Riflessioni sul sondaggio di “More in Common” su 10.971 votanti intervistati tra aprile 2025 e gennaio 2026
La coalizione MAGA oggi non è un partito: è una federazione emotiva. Un arcipelago di destre che non coincide mai del tutto su programma, sulle priorità e persino sulla grammatica morale, ma che converge su una cosa sola: la sovranità come spettacolo. In questo senso, il trumpismo non è un’ideologia; è un dispositivo di comando in una società che ha perso collanti, fiducia e linguaggio comune. Il punto non è che Trump “sia coerente”. Il punto è che, in un Paese tribalizzato, Trump riesce ancora a decidere chi siamo noi e chi sono loro, e a farlo in tempo reale, secondo l’occasione, senza pagare il costo della contraddizione.
L’arcipelago: quattro Americhe dentro MAGA
L’errore ricorrente — anche mediatico — è raccontare MAGA come un blocco uniforme. I dati più recenti lo descrivono ancora una volta come una coalizione composta da quattro famiglie, ciascuna con una psicologia politica distinta: “MAGA Hardliners” (29%), “Anti-Woke Conservatives” (21%), “Mainline Republicans” (30%) e “Reluctant Right” (20%).
Tradotto nel lessico geopolitico: la “nuova destra” è una costellazione. La destra istituzionale che cerca governabilità; la destra movimentista che cerca rottura; il mondo anti-woke che vuole bonificare scuole, media e HR; un conservatorismo mainline che chiede confine, economia, stabilità; e infine una fascia di elettori che non ama Trump ma lo usa come strumento, o lo tollera come male minore.
Questa geometria spiega la tenuta: se si analizza la coalizione dal punto di vista ideologico, risulta solo incoerenza. Se la si analizza come economia del riconoscimento, emerge una struttura capace di sopravvivere a quasi tutto.
Chi è con Trump: fedeltà sacrale, fedeltà contrattuale
Con Trump “sta” anzitutto il nucleo duro: gli hardliners, spesso animati da una visione quasi escatologica della politica come lotta tra bene e male. Qui il consenso non è “gradimento”: è appartenenza. Trump non è un candidato, è un segno di riconoscimento.
Con Trump c’è poi il mondo anti-woke, più secolare e spesso più agiato: non chiede necessariamente welfare o redistribuzione; chiede che l’ordine culturale progressista venga umiliato e arretrato. Questa componente vive la politica come una guerra civile fredda all’interno delle istituzioni.
Con Trump c’è anche il corpo più “normale” del Partito Repubblicano: i mainline. Sono quelli per cui confine, economia e stabilità culturale contano più del caos quotidiano. Possono detestare l’eccesso, ma preferiscono un capo che agisce piuttosto che un sistema che si giustifica.
Infine, c’è una fedeltà contrattuale: pezzi di capitalismo nazionale e ambienti techno-libertari. Non è amore: è scambio. Deregolamentazione selettiva, accesso, protezione, tariffe, reshoring, guerra alle burocrazie “ostili”. Questa componente è presente finché il prezzo non supera il beneficio. È la parte più mobile della costellazione.
Chi è contro (o prova a esserlo): la fronda delle élite, non la rivolta della base
Il paradosso MAGA è questo: la fronda è spesso in alto, non in basso. Influencer, ex-consiglieri, imprenditori politici spesso litigano, minacciano scissioni, fabbricano “guerre civili” interne. Ma questo non significa che comandino l’elettorato.
Non esiste “trumpismo” senza Trump. Esistono Bannonism, Tuckerism e forse Vance-ism, ma sono marchi in cerca di eredità, non centri reali di sovranità. E infatti, quando Trump decide — anche contro la liturgia “America First” interpretata dagli influencer — la base lo segue. La prova sta in una sequenza di casi: sulle operazioni esterne (Iran 2025; Venezuela 2026) l’idea di una rivolta MAGA è stata molto più rumorosa che reale.
Il Venezuela è istruttivo: nel momento in cui i commentatori gridavano allo strappo, un sondaggio Reuters/Ipsos mostrava che il 65% dei repubblicani sosteneva l’operazione, mentre il Paese, nel complesso, era molto più freddo e preoccupato per un coinvolgimento prolungato. La base non difende una dottrina; difende la postura: forza, decisione, punizione.
Questo non significa che non esistano crepe. Ma sono crepe specifiche: i Reluctant Right (gli elettori a bassa propensione, spesso giovani maschi e swing voters) non hanno la fedeltà tribale degli altri segmenti; possono evaporare quando l’economia si restringe o quando il caos diventa un costo quotidiano. È qui che Trump può perdere margini senza perdere il cuore della coalizione.
E poi c’è un’altra frizione: quella istituzionale. Episodi come quello della Groenlandia mostrano che alcuni repubblicani — anche in posizioni di leadership — possono esprimere dissenso quando percepiscono un rischio sistemico (tariffe contro gli alleati, crisi NATO), ma la dinamica resta spesso “deviazione controllata/rientro”, favorita da una gestione diplomatica che neutralizza l’escalation senza umiliare Trump.
Perché funziona Trump: quattro ruoli, un solo teatro
Qui sta la sostanza. Trump non costruisce consenso sulla coerenza programmatica; lo costruisce su un payoff emotivo che “vale più” della logica. Il suo potere dipende dalla capacità di interpretare ruoli diversi per segmenti diversi della coalizione.
Il primo è il costruttore: paradossalmente, molti elettori lo vedono come “builder”, uno che prova ad aggiustare un sistema rotto (58% nel campione). La retorica della demolizione viene percepita come ricostruzione: abbattere per rifondare.
Il secondo è il redentore: ripristina lo status e il rispetto per i gruppi che si sentono disprezzati dalle élite culturali. Qui emergono numeri che contano più delle opinioni: una larga maggioranza dei trumpiani attribuisce alla woke left la rovina dell’educazione, delle notizie e dell’intrattenimento; soprattutto, l’84% ritiene che Trump “rispetti persone come me”. In una società che vive di riconoscimento negato, questo è carburante politico.
Il terzo è il blasfemo: il violatore di norme progressiste. Non è folklore, è rituale: la trasgressione come vendetta simbolica. Per una parte del nucleo duro, la politica non è compromesso ma retribuzione: far “pagare” la sinistra per errori e menzogne. È una grammatica da guerra civile culturale.
Il quarto è il grande narratore: nella crisi epistemica americana, Trump non chiede solo fiducia; pretende il monopolio della verità. Tra gli hardliners, il 93% dichiara di fidarsi di lui più che di “tutte” o “la maggior parte” delle altre fonti; tra gli anti-woke, il 72%. Non è semplice carisma: è un tentativo di sovranità narrativa in un Paese che non condivide più fatti, ma appartenenze.
Questi ruoli funzionano perché rispondono a bisogni profondi: speranza, validazione, chiarezza. È politica come psicologia collettiva, non come policy.
La faglia vera: “movimento” vs “governo”
La tenuta della coalizione non elimina la contraddizione strutturale: governare non è performare. Il movimento vive di guerra culturale, semplificazione e nemici; il governo vive di vincoli, trade-off e costi. Trump tende a rispondere ai limiti con escalation, un tratto che può renderlo “più forte e più debole” nello stesso momento, perché ogni prova di forza costruisce anche nuove coalizioni avverse e nuovi centri di veto.
Qui si innesta la domanda strategica: fino a che punto una coalizione costruita su sovranità-spettacolo può reggere quando lo shock diventa materiale (prezzi, guerra, recessione, disordine amministrativo)? Per ora regge perché Trump non promette pace: promette vittoria simbolica. Ma la storia delle coalizioni emotive è sempre la stessa: si rompono non quando il capo tradisce un’idea, ma quando smette di distribuire riconoscimento e comincia a distribuire costi.







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