Prologo: Stati Uniti la superpotenza senza collante. (redatto il 20 gennaio 2026; pubblicato in Limes 2026/2).
Negli Stati Uniti non è la potenza a mancare, ma la forma. Alla vigilia del 20 gennaio 2026 – primo anniversario dell’insediamento della seconda amministrazione Trump – la domanda non è più se l’America sia più “forte”, ma se sia coesa. E la coesione non è un concetto morale: è una variabile geopolitica. Una società frammentata può ancora produrre innovazione, crescite cicliche, perfino vittorie elettorali; ma fatica a produrre continuità strategica, perché non possiede più un linguaggio comune con cui trasformare interessi in priorità e priorità in politiche durevoli. La crisi è diventata una disintegrazione orizzontale (perdita di fiducia reciproca tra i cittadini) e verticale (discredito nei confronti dello Stato), alimentata da un’ansia diffusa e da una tribalizzazione affettiva.1
L’America vive oggi un paradosso che ricorre nella storia degli imperi: l’apparato resta imponente, ma l’energia interna si disperde. La politica non è più percepita come meccanismo di composizione dei conflitti; è l’arena del conflitto stesso. Questo spostamento – che risale a una lunga traiettoria di delegittimazione, dal Watergate al 6 gennaio, passando per gli shock geopolitici e le crisi economiche – è la premessa del trumpismo e, insieme, il suo acceleratore.
In questa cornice Israele diventa una lente privilegiata, perché condensa in un solo oggetto tre dimensioni che oggi si sovrappongono e si contaminano: politica estera come guerra civile interna; guerra culturale come politica estera domestica; crisi della rappresentanza come sospetto permanente verso ogni decisione “di sistema”. Quando una superpotenza comincia a usare i dossier esteri per misurare appartenenze morali interne, vuol dire che la strategia è già diventata identità. E quando la strategia diventa identità, la coalizione che governa può vincere, ma fatica a governare.2
La tesi che emerge dall’analisi è che gli Stati Uniti, con Trump, stanno vivendo una regressione sociale: la politica torna a funzionare come appartenenza tribale più che come mediazione, e la tribalizzazione – acceleratasi con l’apparizione di Trump sulla scena politica e poi normalizzata dai social – cresce proprio mentre la Casa Bianca promette “ordine”. La conseguenza non è solo l’instabilità domestica: è la perdita della capacità di elaborare una politica estera coerente e politiche interne di lungo periodo, perché ogni scelta soddisfa una tribù e tradisce un’altra. E oggi Israele è un test di coesione per tutte le tribù americane.
1. Dal 1948 alla “religione civile”: Israele come infrastruttura morale dell’America
Per capire perché Israele sia diventato così divisivo, bisogna ricordare che per decenni è stato l’opposto: un collante. Dal 1948 in poi Israele entra progressivamente nel pantheon simbolico americano. Non solo come alleato, ma anche come racconto: sopravvivenza dopo la Shoah, democrazia in un ambiente ostile, frontiera avanzata dell’Occidente in un Medio Oriente che l’America legge a volte come scacchiere energetico, a volte come teologia politica, a volte come campo di battaglia contro l’URSS e poi contro l’islamismo radicale.3
Il punto non è romanticizzare quella storia, ma capire la sua funzione sociologica. In un Paese la cui identità è sempre stata costruita come “missione”, Israele diventa parte della missione: un oggetto esterno, carico di senso interno. Ed è qui che si sedimenta la struttura che oggi esplode: Israele non è solo un dossier; è una proiezione.
L’alleanza con gli Stati Uniti appare come un elemento quasi simbiotico della traiettoria israeliana, parte della sua architettura di sicurezza e, insieme, uno dei cardini della sua libertà d’azione regionale. Ma proprio questa simbiosi genera un effetto inevitabile: se Israele evolve verso una postura più assertiva, o “ibrida” tra sicurezza e hybris, trascina con sé costi reputazionali e rischi di trascinamento per Washington.
Per lungo tempo l’America ha assorbito quei costi senza trasformarli in un conflitto interno, perché il consenso era alto e l’ordine americano era ancora credibile ai propri cittadini. Oggi, invece, la società americana è in una fase di psicopolitica dell’ansia: un Paese stanco di se stesso, in cui ogni insicurezza cerca un colpevole e ogni spesa estera diventa una provocazione simbolica. In questa condizione, Israele – da collante – diventa detonatore.4
2. Il presente israeliano come shock sul sistema americano: Gaza, hybris e rottura generazionale
Se la guerra di Gaza e la più ampia postura regionale israeliana sono una lente, lo sono perché agiscono come “evento totale” nel senso durkheimiano: non restano nel loro perimetro, ma riscrivono confini morali altrove.5 Gaza non è riducibile a un’operazione contro Hamas; è l’episodio più recente di un processo lungo: la ricerca israeliana di un ordine regionale compatibile con la sopravvivenza e la prosperità, che tende a includere obiettivi di demografia, spazio, frammentazione dei vicini e il mantenimento della dipendenza strategica dagli Stati Uniti.
Questa lettura ha un effetto immediato sulla politica americana: rende plausibile, per quote crescenti di opinione pubblica, l’idea che Israele non sia più semplicemente “un alleato assediato”, ma un attore in grado di trascinare l’America in dinamiche che aggravano la competizione globale e logorano ulteriormente la legittimità interna.
Qui entra il dato empirico: negli ultimi anni – e con accelerazione nel 2024-2025 – il sostegno a Israele e alle sue azioni militari si è polarizzato in modo drastico per partito e, soprattutto, per età. Gallup, nel luglio 2025, registra un calo del sostegno all’azione israeliana a Gaza e una frattura abissale tra repubblicani e democratici.6 Brookings, leggendo quelle tendenze, sottolinea la frattura generazionale: l’approvazione tra i 18-34 è crollata a livelli molto bassi rispetto a quella tra gli over 55. Pew il 3 ottobre 2025 mostra un deterioramento della percezione persino nei confronti degli “israeliani” e non solo del governo israeliano, con un indebolimento rispetto all’inizio del 2024 e una spaccatura netta tra repubblicani e democratici.7
Questi numeri non vanno letti come un giudizio morale: sono il sintomo di una mutazione dell’immaginario americano. La stessa alleanza viene tradotta in linguaggi diversi, da tribù diverse: per alcuni è difesa dell’Occidente e deterrenza contro l’Iran e il jihadismo; per altri è colonialismo e violazione dei diritti; per altri ancora è costo fiscale e trascinamento bellico. Israele diventa così la cartina di tornasole di una società che non condivide più i criteri con cui giudicare la legittimità e la forza.
3. Israele e la rivoluzione trumpiana: il dossier che unisce e divide la nuova destra
Il trumpismo nasce come promessa di ricomporre l’America attorno a priorità domestiche: confine, lavoro, energia, ordine, “ripulire Washington”. Ma la coalizione che sostiene quella promessa è ampia e intrinsecamente contraddittoria. La frattura non si origina dal “se” l’America debba essere forte, ma dal “come” e dal “per chi”: diplomazia del contratto contro la coalizione dell’ordine; tariffe e geo-economia contro le architetture multilaterali; contenimento dei costi e riduzione dell’overstretch contro la deterrenza muscolare.
Israele entra qui come un cuneo perché taglia trasversalmente tutte le componenti della destra trumpiana. C’è una destra religiosa e sionista — cristiana, soprattutto evangelica — per cui Israele è quasi parte integrante dell’identità americana: una frontiera spirituale e geopolitica insieme. C’è un establishment repubblicano tradizionalmente pro-Israele che vede nello Stato ebraico un moltiplicatore della deterrenza regionale e un partner tecnologico-militare. C’è un populismo “America First” che oscilla: sostiene Israele come simbolo dell’Occidente, ma teme il trascinamento in guerre infinite e, soprattutto, detesta ogni cosa che assomigli a “priorità per gli altri”. C’è una tech right che legge Israele attraverso due lenti opposte: da un lato, sicurezza e posizionamento anti-Iran; dall’altro, fastidio per l’interferenza “morale” e per la disciplina reputazionale impostagli dai gatekeeper dei valori del conservatorismo tradizionale.8
Il risultato è che, all’interno della coalizione trumpiana, Israele funziona al contempo come collante simbolico e come fattore di disgregazione. Questo è un punto centrale: la rivoluzione trumpiana è potente come mobilitazione, ma fragile come governo, perché l’energia identitaria che la sostiene non è unificata da un progetto comune; è unita da un nemico comune e da una promessa di restaurazione. Quando arriva il momento di scegliere – quanta priorità dare a Israele, a che prezzo, con quali condizionalità – il nemico comune non basta più.
È significativo, per esempio, che nel 2025-2026 emergano sondaggi che mostrano divergenze anche all’interno dell’elettorato repubblicano giovane sull’idea di un finanziamento “incondizionato” a Israele, con una preferenza per le priorità economiche domestiche. Non importa qui quanto quella fonte sia mainstream o “militante”: importa che il segnale sia coerente con altri trend e che, all’interno del GOP, il rapporto automatico tra identità conservatrice e sostegno incondizionato a Israele non sia più garantito tra i più giovani.9
4. Lo spettro delle posizioni: Israele da alleato incondizionato a rischio strategico
Esiste una posizione “alleato incondizionato” che tratta Israele come un’estensione del “noi”: ciò che Israele fa, per definizione, è la difesa dell’Occidente, dunque dell’America. È una posizione che tende a minimizzare i costi reputazionali e a trasformare ogni critica in un sospetto di ostilità morale.
Esiste una posizione “alleato condizionato” – spesso realista – che riconosce la centralità della relazione ma insiste sugli interessi nazionali americani, sui costi di trascinamento e sulla necessità di disciplina: Israele è alleato finché non costringe Washington a pagare prezzi eccessivi in credibilità, sicurezza, risorse e competizione globale. È la posizione che si intravede come possibile evoluzione americana nel lungo periodo, se la convergenza automatica viene erosa dalla polarizzazione e dal mutamento generazionale.
Esiste poi una posizione “Israele come liability” – presente sia a sinistra sia in segmenti di destra – che considera l’alleanza un rischio strutturale per l’interesse americano: trascinamento bellico, danno reputazionale nel Sud Globale, difficoltà a costruire coalizioni contro la Cina e “cattura” della politica estera da parte di lobby e incentivi elettorali. È qui che Israele si sovrappone al tema della delegittimazione: non si discute più soltanto se una policy sia giusta o efficace, ma se sia autenticamente americana.10
Queste posizioni si intrecciano con la faglia isolazionismo/interventismo, ma in modo non lineare. Uno può essere “interventista” e anti-trascinamento israeliano (perché preferisce il pivot to Asia e la deterrenza contro la Cina), oppure “isolazionista” e pro-Israele (perché legge Israele come “frontiera occidentale” che va armata per evitare interventi diretti). La mappa è più complessa degli schieramenti tradizionali.11
E questa complessità è esattamente una riprova della tesi: quando una società non condivide più una gerarchia di minacce e doveri, la politica estera diventa un referendum identitario permanente.
5. Guerra culturale: antisemitismo, anti-israelismo e “Occidente”
Se la politica estera su Israele divide, la guerra culturale su Israele frammenta ancora di più, perché agisce sul terreno più instabile: l’identità e i confini morali.
Qui aiuta mappare lo spettro che va da chi ostenta sentimenti antisemiti, a chi professa sentimenti antisionisti o anti-israeliani, fino a chi considera Israele parte integrante dell’Occidente. Ma bisogna introdurre una precisazione: c’è confusione nelle posizioni e questa confusione è il combustibile della regressione sociale.
L’antisemitismo è una forma di odio e di essenzializzazione nei confronti degli ebrei come gruppo: storicamente produce narrazioni cospirazioniste e disumanizzanti e, oggi, trova nuovi veicoli digitali. L’anti-israelismo può assumere la forma di una critica legittima alle politiche di governo; l’antisionismo può arrivare alla delegittimazione dell’esistenza stessa dello Stato; e può scivolare nell’antisemitismo quando riproduce tropi collettivizzanti (“gli ebrei”) o quando nega agli ebrei ciò che riconosce ad altri popoli (diritto alla sicurezza, alla sovranità). Ma non coincide automaticamente con l’antisemitismo: confondere le due cose è una forma di gatekeeping che restringe lo spazio critico e alimenta reazioni tribali.
Questo confine è diventato uno dei principali teatri di lotta per l’egemonia all’interno della destra americana. L’ormai famosa intervista di Tucker Carlson a Nick Fuentes va appunto letta come stress test: può la nuova destra assorbire una figura considerata radioattiva, e hanno ancora forza i gatekeeper – think tank, donatori, eletti, organizzazioni pro-Israele – per imporne l’esclusione?12
Israele è centrale perché l’antisemitismo non è più soltanto “devianza morale”: diventa un’arma di potere interno. Per i conservatori istituzionali, Fuentes è tossico e disqualificante; per il populismo mediatico, le accuse di antisemitismo possono essere respinte come stigma strumentale; per l’ultradestra Groyper, l’antisemitismo è una scorciatoia teorica ed emotiva, una mappa del potere che semplifica il mondo e offre sollievo terapeutico all’ansia psicopolitica.
Questo genera un effetto geopolitico a livello domestico: aumenta i costi di coordinamento della coalizione trumpiana. Una coalizione può vincere con una rete lasca; governare richiede disciplina. Ogni crisi pubblica su antisemitismo e Israele consuma capitale politico nel damage control e riduce lo spazio per politiche coerenti.
La Florida appare come amplificatore: non perché i Groypers siano “floridiani”, ma perché la Florida è un hub operativo e simbolico del trumpismo; Mar-a-Lago è il luogo in cui la ribellione populista e il coordinamento d’élite si incontrano, e dove la battaglia sui confini morali entra nei calcoli elettorali. Qui, dove la comunità ebraica è numerosa, la guerra culturale diventa logistica del potere.13
6. Maschi, giovani, bianchi e cristiani: antisionismo come collante della radicalizzazione
Un elemento importante per la comprensione del crescente sentimento anti-Israele è lo studio della radicalizzazione giovanile, fenomeno oggi rilevante soprattutto tra maschi bianchi e cristiani, e del modo in cui l’antisionismo funzioni da collante. La chiave esplicativa è che questi movimenti non sono solo “idee”, ma anche stili di vita, estetiche, gerarchie, rituali: subculture che vendono appartenenza.14
I Groypers sono emblematici proprio perché uniscono tre elementi che oggi si combinano spesso nella destra radicalizzata: politica digitale (group chat e intimità parasociale), fame di gerarchia e di ordine e una mascolinità stilizzata che legge la modernità liberale come decadenza. In questo contesto, l’ostilità verso il Christian Zionism diventa una faglia ricorrente: attaccare il sionismo cristiano significa attaccare uno dei pilastri morali del conservatorismo mainstream e, di conseguenza, i gatekeeper.
Ma la radicalizzazione non nasce solo da Israele. Israele diventa un simbolo potente perché entra in una psicopolitica dell’ansia più ampia: solitudine, precarietà di status, perdita di capitale sociale, conflitto di genere e una percezione di impotenza che cerca un nemico. Precedentemente ho definito questa dinamica come anomia durkheimiana15 e tribalizzazione affettiva: quando mancano regole condivise e comunità, l’identità politica diventa terapia, e l’odio diventa un modo di sentirsi “forti”.16
Qui la guerra in Medio Oriente agisce da acceleratore narrativo: l’immagine di Gaza, la rottura tra fazioni pro-Palestina e pro-Israele, l’uso di parole assolute — “genocidio”, “terrorismo”, “colonialismo”, “barbarie” — creano un ambiente in cui il linguaggio moderato appare codardia. La radicalizzazione giovanile si nutre esattamente di questo: la promessa di una chiarezza morale totale.
E ciò è un elemento di disgregazione della coalizione trumpiana per una ragione semplice: la coalizione contiene contemporaneamente la destra religiosa pro-Israele, l’establishment pro-Israele e subculture radicali che usano l’antisemitismo e l’antisionismo di tendenza come prova di autenticità anti-gatekeeper. Tenere insieme queste tribù nel lungo periodo richiede una capacità di mediazione che il trumpismo – per la sua natura plebiscitaria e carismatica – fa fatica ad accogliere.
7. Delegittimazione: lobby pro-Israele, lobby giudea e crisi della rappresentanza
Qui entriamo nel punto più delicato e, insieme, nel più esplosivo perché la lobby – più che un attore – diventa un simbolo di delegittimazione.
La “lobby pro-Israele” è una costellazione di organizzazioni, reti e gruppi che promuovono una stretta collaborazione tra gli USA e Israele. Non è monolitica e include attori non ebraici (evangelici, settori securitari, donatori, think tank). La “lobby giudea”, se usata come categoria analitica e non come slogan, riguarda invece le azioni di organizzazioni ebraico-americane sull’antisemitismo, sui diritti civili, sulla sicurezza comunitaria e sulla rappresentanza. Confliggono spesso, non coincidono sempre e trattarle come un unico blocco è una scorciatoia pericolosa.17
Ma dal punto di vista della psicologia politica di massa, la distinzione tecnica conta meno della percezione. In un Paese dove la fiducia è collassata e il cittadino sente di non contare nulla, la semplice esistenza di attori capaci di comprare accesso, influenzare primarie, disciplinare eletti viene letta come prova che la democrazia sia “truccata”.
È qui che il “caso Mearsheimer”18 diventa un punto di svolta storico nel discorso pubblico. Quando Mearsheimer e Walt19 introducono l’espressione “Israel lobby” nel mainstream accademico e mediatico, non stanno solo proponendo una tesi; stanno spostando la soglia del dicibile. Il risultato è un conflitto non solo analitico, ma anche morale: confutazione vs accusa di tropi pericolosi, e quindi una battaglia su chi definisce i confini della critica legittima. Questo boundary work – nella dinamica del gatekeeping – è un ingrediente della regressione sociale: quando non si riesce più a discutere senza trasformare l’altro in sospetto morale, la politica diventa una guerra civile simbolica.
Recentemente la dimensione elettorale delle lobby è diventata più visibile. L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha ufficializzato la scelta di entrare nell’arena elettorale anche con strumenti come il Political Action Committee (PAC) e l’esistenza dell’United Democracy Project, super PAC affiliato, rientra in questo passaggio. Nel ciclo 2024 le spese e le campagne nelle primarie democratiche – soprattutto contro figure progressiste percepite come critiche verso Israele – sono diventate una referenza nazionale: ABC, OpenSecrets e altri hanno ricostruito il peso dei gruppi pro-Israele nelle sfide a membri della “Pro-Pal Squad”. Il Washington Post, nel 2025, torna sul caso di Cori Bush e sul ruolo della spesa pro-Israele come elemento di frattura interna al Partito Democratico.20
Questo non dimostra “controllo”; dimostra il potere di incentivo. E nella fase di delegittimazione, l’incentivo viene percepito come tradimento: l’eletto non rappresenta, ma risponde a una struttura esterna di finanziamenti e ricompense.
Il punto geopolitico, però, è più ampio: la delegittimazione non nasce soltanto da Israele. Nella sfiducia verso la rappresentanza si intrecciano altri fattori: cleptocrazia, elitismo, lo strapotere dei tecno-vasalli capaci di comprare accesso e politiche. Israele e le sue lobby sono un caso mediatico perché “visibili” e “morali”, ma la sostanza è la stessa: la democrazia come mercato dell’accesso. E quando la democrazia è percepita come mercato, la comunità politica smette di essere popolo e diventa clientela.
8. Il risentimento: “ripulire Washington”. Una rivoluzione che sa anche di continuità
Una parte della promessa trumpiana era catartica: “drain the swamp”, ripulire Washington, spezzare il potere degli apparati e delle élite. Ma questo aspetto della rivoluzione trumpiana genera delusione, perché produce una continuità in forme nuove: cambiano le élite, non scompare l’elitismo; cambia il circuito, non scompare il denaro; cambia la retorica, non scompare la dipendenza dai grandi donatori.
In questa cornice, la lobby pro-Israele funziona da acceleratore del risentimento per due ragioni. Primo: è una delle poche infrastrutture di influenza percepite come davvero capaci di agire trasversalmente su entrambi i partiti, e quindi appare come “sistema”. Secondo: su Israele esiste una storica continuità bipartisan e, in una fase in cui il pubblico chiede rottura, la continuità viene percepita come una prova di “cattura”.
Quando la rivoluzione promette purificazione ma la politica continua a muoversi all’interno di circuiti di accesso, il risentimento cerca un oggetto. Israele diventa quell’oggetto perché è emotivamente potente, mediaticamente saturo e moralmente assoluto. È un meccanismo classico della regressione sociale: la frustrazione economica e istituzionale si traduce in un conflitto identitario, poiché quest’ultimo offre una gratificazione immediata.
9. Affordability, welfare e debito: il costo simbolico delle guerre di Israele e il costo reale della fiducia
Arriviamo al tema forse più importante, perché è quello su cui si vincono le elezioni: affordability, welfare, disuguaglianze. Qui serve rigore: gli aiuti a Israele, in termini macro-fiscali, non sono la causa principale di inflazione o debito. Ma sarebbe un errore, analiticamente, fermarsi al livello macro. Il trumpismo non è nato da una tabella di bilancio; è nato da una percezione di declino e di tradimento. E, nella percezione, ciò che conta è il contrasto tra i bisogni domestici e le spese esterne.
È vero che esistono cornici e numeri stabilizzati: il MOU 2019-2028 prevede 3,8 miliardi di dollari all’anno di aiuti militari a Israele (in larga parte tramite Foreign Military Financing).21 Ma nel ciclo 2024-2025, con le guerre in Medio Oriente e il bisogno di munizioni e sistemi, la discussione pubblica americana ha trasformato questa cifra in un simbolo: “mandiamo soldi e armi fuori, mentre qui la gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”.
È su questo terreno che si innesta una dinamica politicamente tossica: anche un elettore che non è anti-Israele può diventare anti-sistema se percepisce che l’America non riesce a tradurre la potenza in benessere. E in una fase in cui l’American Dream è vissuto come ricordo o privilegio, la spesa estera diventa intollerabile come gesto simbolico.
Questo non vale solo a sinistra. Un segnale interessante – e coerente con la tesi sulla disgregazione interna alla nuova destra – è che sondaggi recenti hanno mostrato tra i giovani repubblicani una crescente preferenza per le priorità economiche domestiche rispetto ai finanziamenti “incondizionati” a Israele. Che si tratti di un trend consolidato o di un segnale momentaneo, non è ancora chiaro, ma il dato è già rilevante: indica che l’identità conservatrice non garantisce più automaticamente una gerarchia delle spese.22
Quando questa frizione cresce, Israele diventa un elemento di disgregazione della coalizione trumpiana, perché entra in conflitto con due promesse fondative del trumpismo: la protezione economica domestica e la fine delle “guerre infinite”. È uno dei punti in cui la rivoluzione rischia di divorare se stessa.
10. Il teatro degli attori: l’ecosistema pro-Israele
Per rendere concreta la “lente” Israele, bisogna incarnare la rete come un ecosistema di personaggi, non come un’entità astratta.
AIPAC, oggi guidata da Elliot Brandt come CEO (successione annunciata nel 2024), rappresenta la forma più classica di potere d’influenza: accesso, disciplina congressuale e un lavoro sistematico per mantenere la relazione tra USA e Israele bipartisan. Ma l’ecosistema include anche strumenti elettorali come United Democracy Project, che ha evidenziato la capacità di influenzare anche le primarie e, di conseguenza, le carriere.23
La Conference of Presidents, con Betsy Berns Korn come Chair da giugno 2025 e William Daroff come CEO, funziona invece come una stanza di coordinamento: un’architettura di “unità senza uniformità” per tenere insieme organizzazioni e sensibilità diverse e una comunità ebraico-americana tutt’altro che monolitica.24
L’Anti-Defamation League (ADL) e l’American Jewish Committee (AJC) svolgono altre funzioni: si occupano di antisemitismo, reputazione e diplomazia civile. Nel periodo di Gaza e delle dimostrazioni nei campus, la loro azione diventa inevitabilmente parte della guerra culturale: non solo difesa della comunità, ma anche scontro sul confine tra critica legittima e odio, con ricadute immediate sulla politica interna. È qui che il discorso americano diventa ipersensibile e spesso isterico. E l’isteria è sempre un segno di fragilità sociale.25
Il punto non è attribuire intenzioni; il punto è mostrare come, in una democrazia delegittimata, la sola esistenza di organizzazioni così capaci di coordinarsi, di parlare con l’élite e di imporre costi venga vissuta come prova che il cittadino-elettore non conta. Ed è su questa percezione – non sui memoranda – che si costruisce la regressione sociale.
11. La politica estera come guerra civile: Israele dentro la svolta della NSS 2025
Qui la lente Israele deve intrecciarsi con l’analisi tra NSS 2022 e NSS 2025. Il nucleo della comparazione è che il 2022 propone una teoria del coordinamento internazionale basata su regole, coalizioni e prevedibilità; il 2025 propone una diplomazia del contratto, basata su condizionalità, burden-sharing e burden-shifting e sulla gestione “a dossier”.26
La domanda, allora, è: una politica estera “a contratti” regge se la società interna è tribale? In teoria sì: i contratti sembrano perfetti per un Paese che non crede più nelle missioni. Ma nella pratica c’è un problema: la diplomazia del contratto richiede qualcosa che l’America tribale ha perduto: una definizione condivisa di cosa sia “buon affare” e di quali costi siano accettabili. Se per una tribù Israele è dovere morale, ogni condizionalità appare tradimento; se per un’altra tribù Israele è liability, ogni sostegno appare tradimento. La diplomazia del contratto non riduce i costi di coordinamento: li trasferisce all’interno della casa.
La politica estera si trasforma in guerra civile perché le fazioni americane usano i dossier esteri per combattere per la legittimità interna. Israele è l’esempio perfetto: non è solo un dossier tra gli altri; è un dossier che decide chi è “americano” e chi è “venduto”, chi è “occidentale” e chi è “nemico interno”, chi difende l’ordine e chi lo tradisce.
12. La regressione sociale come variabile geopolitica: dalla polarizzazione affettiva all’incapacità strategica. Il ruolo di Israele
A questo punto si può considerare valida la tesi di questo saggio: gli Stati Uniti stanno scivolando da una democrazia conflittuale a una democrazia in cui il conflitto diventa identità e, in casi estremi, violenza. La polarizzazione affettiva – l’odio dell’altro campo – trasforma la politica in una delegittimazione reciproca, che produce un’instabilità cronica. Il risultato è la regressione sociale.
Le conseguenze geopolitiche sono immediate: una potenza divisa consuma capitale politico per gestire crisi interne, riduce la capacità di affrontare la competizione con la Cina e la Russia e perde credibilità come garante dell’ordine. Ma c’è un effetto ancora più importante: aumenta la vulnerabilità alla disinformazione e alle campagne di influenza perché l’ecosistema informativo è già polarizzato. In altre parole: la tribalizzazione interna diventa un moltiplicatore della guerra ibrida altrui.
Israele intensifica questo meccanismo perché è uno dei dossier più adatti a essere weaponized internamente: immagini forti, linguaggi assoluti, identità religiose, lobby visibili, accuse morali. È materia perfetta per una società già in anomia.
13. Israele non causa la frattura americana, la rivela
Israele, però, non è la causa della regressione sociale americana. Sarebbe un errore analitico affermarlo. Israele è una lente perché rende visibile ciò che è già manifesto: la perdita di un centro comune. Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto mantenere il consenso su Israele perché disponevano di capitale sociale, di fiducia e di un’idea condivisa di leadership globale. Oggi quel capitale è eroso: due americani su tre non credono più che il sistema possa risolvere i problemi del Paese, e una quota significativa arriva persino a considerare la violenza “forse necessaria” per rimettere in carreggiata la nazione.27
In questo ambiente, qualunque dossier che tocchi identità e potere diventa esplosivo. Israele lo fa più di altri perché connette, in un unico nodo, religione, civiltà, lobby, guerra, moralità e costo percepito.
14. Il primo anniversario della rivoluzione trumpiana come soglia
Alla vigilia del 20 gennaio 2026, la rivoluzione trumpiana appare come un fenomeno a doppia faccia. Da un lato, si presenta come forma politica di una società che vuole priorità domestiche e una rottura con un universalismo percepito come elitario. Dall’altro, accelera la regressione sociale perché governa attraverso una grammatica di appartenenza e di “nemico” e perché la coalizione che mobilita è troppo eterogenea per essere disciplinata senza creare scissioni.
Israele, oggi, è la lente che mette a nudo esattamente questo: la coalizione trumpiana contiene tribù che non condividono più né la gerarchia delle minacce né quella dei doveri. E quando manca quella gerarchia, la potenza si muove a scatti, la politica estera diventa un referendum interno permanente e le politiche interne si spezzano perché devono compiacere gruppi in conflitto. La superpotenza resta enorme, ma perde continuità. E una potenza senza continuità è vulnerabile.
15. Come Israele può disgregare o ricompattare la coalizione trumpiana e cosa implica per la potenza americana
Se diamo per confermata — post-analisi — che negli Stati Uniti è in corso una regressione sociale e un’accelerazione della tribalizzazione, allora i possibili scenari non vanno interpretati come semplici “esiti elettorali”, bensì come forme di coesione. La politica estera non è più separabile dalla forma interna della nazione: nel 2022 la coesione era premessa della leadership; nel 2025, la coesione diventa sostanza della sicurezza nazionale e giustificazione della selezione.
Scenario 1 – Compartimentalizzazione autoritaria: la coalizione regge, ma stringendo i confini
In questo scenario, l’amministrazione Trump riesce a tenere insieme la new right, pur non risolvendo la frattura su Israele, impedendo però che diventi una frattura esistenziale. Come? Con una strategia tipica dell’egemonia transazionale: Israele trattato come dossier e “contratto” più che come missione. Si sostiene quando conviene, si alzano le condizioni quando serve a placare i populisti, si delega parte del costo ad alleati regionali e si sposta l’attenzione sull’emisfero occidentale e sul nemico interno.
La coalizione regge, ma al prezzo di un peggioramento della psicopolitica: per mantenere unità, aumenta la pressione su chi dissente, cresce il bisogno di disciplinare media e subculture, si intensifica il gatekeeping sull’antisemitismo perché il costo reputazionale diventa ingestibile. La “questione Fuentes” è esattamente questo: un test ricorrente di capacità disciplinare.
Il risultato geopolitico è che Washington diventa più intermittente e contrattuale; di conseguenza, gli alleati e i rivali imparano a fare hedging.
Scenario 2 – Rottura intra-destra: la faglia Israele spacca il trumpismo in due
Qui la diagnosi, “Israele come elemento di disgregazione della coalizione trumpiana”, si compie pienamente. La destra si divide in due blocchi: una destra pro-Israele, istituzionale e religiosa, che vede Israele come frontiera dell’Occidente e un obbligo morale; una destra nazional-populista e post-liberale in versione “contabile”, che pretende costi zero, niente trascinamenti e usa il tema per accusare l’establishment di tradimento.
Al confine della galassia della nuova destra americana, le subculture radicali tentano di monetizzare la frattura: non perché siano fautori di una linea coerente, ma perché capiscono che Israele è una leva perfetta per trasformare il dissenso in delegittimazione. È il passaggio dell’antisionismo e dell’antisemitismo a strumenti di boundary work, non più soltanto contenuti ideologici.
Esito interno: primarie più violente, coalizioni locali instabili e crescita della politica come scomunica. Esito estero: impossibilità di sostenere una strategia coerente di lungo periodo, perché ogni crisi in Medio Oriente rientra in patria come guerra culturale e ogni scelta produce “traditori”.
Scenario 3 – Riallineamento trasversale: l’anti-interventismo unisce pezzi di destra e sinistra, ma non costruisce un ordine
Questo è lo scenario più “mearsheimeriano” nella sua forma: una parte della sinistra radicale e una parte della destra libertaria/populista trovano convergenze tattiche contro le guerre, gli aiuti e il complesso militare-industriale. Queste convergenze esistono, ma sono fragili e hanno poche probabilità di trasformarsi in un progetto comune.
Paradossalmente, però, può nascere una maggioranza episodica per “ridurre” l’impegno, non comunque una maggioranza stabile per definire come gli Stati Uniti debbano attuare. Quindi si ottiene un retrenchment senza strategia: una sequenza di stop-and-go che aumenta il disordine e alimenta esattamente la rabbia interna che quel retrenchment voleva placare. È il cortocircuito dell’egemone stanco: ritirarsi per risparmiare genera volatilità e “importa” shock.
Scenario 4 – Instabilità cronica e violenza a bassa intensità: Israele come accelerante simbolico
Un impianto da “guerra civile psicologica” è compatibile con un esito che non è una guerra civile classica, bensì una violenza episodica e selettiva: attacchi, intimidazioni, scontri tra gruppi, minacce a giudici e funzionari, escalation della retorica.
In questo scenario Israele non è la causa unica; è un accelerante perché concentra simboli assoluti: innocenza/colpa, Occidente/colonialismo, fede/blasfemia, vittime/carnefici. E nelle società tribalizzate i simboli assoluti sono micce, non argomenti.
Conclusione: Israele come lente, non come spiegazione
Il punto geopolitico finale è che la potenza americana oggi è un problema di forma interna: capacità di produrre coerenza, compromesso, legittimità. Israele, proprio perché tocca strategia e moralità, rende visibile la regressione sociale: la trasformazione di ogni tema in un test identitario, la conversione della politica in delegittimazione e la fatica crescente a governare un impero con una società che non riesce più a sentirsi una.
NOTE
1. Per la crisi del capitale sociale e della fiducia come infrastruttura della coesione americana: R.D. Putnam, Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York 2000; per la trasformazione della politica in identità sociale e la conseguente polarizzazione affettiva: L. Mason, Uncivil Agreement. How Politics Became Our Identity, University of Chicago Press, Chicago 2018; S. Iyengar, G. Sood, Y. Lelkes, “Affect, Not Ideology: A Social Identity Perspective on Polarization”, Public Opinion Quarterly, vol. 76, n. 3, 2012; cfr. anche S. Iyengar, S.J. Westwood, “Fear and Loathing across Party Lines: New Evidence on Group Polarization”, American Journal of Political Science, 2015.
2. Per il nesso tra coesione interna e sostenibilità della grand strategy (politica estera come arena di conflitto domestico) si vedano i saggi dell’autore su Lo Scacchiere Globale (mygeopolitics.org) e su Substack, 2025: M. Scattarreggia, La politica estera come guerra civile; Id., Stati (Dis)Uniti. Ansia, immaginario e guerra civile; Id. Antisemitismo, gatekeeping e lotta per l’egemonia nella destra americana: la “questione Fuentes”. Sul tema, in chiave più accademica, cfr. P. Trubowitz, Defining the National Interest: Conflict and Change in American Foreign Policy, University of Chicago Press, Chicago 1998.
3. H.S. Truman, “Statement by the President Announcing Recognition of the State of Israel”, 14 maggio 1948 (The American Presidency Project; Harry S. Truman Library). La dichiarazione è il riferimento canonico per la svolta inaugurale del riconoscimento statunitense e per la precoce legittimazione simbolica del nuovo Stato.
4. Sul concetto di “religione civile” come grammatica morale della nazione americana (e sulla capacità di incorporare oggetti esterni nel pantheon interno): R.N. Bellah, “Civil Religion in America”, Daedalus, vol. 96, n. 1, 1967; cfr. anche R.N. Bellah et al., Habits of the Heart: Individualism and Commitment in American Life, University of California Press, Berkeley 1985. Per la lunga durata del rapporto USA-Medio Oriente e la dimensione immaginaria (potere/fede/fantasia): M. Oren, Power, Faith, and Fantasy: America in the Middle East, 1776 to the Present, W.W. Norton, New York 2007.
5. L’espressione “evento totale” rimanda alla capacità di un conflitto di produrre riverberi morali e politici oltre il proprio teatro. Per la cornice durkheimiana (fatti sociali, anomia e crisi delle norme condivise): E. Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, 1895; per l’idea di “fait social total” come fenomeno che mobilita simultaneamente dimensioni economiche, simboliche e politiche: M. Mauss, “Essai sur le don”, 1925 (in Sociologie et anthropologie, 1950).
6. Gallup, “32% in U.S. Back Israel’s Military Action in Gaza, a New Low”, 29 luglio 2025 (sondaggio effettuato il 7–21 luglio 2025). Il dato è utile qui non come giudizio morale, bensì come indicatore della dislocazione del consenso e della polarizzazione partitica.
7. W. Galston, J. Muchnick, “Support for Israel continues to deteriorate, especially among Democrats and young people”, Brookings Institution, 6 agosto 2025 (lettura interpretativa dei trend Gallup); Pew Research Center, “Americans’ views of Israelis, Palestinians and their political leadership”, 3 ottobre 2025 (survey 22–28 settembre 2025). Insieme, queste fonti mostrano la frattura per età e per appartenenza politica, centrale nella tesi sulla rottura generazionale dell’immaginario pro-Israele.
8. Per il Christian Zionism come infrastruttura di consenso “religioso-strategico” e per la funzione di Israele nell’ecosistema evangelico: Christians United for Israel (CUFI), materiali istituzionali e profilo del movimento (John Hagee); D. Hummel, Covenant Brothers: Evangelicals, Jews, and U.S.-Israeli Relations, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2019; cfr. anche Y. Ariel, An Unusual Relationship: Evangelical Christians and Jews, NYU Press, New York 2013.
9. IMEU Policy Project (YouGov), “National Poll: Younger Republicans Are Diverging From Party Leaders on Israel”, 16 dicembre 2025. La fonte è utile come segnale di frizione intra-GOP tra generazioni; va però letta insieme a serie più consolidate (Gallup, Pew) per evitare sovrainferenze da un singolo rilevamento, soprattutto se promosso da un attore advocacy.
10. Per la cornice “alleato incondizionato” vs “alleato condizionato” (e per il dibattito sui costi di trascinamento e di reputazione): S. Walt, The Hell of Good Intentions: America’s Foreign Policy Elite and the Decline of U.S. Primacy, Farrar, Straus and Giroux, New York 2018; P. Trubowitz, Defining the National Interest, cit. per la competizione domestica come vincolo strutturale della politica estera.
11. Per la polarizzazione come crisi della democrazia (e per la non-linearità dell’asse isolazionismo/interventismo nella fase attuale): L. Mason, Uncivil Agreement, cit.; J. McCoy, T. Rahman, M. Somer, “Polarization and the Global Crisis of Democracy”, American Behavioral Scientist, vol. 62, n. 1, 2018; cfr. anche S. Finkel et al., “Political sectarianism in America”, Science, 370 (6516), 2020.
12. Per il caso Carlson–Fuentes, come “stress test” dei gatekeeper e come misuratore dei costi reputazionali nella destra trumpiana: copertura e ricostruzioni su Reuters, The Washington Post, The Guardian e PBS NewsHour (ottobre–dicembre 2025), con particolare attenzione alle reazioni di eletti e donatori repubblicani e alla dinamica di esclusione/riassorbimento nelle piattaforme mediatiche conservatrici. Confronta anche M. Scattarreggia, Antisemitismo, gatekeeping…, cit.
13. Sulla Florida, come hub operativo e simbolico del trumpismo (Mar-a-Lago come centro di comando politico e di infrastruttura per i donatori/media), cfr. la letteratura giornalistica e analitica su Mar-a-Lago e sul GOP ecosistemico in Florida (2024–2026). Confronta anche M. Scattarreggia, Florida: il nuovo epicentro del conservatorismo americano e del rinnovamento intellettuale repubblicano; e Id., Florida: fratture interne, cleavages regionali e la geografia sociopolitica del nuovo conservatorismo, Substack, 2025.
14. Per l’idea di radicalizzazione come subcultura (appartenenza, rituali, estetiche) e per la struttura organizzativa dei movimenti di estrema destra: K. Blee, Inside Organized Racism: Women in the Hate Movement, University of California Press, Berkeley 2002; per i meccanismi digitali (networked publics, dinamiche di amplificazione, economia dell’attenzione): A. Marwick, R. Lewis, Media Manipulation and Disinformation Online, Data & Society, 2017.
15. L’anomia durkheimiana è uno stato di assenza di normativa o di disgregazione sociale in cui le norme, i valori e i riferimenti collettivi si indeboliscono, soprattutto durante fasi di rapido cambiamento. Questo può generare mancanza di scopo, aumento della devianza e, potenzialmente, il suicidio (oggi, nel contesto statunitense, più la depressione), poiché gli individui si sentono disconnessi e le loro aspirazioni diventano illimitate. L’anomia, insomma, deriva da uno scarto tra i bisogni della società e le regole consolidate, con ripercussioni sulla coesione sociale e sul comportamento individuale. Per la categoria di anomia e la sua trasposizione nella psicopolitica contemporanea (disordine normativo e ricerca di colpevoli): E. Durkheim, Le Suicide, 1897.
16. Per i dati sulla normalizzazione della violenza politica e sulla segmentazione valoriale: Public Religion Research Institute (PRRI) e altre serie (2024–2025); per la dimensione empirica della radicalizzazione e delle disposizioni alla violenza nella destra americana post-2020: letteratura su January 6 e report accademici e di think tank (es. Chicago Project on Security and Threats).
17. M. Scattarreggia, La lobby israeliana, Substack, 2026, per un’analisi della missione, delle funzioni e della composizione della lobby israeliana, intesa come rete di reti.
18. J.J. Mearsheimer, S. Walt, “The Israel Lobby”, London Review of Books, 23 marzo 2006. Il riferimento è qui usato come soglia discorsiva: l’ingresso della categoria “Israel lobby” nel mainstream accademico-mediatico, con conseguente conflitto sui confini della critica legittima e il rischio di tropi antisemiti.
19. Sul versante waltiano e sul seguito della controversia (repliche, dibattito pubblico e trasposizione in volume): S. Walt, interventi e commenti successivi al 2006; J.J. Mearsheimer, S. Walt, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, Farrar, Straus and Giroux, New York 2007; per una critica “interna” al dibattito e la tematizzazione dei tropi: A. Dershowitz, Debunking the Newest — and Oldest — Jewish Conspiracy, 2006; dossier e ricostruzioni in Harvard Magazine (2006–2007).
20. Sulla dimensione elettorale dell’ecosistema pro-Israele e sull’emersione dei super PAC come strumenti di disciplina nelle primarie: FactCheck.org, “United Democracy Project”, 26 settembre 2024; OpenSecrets, schede su AIPAC/UDP e sui flussi di spesa nel ciclo 2024; ricostruzioni su ABC News/538 e Washington Post (2024–2025), incluse le letture sul caso Cori Bush e sulle primarie democratiche.
21. Sui numeri “stabilizzati” dell’assistenza militare a Israele e sul loro uso simbolico nel dibattito domestico: Memorandum of Understanding (MOU) USA–Israele 2016 (periodo FY2019–2028; 3,8 miliardi USD/anno); Congressional Research Service, U.S. Foreign Aid to Israel (RL33222 e aggiornamenti) e Israel: Background and U.S. Relations (RL33476 e aggiornamenti).
22. IMEU Policy Project (YouGov), cit.; per riscontri strutturali sulla frattura generazionale e sulla polarizzazione di partito, cfr. anche Gallup (29 luglio 2025) e Brookings (6 agosto 2025), oltre ai dati di Pew (3 ottobre 2025).
23. American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), comunicato “The next AIPAC CEO, Elliot Brandt”, 4 giugno 2024 (successione e ristrutturazione della leadership).
24. Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, pagine “Leadership/Staff” e comunicazioni 2025 (Betsy Berns Korn, Chair; William Daroff, CEO). La fonte è rilevante per descrivere l’architettura di coordinamento comunitario in una fase di forte stress politico-culturale.
25. Anti-Defamation League (ADL) e American Jewish Committee (AJC): profili di leadership (Jonathan Greenblatt; Ted Deutch) e documenti istituzionali. Per dati contestuali sull’antisemitismo e sulla sua politicizzazione nel ciclo Gaza/campus: ADL, Audit of Antisemitic Incidents (ultimi rapporti disponibili).
26. The White House, National Security Strategy (NSS) 2025; The White House, National Security Strategy 2022. Le NSS sono qui trattate come testi pubblici a valore narrativo: mostrano priorità dichiarate e la grammatica politica dell’amministrazione, più che rivelare integralmente gli obiettivi strategici.
27. Public Religion Research Institute (PRRI), “Trump’s Unprecedented Actions Deepen Asymmetric Divides”, 22 ottobre 2025 (American Values Survey 2025; fieldwork Aug. 15–Sept. 8, 2025). Il riferimento sostiene l’argomento sul collasso della fiducia e sulla normalizzazione di cornici extra-istituzionali (inclusa, per segmenti minoritari ma rilevanti, la giustificazione della violenza politica).









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