Redatto il 24 maggio 2026. Pubblicato in limesonline.com.
Una parola più utile di un continente
L’Europa non esiste, almeno non come soggetto geopolitico unitario. Esistono Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Polonia, Baltici, Scandinavia, Balcani, penisola iberica, Mediterraneo, Artico, Mare del Nord, faglia russo-tedesca e periferie cattoliche, protestanti, ortodosse e post-ottomane. Esistono Stati con memorie, industrie, paure e nemici diversi. Eppure, gli Stati Uniti parlano di Europa da molto prima che Bruxelles pretendesse di incarnarla.
Per Washington l’Europa è sempre stata meno una realtà politica che una funzione: origine da cui separarsi, civiltà da ereditare, focolaio di guerre da neutralizzare, mercato da penetrare, fronte da presidiare, protettorato da stabilizzare, alleato da disciplinare, concorrente regolatorio da contenere. Gli Stati Uniti non hanno scoperto l’Europa. L’hanno tradotta e ridotta a categoria operativa della propria ascesa.
Prima anti-America, poi teatro delle guerre mondiali, quindi metà pregiata dell’Occidente, infine spazio ricco, dipendente e meno disposto a obbedire senza discutere: la parola sopravvive, la sostanza si assottiglia. Washington continuerà a riferirsi all’Europa perché il nome serve. Agirà però sempre più contro l’Europa come unità, perché l’unità non serve più. O serve solo se subordinata.
La crisi attuale non è una lite fra alleati maleducati. È la rottura della comunione occidentale. Il rito rimane: vertici Nato, comunicati finali, fotografie di famiglia, formule sulla democrazia. Ma il sacramento si è incrinato. L’America non garantisce più l’Europa come prima; l’Europa non crede più all’America come prima; entrambe continuano a usare la lingua dell’Occidente perché non ne possiedono ancora un’altra. La frattura decisiva riguarda la perdita di un presupposto: che il comando americano e la sicurezza europea coincidano.
Per ottant’anni gli europei hanno chiamato “alleanza” ciò che era soprattutto amministrazione imperiale. Gli americani hanno chiamato “comunità” ciò che era soprattutto un dispositivo di contenimento. Finché esisteva il nemico sovietico, l’equivoco funzionava. Dopo il 1989 ha continuato a funzionare per inerzia, convenienza e abitudine. Ora l’equivoco si scioglie. L’Europa degli americani non scompare: viene scomposta, tariffata, selezionata, rinegoziata. Non muore in un giorno. Perde gradualmente la propria forma.
Il Vecchio Mondo come madre e malattia
Gli Stati Uniti nascono europei e anti-europei. Non possono pensarsi senza il Vecchio Mondo, ma devono raccontarsi come la sua correzione. Lingua inglese, diritto comune, Bibbia protestante, illuminismo scozzese, repubblicanesimo classico, banche, commercio, università e diplomazia provengono dall’oltre Atlantico. Anche la paura viene da lì: monarchia, aristocrazia, eserciti permanenti, tasse, guerre dinastiche, corruzione di corte, cattolicesimo politico, equilibrio di potenza, diplomazia segreta.
La formula di Washington contro le entangling alliances non è provincialismo. È geografia politica. La nuova repubblica sa di essere debole; ha bisogno di tempo, spazio, oceani. Deve crescere senza farsi risucchiare dalla macchina europea delle alleanze. Jefferson può parlare di pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, ma la premessa resta la stessa: evitare che la repubblica americana diventi una pedina nel gioco degli altri.[1]
L’americano colto dell’età fondativa conosce l’Europa, la studia, la imita, la teme. L’americano popolare la ricorda come luogo da cui si fugge: carestie, coscrizioni, padroni, chiese oppressive, caste chiuse. L’America si presenta come uscita dalla storia europea. Nasce qui la prima Europa degli americani: non un alleato, non un partner, ma il negativo fotografico dell’esperimento nazionale.
Monroe: separare gli emisferi, ereditare l’impero
Nell’Ottocento gli Stati Uniti non erano ancora egemoni. Crescono però come potenza continentale: divorano spazio, spingono la frontiera, comprimono i nativi, assorbono territori, comprano, conquistano, colonizzano senza chiamare colonie le proprie conquiste. L’Europa resta il sistema dominante, ma l’America impone una regola: gli europei possono restare nel Vecchio Mondo, non rientrare politicamente nel Nuovo.
La dottrina Monroe del 1823 non proclama l’uguaglianza fra gli emisferi. Annuncia una separazione gerarchica ancora acerba. Gli Stati Uniti non hanno la forza di imporla da soli; la Royal Navy britannica la rende plausibile. Ma il principio è fissato: l’America agli americani, cioè, progressivamente, agli Stati Uniti. L’Europa viene respinta non perché irrilevante, ma perché troppo pericolosa: può restaurare monarchie, sostenere rivali, bloccare la crescita statunitense.[2]
Al tempo stesso l’Europa entra nel corpo americano. Tedeschi, irlandesi, italiani, scandinavi, polacchi, ebrei dell’Europa orientale, slavi e greci attraversano l’Atlantico e trasformano l’America in qualcosa di più complesso della repubblica anglo-protestante immaginata dai padri fondatori.[3] L’Europa dell’Ottocento americano ha tre volti: capitale culturale per le élite, serbatoio umano per l’industria e la frontiera, rischio politico per una repubblica che teme di importare idee sovversive e fedeltà non assimilabili.
Venire in Europa per impedire che l’Europa diventi una
Le due guerre mondiali cambiano la scala del rapporto, non la logica profonda. Gli Stati Uniti attraversano l’Atlantico non per amore dell’Europa, ma perché nessuna potenza deve organizzare il continente contro l’America. Nel 1917 Wilson veste l’intervento di linguaggio morale. Sotto la retorica della democrazia agisce il calcolo: una Germania egemone, proiettata sull’Atlantico e sui mercati, sarebbe incompatibile con la sicurezza degli Stati Uniti.[4]
Nel 1941-45 la postura è ancora più chiara. Hitler non può controllare l’Europa perché un continente unificato da Berlino, integrato con risorse industriali, tecnologia, costa atlantica e profondità eurasiatica, diventerebbe piattaforma contro il nascente egemone. Washington entra per impedire la saldatura fra potenza continentale europea e proiezione oceanica. Sconfigge la Germania, poi resta. Non per generosità. Per evitare che un altro impero, quello sovietico, raccolga l’eredità dello sconfitto.
La regola americana si stabilizza: l’Europa può essere integrata solo se l’integrazione resta entro l’ordine statunitense. L’unità prodotta da Berlino è minaccia; quella prodotta da Washington è stabilizzazione. La differenza non sta nel grado di unità, ma nel comando. Per questo l’Europa unita viene incoraggiata quando neutralizza nazionalismi, organizza il mercato, contiene il comunismo e alleggerisce la gestione americana; diventa sospetta quando pretende di farsi soggetto geopolitico.
L’Occidente: il nome nobile del protettorato
Dopo il 1945 nasce l’Occidente. Non come civiltà eterna, ma come costruzione strategica. Prima vi erano cristianesimi rivali, imperi europei, repubbliche, monarchie, colonialismi e guerre civili esportate nel mondo. Dopo il 1945, Washington ordina il campo: mondo libero contro mondo schiavo, democrazia contro totalitarismo, capitalismo contro comunismo, Atlantico contro Eurasia sovietica.[5]
La guerra fredda produce il miracolo semantico. Gli Stati Uniti, nati contro l’Europa, diventano potenza europea. La Germania occidentale, appena sconfitta, diventa alleato. L’Italia fascista diventa frontiera mediterranea del mondo libero. La Francia imperiale diventa compagna, seppur instabile. Il Regno Unito cede l’impero e ottiene un ruolo speciale. La piccola Europa occidentale, devastata e terrorizzata, riceve protezione; in cambio accetta la gerarchia.
Il Piano Marshall non fu elemosina. Fu architettura: stabilizzò economie, legò mercati, orientò classi dirigenti, impedì che fame, inflazione e conflitto sociale aprissero la strada ai comunisti. La NATO completò la costruzione. Dollaro, basi, intelligence, cinema, consumi, università, fondazioni, tecnologie, standard industriali, addestramento militare e cooperazione nucleare fecero dell’Europa occidentale una regione dell’impero americano senza colonia formale.[6]
La formula attribuita a Lord Ismay — tenere gli americani dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto — resta insuperata perché riporta la NATO alla sua verità operativa: non club di uguali, ma dispositivo per impedire all’URSS di avanzare, alla Germania di tornare pienamente strategica, agli europei di diventare europei.[7] Il mito dell’Occidente ha vestito da comunità di destino una struttura di comando.
1989: la vittoria che scioglie il cemento
La caduta del Muro e il crollo sovietico non liberano soltanto l’Europa. Liberano l’equivoco. Se la NATO serviva a contenere l’URSS, che cosa resta quando l’Unione Sovietica scompare? Se l’Occidente nasceva in opposizione al comunismo, che cosa diventa senza di esso? Se gli Stati Uniti erano indispensabili perché il nemico era esistenziale, come giustificare la permanenza dell’impero quando il nemico implode?
La risposta americana non fu il ritiro. Fu l’espansione. Washington decise che la vittoria confermava il proprio diritto di stabilire la grammatica del mondo. Negli anni Novanta l’Europa smette di essere soltanto fronte e diventa laboratorio dell’ordine liberal: allargamento della NATO, allargamento dell’Unione Europea, Balcani, tribunali internazionali, diritti umani, mercati aperti, privatizzazioni, transizioni democratiche.[8]
Per Washington, l’Europa centro-orientale è bottino strategico e prova morale. Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrano nella NATO nel 1999; nel 2004 seguono Baltici, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia; poi Albania, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord, Finlandia e Svezia dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ogni allargamento viene raccontato come consolidamento della libertà. Ogni allargamento sposta anche il perimetro della garanzia americana verso est.[9]
La contraddizione non esplode subito perché gli anni Novanta sono il decennio dell’euforia. La Russia è debole, la Cina non è ancora centrale, l’Europa occidentale prospera, l’euro promette stabilità, i Balcani sembrano confermare la necessità dell’arbitrato americano. Per le élite liberal americane l’Europa diventa partner normativo; per l’America profonda, invece, comincia a incarnare tasse, burocrazia, debolezza militare, secolarizzazione e socialismo.
Iraq: la famiglia atlantica scopre di non parlare la stessa lingua
L’11 settembre sembra ricompattare l’Atlantico. Per la prima volta viene invocato l’articolo 5 della NATO. Afghanistan diventa missione atlantica. L’alleanza esce dall’Europa per dimostrare di avere ancora una funzione.[10]
Poi arriva l’Iraq. La frattura non riguarda solo la guerra. Riguarda il diritto di definire la minaccia. Washington vuole rovesciare Saddam Hussein; Londra segue; Varsavia, Roma, Madrid e altri si allineano; Parigi e Berlino si oppongono. Donald Rumsfeld offre la formula brutale: vecchia Europa contro nuova Europa. La distinzione resta perché coglie un dato di fatto. L’Europa non è una. L’Est, appena uscito dal dominio sovietico, vede negli Stati Uniti il garante ultimo contro Mosca. L’Ovest più ricco, più sicuro, più abituato alla rendita americana può permettersi dissenso, moralismo e cautela.[11]
Agli occhi di molti americani l’Iraq riattiva una vecchia caricatura: l’Europa verbosa, imbelle, ipocrita, pronta a giudicare la forza altrui dopo aver delegato ad altri la propria sicurezza. Agli occhi di molti europei l’America torna potenza imperiale impulsiva. Dopo l’Iraq Washington continua a parlare d’Europa, ma agisce sui nervi nazionali: britannici per intelligence e operazioni speciali; polacchi e baltici per la pressione a est; italiani per Mediterraneo e basi; tedeschi per industria e logistica; francesi per Africa, nucleare e autonomia irritante ma talvolta utile.
Obama: l’Europa come passato rispettabile
Obama non rompe con l’Europa. La relativizza. Culturalmente è il presidente americano più comprensibile alle élite europee del primo XXI secolo: cosmopolita, giuridico, multilaterale, prudente, incline al linguaggio dei diritti, del clima e della governance. Ma la sua geografia mentale è già post-atlantica. Il pivot verso l’Asia segnala che il teatro decisivo non è più l’Europa. Il futuro della potenza americana si gioca nel Pacifico, nella tecnologia, nelle catene del valore, nella competizione con la Cina, non nelle liturgie di Bruxelles.[12]
Per l’America liberal, l’Europa di Obama resta specchio desiderabile: sanità pubblica, città vivibili, welfare, clima, laicità, ferrovie, regolazione finanziaria. Per la destra americana, quella stessa Europa diventa ammonimento: denatalità, immigrazione non assimilata, debito, tasse, eserciti deboli, burocrazie arroganti, sovranità evaporata. La crisi finanziaria e quella dell’euro mostrano poi che l’Europa è troppo integrata per essere solo mercato e troppo divisa per essere potenza.
Obama tratta l’Europa come alleato maturo a cui chiedere più responsabilità. Trump la tratterà come debitore insolvente.
Pechino davanti all’Atlantico che si svuota
La frattura occidentale si capisce meglio se osservata dall’esterno. Da Pechino, l’Atlantico non è una famiglia litigiosa: è il vecchio centro del mondo che perde densità. Per la Cina, la crisi fra Stati Uniti ed europei non è soltanto disputa sulla NATO o sui dazi. È la prova che l’Occidente non riesce più a trasformare la propria superiorità materiale in disciplina politica comune.
Pechino guarda l’Europa con pazienza diversa da quella americana. Non deve proteggerla. Deve penetrarla, dividerla, sedurla, aggirarla. Porti, logistica, ferrovie, batterie, auto elettriche, telecomunicazioni, terre rare, università, debito, commercio: il rapporto sino-europeo non passa dalla comunione strategica, ma dalla convenienza segmentata. Alla Cina non serve che l’Europa diventi cinese. Basta che non sia compattamente americana.
Per Washington questa è la contraddizione massima. L’America vorrebbe spostare risorse verso l’Indo-Pacifico, ma non può permettersi un’Europa instabile, una Russia libera di premere a ovest, un Mediterraneo fuori controllo, un Medio Oriente incendiato e una Germania tentata da accomodamenti economici. Per contenere la Cina deve disciplinare l’Europa; disciplinandola, sottrae energia al teatro cinese. Se l’Europa non coincide più con l’America, Pechino guadagna terreno anche senza sparare un colpo.
Il trumpismo come metodo: l’alleanza trasformata in verifica contabile
Trump non arriva sull’Europa come incidente personale. Accelera una stanchezza già accumulata negli apparati, nel Congresso, nelle industrie della difesa e nell’elettorato. Da anni Washington chiede agli europei di spendere, comprare e rischiare di più. Trump cambia registro: smette di chiedere come capo benevolo dell’Occidente e comincia a pretendere come creditore. Prima la protezione era destino comune; con lui diventa fattura.
L’Europa trumpiana è definita da tre accuse. La prima è militare: gli europei consumano sicurezza americana senza pagarne il costo. La seconda è commerciale: Germania, Unione Europea e grandi esportatori continentali vendono troppo negli Stati Uniti, comprano troppo poco, usano regole e tariffe per proteggere il proprio spazio. La terza è culturale: l’Europa sarebbe laboratorio di una post-sovranità liberal fatta di immigrazione, burocrazia, censura digitale, ambientalismo punitivo, giudici e tecnocrazie. La novità non sta nella singola accusa, ma nella fusione: difesa, commercio e guerra culturale diventano un unico dossier.
Per questo gli scambi fra Trump e gli europei non vanno letti solo come diplomazia. Sono pedagogia imperiale. Il presidente vuole concessioni e, soprattutto, una scena: dimostrare al proprio pubblico che l’America non si lascia più fregare da alleati ricchi, eleganti e ingrati. Strette di mano prolungate, conferenze stampa abrasive, tweet, lettere tariffarie, minacce su truppe e basi, lodi ai governi docili, disprezzo per Bruxelles: Trump non abolisce l’impero americano. Lo spoglia. Toglie alla supremazia il velluto universalistico e la rende proprietaria, contabile, a tratti oscena.
2017: Bruxelles, Taormina, Berlino. La prima crepa pubblica
La prima frattura visibile si apre nel maggio del 2017. A Bruxelles, nel nuovo quartier generale della NATO, Trump parla davanti al memoriale dell’articolo 5 e al Muro di Berlino. Il luogo è scelto per rassicurare; il discorso produce l’effetto opposto. Il presidente concentra il messaggio sui debiti di difesa: ventitré dei ventotto membri, dice, non pagano quanto dovrebbero; se gli alleati avessero rispettato il 2% del Pil, l’Alleanza avrebbe avuto 119 miliardi di dollari in più.[13]
L’assenza di una riaffermazione solenne della garanzia collettiva pesa più di molte formule successive. Gli europei scoprono che Washington vuole più spesa e che il presidente americano è disposto a mettere in scena il dubbio sulla protezione nel tempio dell’Alleanza. Pochi giorni dopo, Merkel dichiara in Baviera che i tempi in cui gli europei potevano affidarsi completamente agli altri stanno finendo; l’Europa deve prendere il proprio destino nelle proprie mani.[14]
Nella stessa sequenza si colloca l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Macron risponde con il contro-slogan planetario; Francia, Germania e Italia dichiarano che l’accordo non può essere rinegoziato. La disputa climatica non è laterale. Per Trump, Parigi è simbolo di vincoli globali su lavoratori, energia e sovranità industriale americana. Per gli europei è una prova della loro superiorità normativa. L’Atlantico non discute solo di emissioni, ma di chi abbia il diritto di definire il futuro legittimo.[15]
2018: dazi, NATO, Iran. Il conto entra nel tempio
Nel 2018 la frattura passa dalla simbologia alla coercizione. A marzo Washington impone dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio sulla base della sicurezza nazionale. Colpire la Cina è una cosa. Colpire Unione Europea, Canada, Giappone e altri alleati con una misura pensata per le minacce alla sicurezza significa cambiare categoria. L’alleato diventa potenziale rischio industriale.[16]
Ad aprile Macron vola a Washington per convincere Trump a non uscire dall’accordo nucleare con l’Iran. La visita ha una scenografia quasi monarchica: abbracci, cena di Stato, complicità personale. Ma la diplomazia della seduzione non regge. A maggio Trump esce dal JCPOA. Francia, Germania e Regno Unito esprimono rammarico e cercano di preservare l’accordo. Washington impone sanzioni secondarie. L’Europa scopre che la sua sovranità diplomatica finisce dove comincia la giurisdizione finanziaria americana.[17]
A luglio, al vertice NATO di Bruxelles, Trump alza il prezzo. Denuncia il comportamento tedesco, collega difesa, commercio e gas russo. Sullo sfondo incombe Nord Stream 2: per Washington, Berlino chiede protezione contro Mosca e compra energia da Mosca. Merkel diventa il volto dell’Europa che commercia con il nemico, esporta automobili, spende poco in difesa e pretende rispetto morale.[18]
La visita di Juncker alla Casa Bianca congela temporaneamente l’escalation commerciale: più beni industriali, cooperazione energetica, acquisti europei di soia e gas naturale liquefatto. In realtà è tregua tattica. Trump ottiene la fotografia di Bruxelles costretta a trattare; Juncker evita la guerra sulle automobili.[19] Il G7 di Charlevoix chiude il cerchio visivo: Merkel in piedi, Trump seduto a braccia conserte; poi il presidente ritira l’appoggio al comunicato finale.[20]
L’Europa scomposta: Londra, Parigi, Berlino, Varsavia, Roma
La grande abilità americana consiste nel parlare di Europa e trattare con europei diversi. Trump porta questa tradizione all’estremo. Il Regno Unito post-Brexit è il partner da recuperare nella sfera anglosassone: intelligence, nucleare, finanza, lingua, guerra marittima, accesso all’Europa senza passare per Bruxelles. La relazione speciale diventa meno sentimentale, non meno utile.
La Francia è l’interlocutore più teatrale e irritante. Macron capisce che Trump va trattato anche come sovrano performativo: lo invita alla parata del 14 luglio, gli offre simboli, prova a costruire familiarità. Ma Parigi non può accettare di essere soltanto esecutrice. Su clima, Iran, tassazione digitale, NATO, Africa e autonomia strategica conserva la tentazione gaullista della distinzione.
La Germania è il bersaglio strutturale. Berlino concentra tutto ciò che infastidisce Washington: surplus commerciale, industria automobilistica, bassa spesa militare, dipendenza energetica dalla Russia, potere regolatorio europeo, riluttanza strategica. In Germania Trump vede il parassita perfetto dell’ordine americano: troppo forte economicamente per essere innocente, troppo debole militarmente per essere autonoma, troppo moralista per essere grata.
La Polonia e i Baltici incarnano l’Europa che l’America preferisce: anti-russa, atlantista, disposta a comprare armi americane, meno innamorata di Bruxelles, più interessata alla garanzia bilaterale che alla sovranità europea. L’Italia resta il caso elastico: meno decisiva della Germania e meno assertiva della Francia, ma geograficamente preziosa. Mediterraneo centrale, Balcani, Nord Africa, Medio Oriente, basi, porti, telecomunicazioni, energia: Roma non guida l’Europa, ma la attraversa.
La questione tedesca dopo il tutore americano
La Germania non è soltanto un bersaglio di Trump. È il problema europeo che l’America aveva congelato. Dopo il 1945, Washington ha reso accettabile la rinascita tedesca incapsulandola in tre dispositivi: occupazione, NATO e integrazione europea. La Germania poteva tornare ricca, industriale, esportatrice e centrale a condizione di non tornare pienamente strategica. Doveva produrre potenza senza nominarla. Doveva comandare l’economia europea senza apparire egemone.
Questa formula entra in crisi quando l’America smette di sostenere gratuitamente la stabilità che ha creato. Se Washington punisce Berlino per spesa militare, commercio, energia e dissenso sull’Iran, costringe la Germania a chiedersi se una potenza industriale centrale possa restare politicamente minorenne in un continente insicuro. Il riarmo spaventa prima di tutto i tedeschi e gli europei; quando la leadership prova a recuperare il linguaggio della potenza, il continente lo ascolta con memoria lunga.
La guerra in Ucraina accelera la Zeitenwende, ma non la materializza. Berlino promette più spesa, industria e responsabilità, ma resta sospesa fra pacifismo strategico, dipendenza dall’America, paura della Russia, vincoli europei e interessi globali. Se l’America chiede di più e garantisce meno, la Repubblica Federale deve decidere che cosa vuole essere. Una Germania troppo debole lascia l’Europa senza motore; una Germania troppo forte risveglia i fantasmi; una Germania adulta richiederebbe un’Europa che non esiste.
2019-2020: Groenlandia, Londra, Berlino. L’alleato come spazio disponibile
Nel 2019 il caso Groenlandia mostra il lato più crudo della geografia trumpiana. L’idea di acquistare l’isola dalla Danimarca viene derisa a Copenaghen come assurda. Trump annulla la visita programmata. Molti osservatori trattano l’episodio come eccentricità immobiliare. Sbagliano. La Groenlandia è Artico, rotte polari, minerali critici, radar, Cina, Russia, accesso al Nord Atlantico. La brutalità del linguaggio rivela una convinzione profonda: se un territorio è essenziale alla sicurezza americana, la sovranità dell’alleato diventa variabile negoziale.[21]
Nello stesso anno Macron dichiara la morte cerebrale della NATO. Non è solo provocazione francese. È diagnosi su una catena di decisioni americane non consultate, dalla Siria al rapporto con la Turchia, dalla Russia alla postura globale. Un’alleanza che non discute più di strategia comune, ma solo di contributi e obbedienza, conserva l’infrastruttura ma perde il cervello politico.[22]
Il vertice NATO di Londra aggiunge un dettaglio antropologico: Macron, Trudeau, Johnson e altri vengono ripresi mentre scherzano sui tempi e sui modi di Trump. L’episodio non è gossip; mostra una distanza ormai personale, stilistica, simbolica. Nel 2020 la tensione arriva alle truppe. Washington annuncia il ritiro di circa 12 mila militari dalla Germania e notifica l’uscita dal Trattato Open Skies. Il cuore logistico dell’impero americano in Europa viene trattato come leva contro il principale alleato continentale.[23]
Biden: restaurazione breve, dipendenza lunga
Biden tenta la restaurazione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Occidente sembra tornare: bandiere, sanzioni, armi, conferenze, G7, NATO, democrazia contro autocrazia. Ma la guerra rivela più dipendenza che unità. Gli Stati Uniti forniscono intelligence, sistemi d’arma, coordinamento, profondità finanziaria, pressione diplomatica. Gli europei scoprono di non avere scorte, industria sufficiente, comando comune, difesa antiaerea adeguata, piena autonomia energetica, cultura strategica condivisa.
L’Ucraina non ricostruisce l’Occidente. Ne mostra l’asimmetria. L’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti per affrontare una guerra sul proprio territorio. Gli Stati Uniti scoprono di poter usare la crisi per disciplinare gli alleati, rilanciare la propria industria militare, vendere energia, contenere la Russia, ma anche di non voler restare prigionieri indefiniti della paura europea. Biden offre un linguaggio conosciuto. Non risolve il declino della coincidenza fra interessi americani ed europei.
La restaurazione aveva un limite strutturale: prometteva di rimettere insieme l’Occidente senza rifondarne il patto. Gli europei volevano il ritorno dell’America alla normalità; ma normalità significava anche delegare la sicurezza, rinviare il problema industriale, invocare autonomia strategica mentre si chiedevano armi e garanzie a Washington. Trump tornerà a dire brutalmente ciò che Biden copriva con la grammatica dell’alleanza.
2025: Bruxelles e Monaco. Hegseth e Vance riscrivono l’Alleanza
Il secondo Trump non ricomincia da zero. Entra in una relazione già corrosa e la porta a uno stadio ancora più decomposto. Il 12 febbraio 2025, a Bruxelles, il segretario alla Difesa Pete Hegseth interviene al Gruppo di contatto per l’Ucraina: ritorno ai confini precedenti al 2014 irrealistico; adesione alla NATO non fattibile; eventuali garanzie sostenute da truppe europee e non europee, fuori da missione NATO e senza articolo 5; niente truppe statunitensi in Ucraina; quota preponderante degli aiuti futuri dall’Europa.[24]
Washington non dice solo agli europei di spendere di più. Dice loro di correre il rischio politico di una garanzia che gli Stati Uniti non vogliono trasformare in guerra propria. Hegseth separa tre cose che gli europei avevano cercato di tenere insieme: sostegno all’Ucraina, NATO, garanzia americana. L’Europa può sostenere Kiev, ma senza supporre che ogni passo venga automaticamente assorbito dall’impero americano.
Due giorni dopo, a Monaco, Vance sposta l’attacco dal piano militare a quello morale. Invece di concentrarsi su Russia o Cina, identifica nella minaccia dall’interno il problema principale dell’Europa: censura, annullamento di elezioni, esclusione dei partiti populisti, gestione dell’immigrazione, paura degli elettori. Il vicepresidente non rassicura gli alleati; contesta la legittimità pedagogica dell’Europa liberal.[25]
La sequenza Hegseth-Vance è una doppia scomposizione. Hegseth sottrae all’Europa la certezza della garanzia militare automatica. Vance le sottrae la superiorità morale. Il primo dice: la sicurezza europea è prima di tutto un vostro problema. Il secondo aggiunge: non potete più invocare i valori comuni mentre censurate, filtrate, squalificate e correggete il voto dei vostri cittadini.
L’Oval Office contro Kiev: l’Europa assiste alla propria assenza
Il 28 febbraio 2025, la riunione nello Studio Ovale fra Trump, Vance e Zelensky trasforma la crisi transatlantica in evento globale. Zelensky cerca garanzie, ricorda l’aggressione russa del 2014, contesta la fiducia nella diplomazia con Putin. Vance lo accusa di ingratitudine; Trump lo rimprovera per il rischio di giocare con la terza guerra mondiale; l’incontro salta; l’accordo sulle risorse minerarie resta sospeso. L’America mostra che il protetto può essere umiliato in pubblico.[26]
Per gli europei il colpo è doppio. Zelensky è il simbolo della resistenza che l’Europa ha sostenuto senza poterla garantire da sola. La sua esposizione rivela l’irrilevanza delle capitali continentali nel momento decisivo. La guerra è in Europa; il sangue è ucraino; le sanzioni pesano anche sugli europei; le conseguenze strategiche ricadono sul continente. Ma il negoziato emotivo avviene a Washington, davanti alle telecamere americane.
La risposta europea è immediata ma difensiva. I leader si stringono attorno a Kiev. Von der Leyen rilancia il piano di riarmo europeo, con la promessa di mobilitare fino a 800 miliardi di euro. Londra e Parigi provano a dare forma a una coalition of the willing; Starmer e Macron cercano il backstop americano perché una forza europea senza ombrello statunitense rischia di essere politicamente vistosa e militarmente fragile.[27]
Gli europei reagiscono alla brutalità americana chiedendo più Europa, ma continuano a cercare un sigillo americano. Vogliono autonomia, ma desiderano che Washington la convalidi. Vogliono sostenere l’Ucraina, ma temono di farlo senza gli Stati Uniti. Questa ambivalenza è la sostanza della crisi post-atlantica.
Commercio, industria, tecnologia: l’Unione come avversario geoeconomico
Nel secondo mandato il fronte commerciale non è accessorio. È il luogo in cui Trump può colpire l’Unione Europea come tale. La NATO scompone gli europei; il commercio li ricompone, perché la competenza è comunitaria. Acciaio, alluminio, automobili, farmaceutica, digitale, sussidi verdi, appalti, dati, tassazione delle piattaforme: qui Bruxelles diventa interlocutore obbligato. L’Unione non dispone di esercito, ma di regolamenti, mercato, sanzioni, concorrenza, antitrust, privacy e standard tecnologici. Non è potenza piena. È potenza normativa.
Il ritorno dei dazi nel 2025, con l’eliminazione delle esenzioni e l’aumento al 25% sull’alluminio, segnala continuità con il primo mandato. L’argomento resta la sicurezza nazionale: acciaio e alluminio non sono merci qualunque, ma capacità strategiche. L’effetto è evidente. L’alleanza militare non protegge dalla coercizione economica statunitense; la dipendenza militare riduce la libertà di risposta commerciale.[28]
Nel 2026, la minaccia all’automotive europea riapre la ferita più sensibile, soprattutto per la Germania. Le cronache registrano l’intenzione di aumentare al 25% i dazi su automobili e camion dell’Unione, contestando i ritardi europei nell’attuazione dell’accordo commerciale precedente. Per Trump, l’auto europea è bersaglio perfetto: industria simbolica, manifattura tedesca, occupazione americana, deficit commerciale, pressione sugli investimenti negli Stati Uniti.[29]
La tecnologia aggiunge un ulteriore livello. Le regole europee su dati, piattaforme, contenuti, concorrenza digitale e intelligenza artificiale vengono lette dalla destra americana come tentativo di disciplinare imprese statunitensi e censurare il discorso politico. Vance inserisce la censura digitale fra i nodi della sicurezza occidentale; Musk interviene nel dibattito tedesco a favore dell’AfD. La frattura non passa più solo fra governi, ma fra Stati, Commissione, piattaforme americane, partiti populisti, tribunali e opinioni pubbliche.[30]
2026: Berlino, Iran, truppe. La punizione torna fisica
La nuova fase diventa più dura quando alla tensione sull’Ucraina si aggiunge anche quella sull’Iran. Le crisi del 2026 mostrano che l’America può chiedere appoggio anche in teatri che l’Europa considera destabilizzanti e punire il dissenso in Europa stessa. Lo scontro con Berlino, dopo le critiche di Friedrich Merz alla gestione americana dell’Iran, porta alla decisione di ritirare circa 5 mila militari dalla Germania nei sei-dodici mesi successivi. Riduzione limitata, ma enorme come segnale: la truppa diventa nuovamente messaggio.[31]
L’Iran è il teatro in cui l’America chiede all’Europa di obbedire fuori dall’Europa. Non basta sostenere Kiev, aumentare la spesa militare, acquistare gas o armi. Bisogna concedere retrovie, basi, spazio aereo, legittimità politica, silenzio pubblico. La guerra mediorientale non resta in Medio Oriente, perché passa attraverso infrastrutture europee: Ramstein, Sigonella, Aviano, Napoli, Rota, Morón, Lakenheath, Incirlik. Se l’America combatte altrove usando l’Europa come piattaforma, il continente scopre che la protezione può convertirsi in esposizione.
La recriminazione più recente sulla Groenlandia appartiene alla stessa fase. Nel primo mandato, l’idea di comprare l’isola poteva ancora sembrare eccentricità immobiliare applicata all’Artico. Nel 2026 il registro cambia: Trump presenta il controllo della Groenlandia come necessità di sicurezza nazionale, contesta implicitamente la sufficienza della sovranità danese e lascia sul tavolo l’uso della forza. Non è più proposta d’acquisto respinta; è pressione strategica esercitata su un alleato.[32]
La conseguenza è più grave della provocazione. La Groenlandia è territorio del Regno di Danimarca, dunque spazio politico di un membro della NATO e dell’Unione Europea. Un intervento militare americano contro l’isola equivarrebbe a guerra interna all’Alleanza: il garante supremo dell’articolo 5 diventerebbe possibile aggressore di un alleato. Il problema europeo non sarebbe più soltanto la ritirata degli Stati Uniti, ma anche la possibilità che la potenza garante diventi fonte diretta di intimidazione.[33]
Le basi: sovranità in uso
Le basi sono la grammatica materiale dell’Europa americana. Finché il consenso strategico tiene, appaiono come infrastrutture tecniche: piste, radar, depositi, comandi, antenne, porti, magazzini, abitazioni militari, poligoni. Quando il consenso si incrina, rivelano la loro natura politica. Non sono semplici luoghi. Sono porzioni di sovranità condizionata. La bandiera nazionale resta, ma la funzione strategica può subire le conseguenze di decisioni prese altrove.
Sigonella riassume il problema italiano. È una base italiana, usata dagli Stati Uniti in forza di accordi bilaterali, all’interno di una relazione che non cancella formalmente la sovranità nazionale. Ma quando l’America vuole usare la piattaforma mediterranea per operazioni che l’Italia non ha scelto, chi decide davvero? La memoria di Sigonella del 1985 sopravvive perché ha reso visibile la differenza tra alleanza e obbedienza.[34]
La Spagna offre un’altra variante. Rota e Morón sono nodi strategici per Atlantico, Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente. Se Madrid limita il sostegno a un’operazione americana, Washington può cercare alternative, aumentare il peso del Marocco, valorizzare altri accessi, usare la geografia maghrebina come pressione indiretta sulla penisola iberica.[35]
Per l’Italia la questione è acuta. Sigonella, Aviano, Napoli, Vicenza, Pisa-Livorno, Gaeta, Niscemi e le altre infrastrutture non sono tracce della guerra fredda: connettono Europa, Mediterraneo, Africa, Levante, Golfo e Mar Rosso. Se l’America combatte o minaccia di combattere in Medio Oriente, l’Italia diventa retrovia anche quando vorrebbe restare spettatrice. La protezione si converte in esposizione.[36]
Il secondo trumpismo: declassamento senza ritiro
Il secondo mandato porta questa tensione a dottrina. L’Europa non viene abbandonata. Viene declassata. Washington non intende consegnare il continente alla Russia, né permettere che una potenza ostile controlli Atlantico, Artico o Mediterraneo. Ma vuole restare a condizioni diverse: meno garanzia automatica, più prezzo; meno comunità di destino, più deal; meno Occidente, più rapporto hub-and-spokes, con singoli Stati selezionati in base all’utilità.
Il messaggio reale è più duro della propaganda. Gli Stati Uniti non vogliono un’Europa sovrana. Vogliono europei più armati, più spendenti, più compatibili con la strategia americana, ma non troppo autonomi. Chiedono adultità operativa senza piena emancipazione geopolitica. Una difesa europea che compri in America, pensi all’interno della NATO, obbedisca alle priorità statunitensi e sollevi Washington dai costi secondari è auspicabile; una difesa capace di scegliere la neutralità, l’accomodamento con Mosca o il protezionismo antiamericano è intollerabile.
Ne deriva una nuova geografia politica del continente. Washington non tratta più l’Europa come somma di valori, ma come portafoglio di funzioni: Londra per intelligence e mare; Varsavia per la pressione a est; Berlino per industria, logistica e disciplina del centro; Roma per Mediterraneo e basi; Oslo e Copenaghen per Artico e Nord Atlantico; Ankara per stretti e Mar Nero; Bruxelles per regole e dazi; Parigi per nucleare e Africa. Ogni capitale ha un prezzo diverso. Ogni prezzo misura l’utilità.
La differenza fra ritiro e svuotamento è decisiva. Il ritiro sarebbe exit. Lo svuotamento è permanenza senza comunione. L’America resta, ma non come prima. La NATO resta, ma non significa più ciò che significava. Le basi restano, ma la loro funzione può diventare più negoziale, più esposta, più ricattabile. Gli europei restano alleati, ma sempre più contraenti di un servizio di sicurezza il cui costo cresce mentre la garanzia diminuisce.
L’Europa come nemico culturale interno
La nuova destra americana aggiunge un livello più profondo. L’Europa non è solo un alleato che non paga. È anche destino da evitare. Nel discorso conservatore radicalizzato, Bruxelles diventa il nome di una malattia che può infettare l’America: governo senza popolo, diritti senza nazione, mercati senza frontiere, giudici senza mandato, censura travestita da sicurezza, ambientalismo come disciplina sociale, immigrazione come dissoluzione, regolazione digitale come controllo politico, welfare come dipendenza.[37]
La parola Europa cambia funzione. Non indica più soltanto un continente esterno. Diventa metafora domestica. Attaccare l’Europa significa attaccare la parte d’America percepita come europea: elitista, universitaria, liberal, tecnocratica, secolarizzata, cosmopolita, regolatoria, postnazionale. Silicon Valley quando censura, Harvard quando seleziona, Washington quando amministra, Bruxelles quando norma, Davos quando predica: nella fantasia politica della nuova destra finiscono nello stesso circuito simbolico.
Questa Europa immaginaria serve a combattere una guerra interna. L’America che si sente spodestata vede nel Vecchio Continente il proprio futuro peggiore: meno figli, più immigrati, meno industria, più burocrazia, meno virilità militare, più linguaggio dei diritti, meno confine, più tribunali, meno nazione. L’Europa reale conta meno dell’Europa utile alla battaglia culturale americana. Per alcuni resta vacanza, genealogia, Normandia, Roma, Parigi, Irlanda, Polonia cattolica, Italia familiare. Per altri è socialismo, ingratitudine, decadenza. Il trumpismo non deve dimostrare che l’Europa sia nemica; basta suggerire che approfitti dell’America e incarni un modello ostile all’America profonda.
Roma contro l’America religiosa di Trump
La frattura culturale non passa solo da Bruxelles. Passa anche da Roma. Nel momento in cui l’America trumpiana tende a trasformare la propria politica in religione civile, il cattolicesimo romano diventa interlocutore scomodo. Non perché l’Europa sia più cristiana degli Stati Uniti; spesso è più secolarizzata. Ma Roma conserva una pretesa universale che non coincide con la sovranità americana. Parla a nazioni, migranti, poveri, guerre, confini, vita, pace, mercato, tecnologia, dignità: una lingua che eccede lo Stato.
Per il trumpismo religioso questa eccedenza è sospetta. L’America First non sopporta facilmente una Chiesa che non sia cappellania dell’America. Roma, quando ricorda l’universalità cattolica, relativizza ogni nazione, anche quella americana; quando parla di migranti, limita il monopolio politico del confine; quando parla di pace, incrina la sacralizzazione della forza; quando parla di poveri, disturba la teologia della ricchezza come segno di elezione.
Il conflitto fra un presidente americano che si percepisce come difensore della civiltà e un americano papa che non accetta di coincidere con l’America è più di un dettaglio confessionale. È disputa su chi abbia il diritto di definire l’Occidente. L’America trumpiana vuole un Occidente proprietario, identitario, armato, nazionale, selettivo. Roma tende a ricordare che l’universalismo cristiano precede e oltrepassa l’Occidente geopolitico.[38]
L’Europa che Washington continuerà a volere
Malgrado il disprezzo, gli Stati Uniti non possono semplicemente lasciare l’Europa. La geografia lo impedisce. L’Atlantico resta profondità strategica. Il Regno Unito resta piattaforma insulare. Norvegia, Islanda, Danimarca e Groenlandia sono rilevanti per il controllo del Nord. Il Baltico è cerniera fra Russia e Germania. La Polonia è massa territoriale utile. La Germania resta cuore industriale. L’Italia è portaerei mediterranea, retrovia del Levante, snodo fra Europa, Nord Africa e Medio Oriente. La Turchia resta chiave degli stretti, del Mar Nero, del Caucaso, del Medio Oriente.
Washington, dunque, non uscirà dall’Europa come si chiude una base inutile. La scomporrà: energia, rotte, tecnologia, semiconduttori, porti, cantieristica, spazio, cavi sottomarini, intelligenza artificiale, difesa antiaerea, munizionamento, nucleare, Mediterraneo, Artico, Ucraina, Balcani, Africa settentrionale. L’Europa politica potrà continuare a produrre comunicati; l’America strategica parlerà con capitali, ministeri della difesa, industrie, servizi, porti, basi.
Il vecchio Occidente prometteva una comunità; il nuovo Atlantico offre contratti. Per ottant’anni gli europei hanno potuto credere che la protezione americana fosse destino, civiltà, gratitudine, memoria condivisa della guerra, argine al totalitarismo. Ora devono scoprire che si trattava soprattutto di una forma storica dell’interesse americano. Mutato l’interesse, muta la forma.
La NATO dopo la NATO
La NATO non deve necessariamente morire per cessare di essere ciò che è stata. Può sopravvivere come infrastruttura dopo aver perso la promessa. Può restare come magazzino di interoperabilità, catena di comando, rete di basi, standard tecnologico, scuola per ufficiali, mercato per armamenti, procedura di consultazione, dispositivo di pressione. La morte politica di un’alleanza non coincide con lo scioglimento dei suoi uffici.
La NATO classica presupponeva tre coincidenze. La minaccia principale per Stati Uniti ed europei era la stessa. La protezione americana era credibile perché Washington considerava l’Europa indispensabile alla propria sicurezza. Gli europei accettavano la subordinazione perché la ritenevano meno costosa del ritorno alla loro storia. Oggi, tutte e tre, sono incerte. Gli Stati Uniti guardano alla Cina e all’Indo-Pacifico; gli europei a Russia, migrazioni, energia, Mediterraneo, terrorismo, disgregazione interna. L’America vuole usare l’Europa, ma non esserne prigioniera.
Ne deriva una NATO più dura e meno sacra. Più transazionale, meno liturgica. Più militare, meno occidentale. Più utile come dispositivo tecnico, meno credibile come famiglia strategica. La clausola di difesa collettiva resta. Ma ogni crisi futura chiederà ciò che prima sembrava implicito: l’America vuole davvero rischiare per questo alleato, in questo teatro, contro questo nemico, con questo presidente, davanti a questo elettorato?
Per l’Europa, la diagnosi è spietata. Restare nella NATO non basta più per sentirsi al sicuro. Uscirne non è realistico. Costruire un’autonomia europea richiede una soggettività che l’Europa non possiede. Aumentare la spesa militare senza decidere chi comanda produce arsenali più grandi, non strategia. La NATO, dopo la NATO, è questo interregno: l’ombrello resta sopra le teste europee, ma nessuno sa più con certezza se si aprirà nel temporale decisivo.
La fine dell’Europa americana
Gli Stati Uniti continueranno a pronunciare la parola “Europa”. Ma la useranno come una vecchia mappa: utile per orientarsi, non per credere che il territorio coincida ancora con il disegno. L’Europa degli americani è stata madre da superare, malattia da evitare, teatro da bilanciare, frontiera da presidiare, Occidente da inventare, mercato da aprire, protettorato da stabilizzare, alleato da rimproverare, nemico culturale da agitare, cliente da fatturare.
La relazione non finirà con un divorzio solenne. Finirà per declassamento e svuotamento. Meno dichiarazioni d’amore, più condizioni. Meno NATO come chiesa, più NATO come magazzino. Meno Bruxelles, più Varsavia, Londra, Roma, Berlino, Oslo, Ankara, Parigi quando serve. Meno valori comuni, maggiore compatibilità tecnica. Meno destino, più prezzo.
L’Europa, per Washington, non è mai stata davvero un soggetto. È stata uno spazio da impedire, poi da salvare, poi da organizzare, poi da allargare, ora da rinegoziare. L’ironia finale è crudele. Gli europei hanno creduto che l’America li avesse aiutati a diventare Europa. Gli Stati Uniti li avevano aiutati soprattutto a non tornare europei. Ora che Washington si stanca della propria invenzione, il Vecchio Continente deve decidere se esiste davvero o se è solo il nome gentile del protettorato più riuscito della storia moderna.
Non conta stabilire se l’America resterà in Europa: resterà perché le conviene. Conta quale Europa troverà davanti a sé: clienti impauriti, potenze regionali in competizione, burocrazia regolatoria senza spada, oppure soggetto capace di definire i propri interessi. La risposta non verrà da Washington, ma dalla capacità europea di trasformare la perdita dell’illusione atlantica in forma politica. Senza questa trasformazione, l’Europa degli americani non sarà sostituita dall’Europa degli europei. Sarà sostituita da nessuna Europa.
Note
[1] F. Gilbert, To the Farewell Address, Princeton UP, 1961.
[2] J. Sexton, The Monroe Doctrine, Hill and Wang, 2011.
[3] R. Daniels, Coming to America, Harper Perennial, 2002.
[4] A. Tooze, The Deluge, Viking, 2014.
[5] M.P. Leffler, A Preponderance of Power, Stanford UP, 1992.
[6] M.J. Hogan, The Marshall Plan, Cambridge UP, 1987.
[7] T.A. Sayle, Enduring Alliance, Cornell UP, 2019.
[8] G.J. Ikenberry, After Victory, Princeton UP, 2001.
[9] NATO, “Member Countries”, chronology of enlargement.
[10] NATO, “Statement by the North Atlantic Council”, 12 settembre 2001.
[11] P.H. Gordon, J. Shapiro, Allies at War, McGraw-Hill, 2004.
[12] H.R. Clinton, “America’s Pacific Century”, Foreign Policy, novembre 2011.
[13] D.J. Trump, “Remarks at NATO Headquarters”, Bruxelles, 25 maggio 2017.
[14] Reuters, “After summits with Trump, Merkel says Europe must take fate into own hands”, 29 maggio 2017.
[15] White House, “Statement on the Paris Climate Accord”, 1 giugno 2017.
[16] D.J. Trump, Proclamations 9704-9705, 8 marzo 2018.
[17] White House, “Remarks on the Joint Comprehensive Plan of Action”, 8 maggio 2018.
[18] White House, “Remarks with NATO Secretary General Stoltenberg”, Bruxelles, 11 luglio 2018.
[19] White House-European Commission, Joint U.S.-EU Statement, 25 luglio 2018.
[20] Reuters, “Trump says does not endorse G7 communique”, 9 giugno 2018.
[21] Reuters, “Trump cancels Denmark visit after rebuff over Greenland”, 21 agosto 2019.
[22] E. Macron, intervista a The Economist, 7 novembre 2019.
[23] U.S. Department of Defense, “European Command Force Posture Review”, 29 luglio 2020.
[24] P. Hegseth, “Opening Remarks at Ukraine Defense Contact Group”, 12 febbraio 2025.
[25] J.D. Vance, “Remarks at the Munich Security Conference”, 14 febbraio 2025.
[26] White House, “Remarks Prior to a Meeting With President Volodymyr Zelenskyy”, 28 febbraio 2025.
[27] European Commission, “Press statement by President von der Leyen on the defence package”, 4 marzo 2025.
[28] D.J. Trump, Proclamations 10895-10896, 10 febbraio 2025.
[29] Reuters, “Trump says he will raise tariff on autos from European Union to 25%”, 1 maggio 2026.
[30] J.D. Vance, “Remarks at the Munich Security Conference”, 14 febbraio 2025; Reuters, “Elon Musk backs AfD”, 28 dicembre 2024.
[31] Reuters, “US withdrawing 5,000 troops from Germany”, 1 maggio 2026.
[32] House of Commons Library, President Trump and Greenland, Research Briefing CBP-10472, 23 gennaio 2026.
[33] North Atlantic Treaty, 4 aprile 1949, artt. 5-6.
[34] US Army – The Army Lawyer, “The 1985 Sigonella Episode and the Limits of the United States-Italian Relationship”, 2021.
[35] Kingdom of Spain-United States, Agreement on Defense Cooperation, 1 dicembre 1988.
[36] Camera dei deputati, “La disciplina delle basi militari NATO ed USA in territorio nazionale”, XVI legislatura, Dossier ES0720, 2011.
[37] J.D. Vance, “Remarks at the Munich Security Conference”, 14 febbraio 2025.
[38] Pope Leo XIV, “Address to Members of the Diplomatic Corps Accredited to the Holy See”, 9 gennaio 2026.








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