Qui si giocheranno New York, Denver, Washington, Philadelphia e le altre amministrazioni progressiste: non sulla coerenza morale delle piattaforme, ma sulla capacità di produrre case, servizi, sicurezza e bilanci sostenibili senza farsi catturare né dalla rendita né dall’apparato.
Infine, significa parlare ai votanti di Maga senza chiedere loro una confessione morale preliminare. Una parte non si sposterà mai. Un’altra resterà legata alla religione civile della vendetta o passerà a una destra post-Trump più disciplinata, tecnologica e illiberale. Un’altra ancora si asterrà. Ma una quota di elettori, soprattutto giovani, lavoratori senza laurea, piccoli proprietari indebitati, veterani, famiglie suburbane e periferie deindustrializzate, può ascoltare un linguaggio che non chieda loro di rinnegare la propria biografia prima di parlare di casa, salario, sanità e guerra. Non è un compito morale. È un compito di traduzione politica.
Il pericolo della vittoria nelle trincee
Le primarie del 2026 contengono dunque una promessa e un pericolo. La promessa è che l’apparato democratico non possiede più il monopolio della selezione. Denaro, anzianità, endorsement e controllo locale possono essere battuti da campagne organizzate, volontariato, piccoli donatori e linguaggio materiale. Il pericolo è che la vittoria nelle trincee venga scambiata per la conquista del campo. Una primaria sicura premia chi rende più netta la differenza interna. Un’elezione generale competitiva premia chi sa trasformare quella differenza in una sintesi più ampia. La prima chiede mobilitazione. La seconda chiede conversione. La prima crea identità. La seconda deve creare legittimità.
Il campo mamdaniano possiede un vantaggio evidente: ha capito che l’affordability è più potente di una piattaforma basata su categorie separate. Affitti, trasporto, alimentazione e salari attraversano razza, origine e generazione. Possono produrre una coalizione multirazziale senza ridurla alla mera somma di quote. Tuttavia, ogni vittoria aumenta il peso delle parole laterali. Posizioni su Israele, polizia, immigrazione, scuole, identità di genere, politica estera e radicalismo istituzionale possono rafforzare una base ma offrire a Trump il ponte retorico per ricomporre tutto nella parola «comunismo». La questione non è censurare il conflitto. È gerarchizzarlo.
La lezione non è che la sinistra debba moderarsi fino a tornare indistinguibile dall’establishment. È che deve decidere il centro della propria coalizione. Ogni movimento che aspira al governo possiede posizioni identitarie, etiche e internazionali; non tutte possono occupare contemporaneamente il cuore della proposta. Se il cuore è l’affordability, allora ogni altro tema deve essere tradotto in quella lingua o organizzato in una gerarchia comprensibile. La sanità universale è protezione. La casa accessibile è libertà concreta. Il salario è dignità. Il sindacato è potere democratico. L’antitrust è la difesa del mercato dalla cattura. La selettività strategica è un modo di conservare potenza senza svuotare la società. Se questa gerarchia si perde, l’insorgenza diventa un inventario ideologico.
La caduta di Platner rende questa disciplina ancora più necessaria. Il candidato carismatico invita a sospendere la gerarchia, perché sembra in grado di tenere tutto insieme con il proprio corpo. Quando quel corpo cade, emerge la fragilità del contenitore. Un’organizzazione più matura deve dimostrare di saper selezionare candidati, verificarne la biografia, proteggere le vittime, difendere le regole e continuare a parlare alla classe lavoratrice senza trasformare ogni crisi personale in un trauma per il movimento. La forma viene prima del capo, altrimenti il populismo sociale finisce per imitare il vizio fondamentale del trumpismo: dipendere dalla persona che promette di incarnare il popolo.
Novembre come prova di conversione
Le elezioni di novembre non diranno se gli Stati Uniti sono diventati socialisti. Diranno se l’insorgenza democratica riesce a trasformare le vittorie nelle primarie in capacità di coalizione. Dopo agosto, la prova ha nomi e geografie precisi: El-Sayed in Michigan, Flanagan in Minnesota, Jackson nel Maine, Nixon in Florida, Crowley in Wisconsin come limite moderato, le reti mamdaniane nelle città, le corse locali in cui la sinistra dovrà passare dall’urto alla gestione. Ogni caso misurerà una combinazione diversa di radicalità, eleggibilità e governo.
Il Michigan sarà il laboratorio più netto dello scontro nazionale. El-Sayed porta nel cuore del Midwest, industriale e postindustriale, una piattaforma progressista, una critica alla politica estera e un’identità che i repubblicani cercheranno di trasformare in una minaccia culturale. Se saprà parlare di sanità, prezzi, lavoro, auto, energia e guerre in una lingua non riducibile alla testimonianza, potrà ampliare la definizione di populismo democratico. Se resterà prigioniero della sua etichetta, diventerà il volto che Trump desidera.
Il Maine sarà il test del populismo del lavoro. Jackson dovrà dimostrare che posizioni sociali radicali possono convivere con un lessico rurale, sindacale e pragmatico. Non gli basterà essere più a sinistra di Collins; dovrà apparire più radicato, più utile, più credibile per chi non cerca la rivoluzione ma la protezione. La Florida sarà l’esame più duro per l’etichetta socialista. Nixon ha dimostrato che il denaro non basta a blindare le primarie. Dovrà dimostrare che una vittoria anti-apparato non equivale a una sconfitta annunciata in uno Stato in cui l’anticomunismo è la lingua madre di una parte decisiva dell’elettorato. È qui che la tesi dello spostamento da destra a sinistra incontrerà il suo stress test più severo.
La battaglia per il Partito Democratico non riguarda quindi la scelta tra centro e sinistra come categorie immobili. Riguarda la ricostruzione di un canale di traduzione. Il partito ha perso una parte della classe lavoratrice perché ha amministrato la globalizzazione senza riconoscerne le perdite, ha parlato di diritti senza ricostruire il potere sociale, ha difeso istituzioni che molti consideravano strumenti altrui. La nuova sinistra può correggere questo difetto soltanto se non sostituisce un gergo con un altro. Il linguaggio della classe deve diventare lingua nazionale, non subcultura militante.
La questione finale resta se sia davvero possibile uno spostamento di voti dal populismo di destra a quello di sinistra. Oggi la risposta è più complessa. Platner non è più il candidato che avrebbe potuto incarnare lo spostamento. Ma le vittorie contemporanee mostrano che la domanda sociale esiste, che l’establishment democratico è vulnerabile e che molti elettori distinguono tra politiche redistributive ed etichetta socialista. La possibilità non è stata cancellata; è stata spostata dalla biografia del singolo alla forma organizzativa. Non dipende da un uomo, ma dalla capacità di una corrente di diventare una coalizione nazionale.
La sinistra avanza oggi soprattutto nelle primarie, cioè nel dispositivo che seleziona i militanti prima di incontrare il paese. Questa avanzata è reale, ma ambigua. Può restituire alla democrazia la lingua del conflitto sociale; può anche rinchiuderla nelle geografie già conquistate. Può rompere il dominio del denaro; può produrre candidati troppo facili da isolare. Può trasformare l’affordability in una nuova grammatica nazionale; può consentire a Trump di trasformarla in comunismo. La differenza dipenderà dalla capacità di gerarchizzare, tradurre, governare e durare.
Dopo Platner, la domanda non è più chi possa diventare il leader di questo populismo. È se il populismo sociale americano saprà diventare una forma: capace di sopravvivere ai candidati, di governare il conflitto interno, di selezionare senza idolatrare, di allargarsi senza svuotarsi, di tenere insieme casa e confine, sanità e sicurezza, salario e patria, anti-oligarchia e potenza. Se ci riuscirà, novembre non sarà ancora il suo trionfo, ma potrà essere la prima prova della sua conversione dall’insorgenza alla politica. Se fallirà, Trump non avrà bisogno di risolvere la questione sociale. Gli basterà darle il nome del nemico.
Note
1. M. Scattarreggia, «Dal populismo di destra a quello di sinistra. È possibile uno spostamento di voti a novembre negli Stati Uniti?», Substack, 2/5/2026.
2. Reuters, «Maine Democrat Platner says he will reflect on Senate campaign, denies report of sex assault», 6/7/2026; Reuters, «Bernie Sanders urges Platner to quit Maine Senate race as Democrats vie to succeed him», 7/7/2026; Associated Press, «Graham Platner to speak at labor rally, one of his first public events since ending Maine campaign», 13/8/2026.
3. Reuters, «Maine Democrats pick Troy Jackson to replace Platner in US Senate race», 25-26/7/2026; PBS NewsHour, «How Troy Jackson went from Maine logger to Democratic nominee for Senate against Susan Collins», 8/8/2026; New York Post, «Maine Dem Senate pick Troy Jackson attacked romantic rival, ‘pushed around girlfriend Lana Pelletier in 1988:police report», 13/8/2026.
4. People’s Party, «Omaha Platform», 4/7/1892; T. Frank, The People, No: A Brief History of Anti-Populism, New York, Metropolitan Books, 2020.
5. F. Perkins, The Roosevelt I Knew, New York, Viking Press, 1946; M.L. King Jr., Where Do We Go from Here: Chaos or Community?, Boston, Beacon Press, 1967; T. Wu, The Curse of Bigness: Antitrust in the New Gilded Age, New York, Columbia Global Reports, 2018; L.M. Khan, «Amazon’s Antitrust Paradox», Yale Law Journal, vol. 126, 2017.
6. A. Izaguirre e S. Peoples, «Mamdani Slate Sweeps Democratic Primaries in New York, Ousts Two Incumbents from Congress», Associated Press, 23/6/2026; Washington Post, «Mamdani-backed candidates sweep Democratic primaries in New York», 24/6/2026.
7. J. Bedayn, «Democratic Socialist Melat Kiros Defeats Longtime U.S. House Incumbent in Colorado», Associated Press, 30/6/2026; G. Fields e M. Brown, «Janeese Lewis George Wins the Democratic Primary for Mayor of Washington, D.C.», Associated Press, 18/6/2026; M. Levy, «Progressives Land a Big Win in a Philadelphia House Primary», Associated Press, giugno 2026.
8. Reuters, «After bitter primary, El-Sayed seeks to unite Democrats in Michigan Senate race», 5-6/8/2026; Reuters, «Four things we learned from primaries in Wisconsin, Minnesota and South Carolina», 12/8/2026; PBS NewsHour, «Peggy Flanagan wins Senate primary in Minnesota, notching another victory for progressive Democrats», 12/8/2026.
9. Reuters, «In upset, Florida democratic socialist Nixon wins Democratic Senate primary», 18/8/2026; The Guardian, «Democratic socialist Angie Nixon scores surprise win in Florida US Senate primary», 18/8/2026; Financial Times, «Democratic socialist unexpectedly wins Florida primary», 19/8/2026.
10. M. Li, P. Miller e M. Buchholz, «How Gerrymandering Tilts the 2024 Race for the House», Brennan Center for Justice, 24/9/2024.
11. Brookings Institution, «The 2018 Primaries Project: The Ideology of Primary Voters», 23/10/2018; E.C. Kamarck e J. Wallner, «Anticipating Trouble: Congressional Primaries and Incumbent Behavior», Brookings Institution/R Street Institute, ottobre 2018; A.B. Hall, «What Happens When Extremists Win Primaries?», American Political Science Review, vol. 109, n. 1, 2015, pp. 18-42.
12. J. Ax e J. Lange, «Some US progressive goals win support of independent voters, Reuters/Ipsos poll finds», Reuters, 7/8/2026; Ipsos, «Democratic Party holds edge over GOP on cost of living», 5/8/2026.
13. Reuters, «Trump invokes communism 81 times in two weeks as aides test midterms message», 8/7/2026; Reuters, «Trump extols America, rails at communism in US 250th celebration», 4/7/2026.
14. The White House, «Captive Nations Week, 2026», 20/7/2026; Time, «Trump Labels Abdul El-Sayed a Hateful “Communist”», 6/8/2026; Reuters, «Republicans seize on Michigan progressives’ wins, but party is split on socialism message», 8/8/2026.
15. Reuters, «The week the costs of the Iran war came home», 23/7/2026; Reuters, «Rising gas prices from Iran war imperil Trump’s Republican majority in Congress», 10/3/2026; Reuters, «Oil prices drop 7% to three-week low after Trump cancels attack on Iran», 3/8/2026.




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