L’Europa nell’interregno: Regno Unito e potenze continentali tra ritorno della geografia, guerra lunga e crisi di coesione
La fase che stiamo attraversando non assomiglia più al dopo guerra fredda, e non è nemmeno un semplice “ritorno” alla guerra fredda. È una transizione egemonica che, invece di produrre rapidamente un nuovo ordine, genera un disordine più denso: più tavoli, più dossier, più combinazioni variabili, più scambi transazionali, più conflitti informali e, soprattutto, un peso crescente dell’informazione come dominio di potenza. L’abilità di rappresentare la guerra, il nemico e la realtà interna diventa un fattore strategico, al pari di munizioni e di finanza.
In questo mondo, l’Europa è il luogo in cui l’interregno si vede meglio, perché qui l’architettura “normativa” e “post-storica” costruita dopo il 1989 incontra un contesto che torna a essere tragico: deterrenza, riarmo, frontiere, logistica, vulnerabilità delle infrastrutture dual-use, scontro sulle rotte marittime e sui colli di bottiglia. Anche la vecchia distinzione tra politica interna ed estera si indebolisce: l’estero entra in casa sotto forma di energia, migrazioni, catene del valore, sabotaggi, disinformazione, polarizzazione.
Il punto, per l’Europa, non è soltanto “spendere di più” o “fare più Europa”. Il punto è più profondo: una strategia estera efficace richiede coesione interna, e oggi la coesione è la risorsa più contesa, in un continente attraversato da inflazione, austerità implicita o esplicita, fratture identitarie, sfiducia istituzionale e un conflitto politico permanente su Ucraina, Gaza e sul rapporto con gli Stati Uniti. In diversi Paesi, movimenti populisti prosperano proprio in questo clima polarizzato e talvolta adottano posture concilianti nei confronti di Mosca che erodono l’unità europea.
La penisola europea: ricchezza frastagliata e vulnerabilità strutturale
Per capire le potenze europee bisogna partire dal terreno: l’Europa è una grande penisola dell’Eurasia, distesa tra Atlantico e Mediterraneo, connessa da fiumi, mari e corridoi commerciali che l’hanno resa una delle aree più ricche del pianeta. Ma questa ricchezza deriva da una geografia che favorisce la pluralità e la frammentazione: molti centri, molte capitali, molte storie, molte linee di frattura. L’“integrazione” ha mascherato a lungo la realtà sottostante: nazioni con interessi divergenti, vincoli economici e politici differenti, priorità geopolitiche non sempre sovrapponibili.
In questa penisola esistono almeno due tensioni strutturali che tornano a dominare. La prima è la frizione tra penisola e “mainland” eurasiatica dominata dalla Russia: un conflitto di lunga durata che ruota attorno alle zone cuscinetto, alle “borderlands” dall’area baltica al Mar Nero, e al tentativo europeo di estendere influenza e istituzioni verso Est, in uno spazio che Mosca percepisce come il proprio retroterra strategico.
La seconda è la tensione interna tra regioni europee che vivono in contesti geopolitici diversi. Il Nord continentale e la pianura nord-europea favoriscono il commercio e la manifattura, ma espongono a invasioni e pressioni; il Sud mediterraneo è più montuoso e frammentato, più difficile da integrare e più sensibile alla destabilizzazione del vicinato meridionale; l’Est è frontiera e avanguardia, più incline a considerare la minaccia russa e la deterrenza; l’Ovest è spesso retrovia, più propenso a pensare in termini di equilibrio economico e gestione del consenso.
Questa differenza di ambienti produce variazioni nella psicologia strategica. Ed è qui che l’Europa diventa, per natura, un continente difficile da governare “a una sola voce”: perché, in realtà, vive contemporaneamente più guerre e paure. L’Est teme la Russia; il Sud teme la destabilizzazione mediterranea e la pressione migratoria; l’industria teme la guerra commerciale e il decoupling; le società temono la perdita di sicurezza economica e identitaria.
UE e NATO: potenza potenziale, sovranità dispersa, deterrenza in outsourcing
L’Unione Europea, nel disegno originario, è stata una macchina di prosperità e di prevenzione del conflitto intraeuropeo. In termini geopolitici, per decenni ha funzionato come dispositivo di “ammortizzazione”: ha neutralizzato rivalità storiche, integrato economie e reso meno probabile la guerra tra i grandi europei. Ma la sua contraddizione oggi è evidente: l’UE è abbastanza grande da essere bersaglio della politica di potenza altrui, e abbastanza ricca da essere contesa, ma spesso troppo poco unitaria per agire come potenza piena. Per questo tende a essere più “spazio” che “attore”: mercato, standard, sanzioni; ma anche lentezza decisionale, compromesso permanente, difficoltà a trasformare l’urgenza in comando.
Nello stesso tempo, la NATO è tornata a essere il perno della sicurezza europea, ma in una forma più problematica: perché l’ombrello americano resta decisivo, mentre cresce la percezione che Washington selezioni sempre più le priorità e riduca la disponibilità a farsi carico direttamente delle crisi regionali. Emerge l’idea di un’America che mantiene il primato globale, ma cerca di farlo “al costo più basso possibile”, sostenendo gli alleati con mezzi e addestramento più che con interventi massicci. Questo spinge l’Europa a discutere di maggiore autosufficienza, ma spesso solo a condizione di un endorsement americano.
Il nodo, dunque, non è se l’Europa possa “staccarsi” dagli Stati Uniti. È se si può smettere di considerare la deterrenza un servizio esterno e trasformarla in una capacità sociale e industriale interna. Il riarmo non è un numero di bilancio: è cultura, reclutamento, munizioni, interoperabilità, catena industriale, resilienza delle infrastrutture critiche. E, prima ancora, è legittimazione: la capacità di spiegare alle società stanche perché servono costi, sacrifici e disciplina in un tempo che non promette certezze.
Regno Unito: l’autonomia non cancella la geografia
Il Regno Unito ha scelto la rottura più netta con il continente: uscire dall’Unione per recuperare manovra. Ma la manovra, quando si vive su un’isola di fronte alla penisola europea, non cancella la geografia: la rilegge. Londra resta una potenza marittima e un’intelligence power; conserva una cultura strategica più “globale” rispetto a molti partner continentali; e tende a massimizzare l’influenza presentandosi come il partner europeo più affidabile degli Stati Uniti, proprio perché la relazione transatlantica è la struttura di sicurezza che le consente di proiettarsi.
La Strategic Defence Review britannica è la codifica di una traiettoria di riarmo e di leadership NATO, con obiettivi di spesa (2,5% entro il 2027 e l’ambizione del 3% nella legislatura successiva) e l’idea di rendere la difesa anche “motore di crescita”. Questo è un punto chiave: Londra tenta di trasformare la necessità geopolitica in politica industriale e narrazione economica.
La grand strategy britannica oggi si basa sulla triangolazione. Un lato è atlantismo duro: intelligence, deterrenza, interoperabilità, postura navale. Un secondo lato è la proiezione extraeuropea, soprattutto nell’Indo-Pacifico, come modo per dimostrare che il Regno Unito è ancora un nodo globale e non soltanto una potenza regionale. Il terzo lato è la gestione del continente: cooperare selettivamente con l’UE senza rientrarvi, perché il continente resta mercato, retrovia e problema strutturale. Il Regno Unito ha bisogno di una distanza politica per costruire un’autonomia simbolica, ma non può permettersi un’ostilità permanente nei confronti dell’Europa senza pagare un costo economico e logistico.
La fragilità, qui, è interna. Un Paese che vuole recitare il ruolo di potenza deve essere, prima di tutto, “un Paese”: e l’unità britannica è meno scontata di quanto sembri sulle carte. Le tensioni territoriali, le fratture tra Londra, città-mondo, e le periferie, la politicizzazione dell’immigrazione e il ciclo post-Brexit di instabilità politica rendono più difficile trasformare la postura estera in una strategia coerente. Nell’interregno, la politica estera non può essere una performance: deve essere un’architettura sostenuta dal consenso.
Germania: la Zeitenwende come trauma culturale
La Germania è il centro di gravità dell’Europa continentale e, al tempo stesso, il suo punto più sensibile. La sua posizione sulla pianura nord-europea, priva di barriere naturali decisive, l’ha resa storicamente vulnerabile alle pressioni provenienti da est e da ovest. Per questo, la grand strategy tedesca, nella lettura “classica”, ruota attorno a quattro obiettivi: unità e sovranità, dominio o controllo della pianura e delle zone cuscinetto, stabilità interna, limitazione dell’influenza di potenze esterne sulla pianura stessa. La Germania del dopoguerra ha perseguito questi obiettivi soprattutto con mezzi non militari, integrando economicamente e politicamente i rivali attraverso l’UE e la NATO, riducendo la minaccia francese e spingendosi verso est nelle zone cuscinetto con l’allargamento delle istituzioni europee.
Ma questa strategia funziona solo se l’UE è coesa e l’ambiente esterno è relativamente stabile. Quando l’UE si frammenta e la guerra torna in Europa, la Germania scopre che la sua potenza geoeconomica non basta a garantire la propria sicurezza. È qui che la Zeitenwende diventa, più che una svolta militare, un trauma culturale: il ritorno della guerra come possibilità concreta, la fine della pace come “dato di natura”, la necessità di “scuotere la popolazione” con un linguaggio finora rimosso.
La Germania è un work in progress, una forma non stabilizzata, un’identità storicamente inquieta, favorita dalla carenza di frontiere naturali e da una storia che rende difficile “geometrizzare” la nazione come fanno la Francia o l’Italia.
La Zeitenwende, però, è work in progress “al rallentatore”: investimenti, fondi speciali, promesse di incrementare il debito oltre il 2% del PIL, acquisti di F-35 per rafforzare la condivisione nucleare e l’interoperabilità, ma difficoltà di spesa rapida, lentezza burocratica e resistenze interne. Nel frattempo, la svolta si è concretizzata prima sul piano geoeconomico che su quello militare: taglio della dipendenza energetica dalla Russia e riduzione della ricattabilità, mentre la ricostruzione piena delle capacità militari procede con fatica.
Qui la contraddizione tedesca è doppia. Da un lato, l’economia tedesca è strutturalmente export-led: la sua stabilità interna dipende dall’accesso a mercati esterni e dalla tenuta di un’Europa che non possa deprezzarsi e che rimanga un grande mercato per l’industria tedesca. L’UE e la zona euro, nella lettura strategica, non sono solo ideali da condividere: sono dispositivi di stabilità sociale interna, perché piena occupazione e consenso dipendono dalla capacità di esportare.
Dall’altro lato, la società tedesca è attraversata da fratture identitarie e generazionali che incidono direttamente sulla postura strategica. La crescita dell’AfD nell’Est e la sua capacità di attrarre anche giovani che chiedono “storia” e identità, la competizione tra Westbindung e tentazione di Mittellage, l’idea di bilanciare Est e Ovest contro la cultura politica renana: tutto questo non è solo politica interna, ma un dibattito sulla collocazione internazionale della Germania.
A questo si aggiunge un tema spesso sottovalutato: la capacità di reclutamento e la disponibilità sociale alla forza. Esistono difficoltà tedesche nel rendere la Bundeswehr “kriegstüchtig”, la necessità di espedienti contabili per raggiungere gli obiettivi di spesa e, soprattutto, la crisi del reclutamento: i giovani non vogliono l’uniforme e si torna a discutere di servizio obbligatorio e perfino di modelli “svedesi”.
La Germania, in altre parole, è forte ma esposta. E nell’interregno, l’esposizione è una forma di vulnerabilità strategica, perché costringe a scegliere in un contesto in cui la coesione interna è meno stabile.
Francia: sovranità piena e frattura sociale come vincolo strategico
La Francia è l’eccezione europea più vicina allo Stato stratega classico: presidenzialismo, cultura di potenza, deterrenza nucleare, abitudine alla proiezione nel Mediterraneo e in Africa e una tradizione di autonomia anche quando è integrata nell’Occidente. In un’Europa spesso regolamentata, Parigi ragiona più facilmente in termini di sovranità piena e, di conseguenza, di architetture: comando, deterrenza, proiezione e industria.
Il problema è che la sovranità, per essere credibile, deve poggiare su società governabili. E la Francia contemporanea vive una tensione permanente tra la verticalità dello Stato e l’orizzontalità di una società fratturata: conflitti identitari, cicli di protesta, polarizzazione elettorale, conflitto centro-periferia. Nell’interregno, questa frattura interna compromette la continuità strategica: la Francia può pensare in grande, ma deve anche dedicare energie alla gestione della propria “guerra civile fredda” domestica.
Inoltre, l’erosione dell’influenza francese in alcuni teatri africani e la crescente competizione con attori esterni trasformano la proiezione in un’impresa più costosa e contestata, soprattutto sul piano narrativo. Oggi, in un mondo in cui alleanze e legittimità sono modulari e transazionali, la Francia deve convertire la sua tradizione di potenza in un nuovo linguaggio di partnership, senza poter contare né su rendite coloniali né su automatismi di prestigio.
Italia: la marittimità come imperativo, il vincolo interno come rischio esistenziale
L’Italia è la potenza europea che vive più chiaramente la contraddizione tra geografia e struttura. La geografia le assegna una vocazione mediterranea: rotte, porti, energia, cavi, stabilizzazione del vicinato. Ma la struttura interna — debito, crescita debole, instabilità politica, frammentazione istituzionale — rende difficile trasformare questa vocazione in una strategia coerente.
I porti e le infrastrutture marittime non sono più soltanto elementi economici, ma rappresentano una potenza, perché quasi ogni infrastruttura è dual-use. L’idea di devolvere competenze su infrastrutture strategiche in nome di calcoli interni è, di fatto, un’incoscienza strategica: in un’epoca di ritorno dello Stato e di competizione sulle rotte, lo Stato deve mantenere il controllo diretto su infrastrutture marittime e portuali, perché si tratta di questioni geopolitiche esistenziali.
Questo è il cuore della grand strategy italiana possibile: marittimità come condizione di esistenza, non come ornamento. La guerra in Ucraina non è solo una guerra “a Est”: amplia la frattura tra l’avanguardia antirussa e i perni occidentali, rischia di trascinare il Mediterraneo nel vortice e rende l’Adriatico una faglia strategica, con esposizione a sabotaggi di gasdotti e cavi sottomarini e a minacce sui colli di bottiglia come il Canale d’Otranto.
Da qui discende un’altra implicazione: l’Italia non può permettersi di pensare alla propria sicurezza solo in termini terrestri o “europei”. La sua politica estera è inevitabilmente una politica del mare: mantenere libere le rotte, proteggere infrastrutture e contribuire — per quanto possibile — a evitare che la faglia est-ovest diventi una rottura interna al sistema euro-atlantico, che finirebbe per scaricarsi sul Mediterraneo.
In questo quadro, la dimensione adriatica diventa un laboratorio: il corridoio Baltico-Adriatico, Trieste come asset, l’idea di collegare il Trimarium e, al contempo, di costruire sistemi integrati adriatici con porti e retroporti, fino a immaginare una cogestione dello spazio adriatico-balcanico. Non è solo logistica: è stabilizzazione. Ed è anche un modo per ricucire la frattura Nord-Sud italiana attraverso una strategia di connessione, anziché una redistribuzione sterile.
Ma il vincolo interno resta decisivo. Le riforme istituzionali, se concepite come risposta tattica a conflitti politici interni e non come architettura di potenza, possono diventare un moltiplicatore di fragilità. La devoluzione incontrollata rischia di mettere in discussione non solo l’unità del Paese, ma anche la sua capacità di sopravvivenza strategica, proprio perché indebolisce il controllo statale sui nodi dual-use e sulla resilienza cibernetica.
L’Italia, dunque, è un Paese che può essere più centrale di quanto appaia, ma solo se trasforma la sua geografia in progetto e la sua politica interna in coesione. Nell’interregno, chi non governa se stesso viene governato dagli altri.
Spagna: porta anfibia tra Atlantico e Mediterraneo, con un problema di forma interna
La Spagna è spesso trattata come potenza “secondaria”, ma la sua posizione la rende un cardine: accesso tra l’Atlantico e il Mediterraneo, vicinanza all’Africa del Nord, ruolo nelle rotte energetiche e nei flussi migratori, e un rapporto storico-culturale con l’America Latina che può diventare un canale politico ed economico. La sua grand strategy, implicita, è anfibia: atlantismo come ancoraggio di sicurezza e mediterraneità come ambiente operativo.
Il vincolo principale è interno: la struttura territoriale e le tensioni centro-periferia rendono più difficile la produzione di continuità strategica. In un ambiente in cui l’Europa rischia una nuova crisi migratoria e deve gestire l’instabilità nei Balcani e nel vicinato orientale e meridionale, la coesione politica interna diventa una risorsa geopolitica. Nelle previsioni, la minaccia di una nuova crisi migratoria è un potenziale detonatore di divisioni europee, in grado di complicare la risposta collettiva alle crisi.
Polonia: la frontiera che vuole diventare architrave, tra Intermarium e “super-NATO”
La Polonia è l’attore europeo che vive più apertamente la geopolitica come destino. Sta sulla linea di contatto tra Germania e Russia e, storicamente, ha costruito la propria immaginazione strategica come emancipazione dalla tenaglia russa-tedesca. Questa traiettoria è un ritorno dell’idea jagellonica e dell’Intermarium: una confederazione a guida polacca, con appendici baltiche e uno spazio cuscinetto, oggi americanizzata nella Three Seas Initiative, che vede infrastrutture, energia e tecnologia come strumenti di potenza.
Il punto interessante qui non è solo il riarmo polacco o l’ambizione di diventare una delle principali potenze militari europee. È la critica implicita alla “Vecchia Europa” e all’asse franco-tedesco, accusati di essere refrattari alla guerra e quindi inaffidabili come pilastro di deterrenza. L’Intermarium, all’interno di una NATO che rischia di svuotarsi, è un modo per creare una superalleanza europea capace di pesare di più, dotata di un apparato militare e di volontà d’uso della forza.
Questa impostazione ha conseguenze dirette per l’Europa. Primo: sposta il baricentro verso Nord-Est e rafforza la frattura tra l’avanguardia antirussa e i perni occidentali, frattura che rappresenta un rischio strutturale per il sistema euroatlantico. Secondo: rende la questione tedesca ancora più centrale, perché senza la Germania non c’è coesione industriale europea, ma con una Germania esitante cresce la tentazione di architetture parallele. Terzo: introduce la Turchia come variabile, perché nel testo l’Intermarium appare anche come risposta alla crescente influenza turca nei Balcani, segno che l’Europa non è solo “Russia sì/no”, ma un sistema di competizioni incrociate.
Il nodo turco: Mediterraneo orientale e Balcani come teatro di frizione intra-occidentale
Se l’Europa vuole pensarsi come soggetto strategico, deve accettare che il suo Sud-Est non è periferia, ma frontiera. La Turchia appare come una potenza destinata a proiettarsi nei vuoti di potere prodotti dalla frammentazione del Medio Oriente e dalla debolezza o distrazione dell’Europa. Il suo raggio potenziale comprende il Mediterraneo orientale, il Mar Nero, il Caucaso e parte dei Balcani, cioè proprio aree in cui gli interessi europei (Francia, Italia, Grecia, Spagna) e quelli dell’avanguardia orientale (Trimarium, sicurezza del fianco est) si incrociano.
Per l’Italia, inoltre, la Turchia non è solo competizione: è anche infrastruttura e catena portuale, a livello di acquisizioni e concessioni che collegano Scandinavia, Italia e Nord Africa. Questo è un dettaglio rivelatore: nel XXI secolo, la geopolitica passa per la logistica, i porti, i corridoi e le reti, e quindi per scelte apparentemente economiche che diventano di fatto strategiche.
Energia, industria, demografia: tre vincoli che comprimono la grand strategy europea
La guerra in Ucraina e la crisi energetica hanno mostrato che la sovranità non è un concetto astratto. Quando la Germania dipendeva in modo massiccio dal gas russo, la sua vulnerabilità era geopolitica prima che economica; quando la cooperazione energetica russo-tedesca diventa insostenibile, la sicurezza energetica civile e industriale si trasforma in una priorità strategica, con effetti diretti sulla crescita e sul consenso.
Questo si intreccia con la questione industriale. Una parte dell’Europa, la Germania in testa, è costruita per esportare: produce molto più di quanto consuma e quindi ha bisogno di mercati aperti, rotte stabili e un ordine prevedibile. Ma la transizione egemonica riallinea il potere intorno a nodi fisici e immateriali — stretti marittimi, cavi sottomarini, semiconduttori, standard tecnologici, piattaforme finanziarie — e trasforma l’interdipendenza in materia d’arma. In un mondo così, l’Europa scopre che essere iper-integrata senza essere pienamente sovrana significa essere esposta.
Infine, c’è la demografia, la grande variabile silenziosa. Senza entrare nei numeri, il punto geopolitico è semplice: le società anziane e stanche sono più riluttanti a pagare i costi, più sensibili alla propaganda, più polarizzabili e quindi meno adatte alla mobilitazione strategica. La coesione è la premessa della politica estera; è la condizione che rende sostenibile la deterrenza, la politica industriale, perfino la continuità diplomatica.
Informazione, percezione, legittimità: la guerra cognitiva come campo europeo
L’Europa, più di altre regioni, è vulnerabile alla guerra informativa perché è pluralista e frammentata. La pluralità è una forza, ma in un’epoca di disinformazione è anche un punto d’ingresso. Se la politica estera diventa una sequenza di scambi transazionali su dossier incrociati, allora la battaglia per definire “che cosa sta accadendo” diventa parte integrante della strategia. La capacità di rappresentare il nemico e la realtà sociale interna è una componente essenziale della potenza: ciò vale a maggior ragione per l’Europa, dove la legittimità delle élite e delle istituzioni è spesso fragile e contestata.
Il risultato è che la politica estera europea non è più soltanto negoziata tra Stati: è anche guerra per il consenso domestico. Ucraina, Gaza, rapporto con Washington, migrazioni: ciascuno di questi dossier divide le società e, di conseguenza, limita la libertà d’azione dei governi. L’instabilità interna deve essere riconciliata con gli obblighi esterni, altrimenti l’Europa diventa imprevedibile e inefficace proprio quando avrebbe bisogno di continuità.
Tre traiettorie possibili: Europa-attore, Europa-spazio, Europa-mosaico
Se consideriamo la cornice di una transizione lunga, con alleanze modulari, in cui l’interdipendenza è un’arma, allora l’Europa può imboccare tre traiettorie.
La prima è l’Europa-attore: un’Unione che riesce, almeno parzialmente, a trasformare l’idea di autonomia strategica in capacità, cioè a costruire un pilastro industriale e militare credibile, senza spezzare l’alleanza atlantica, ma riducendo la dipendenza asimmetrica. È la traiettoria più ambiziosa e anche la più difficile, perché richiede centralizzazione e consenso, le due risorse che mancano quando la politica interna è polarizzata e gli interessi nazionali divergono.
La seconda è l’Europa-spazio: un continente ricco ma frammentato, che resta teatro di competizione tra Stati Uniti, Russia, Cina e potenze regionali, e che gestisce le crisi in modo reattivo, senza costruire profondità strategica. In questa traiettoria, la deterrenza resta in outsourcing e la politica industriale rimane parziale, con il rischio di perdere capacità produttiva e autonomia tecnologica. Non è un caso che, in alcune previsioni geopolitiche al 2040, si ipotizzi persino un’UE che collassa o si riduce a una zona commerciale, e una Germania che scende di rango, mentre la Polonia cresce come potenza regionale. È una lettura estrema, ma segnala la vulnerabilità strutturale di un sistema troppo dipendente dall’export e dalla stabilità esterna.
La terza è l’Europa-mosaico: un continente che non diventa “uno”, ma si organizza in sotto-architetture funzionali. Un pilastro nord-orientale di deterrenza e riarmo; un pilastro mediterraneo di stabilizzazione e controllo delle rotte; un asse franco-tedesco che continua a essere motore economico-istituzionale, ma con legittimità contestata; un Regno Unito che coopera selettivamente come moltiplicatore militare; un’Italia che tenta di diventare un hub marittimo e logistico; una Spagna che presidia la soglia occidentale e la pressione migratoria. È una traiettoria meno elegante, ma forse più compatibile con la realtà europea: non un impero, bensì una geometria variabile.
Chiusura: la potenza europea come problema di forma
Alla fine, la domanda europea non è “se” il continente abbia risorse. Le risorse ci sono: tecnologia, industria, capitale umano, mercato. La domanda è se l’Europa abbia forma, cioè la capacità di gestire le risorse. E la forma dipende da qualcosa che la geopolitica non può ignorare: la coesione interna.
Nell’interregno, la coesione non è una virtù morale: è una risorsa strategica. Senza coesione, il riarmo resta una questione di contabilità; senza coesione, la politica industriale rimane frammentata; senza coesione, la deterrenza resta outsourcing; senza coesione, l’Europa resta uno spazio. Con una coesione almeno sufficiente — non unanimità, ma consenso minimo sui pericoli e sui fini — l’Europa può diventare, se non un impero, almeno un attore capace di scegliere. E oggi, scegliere è già una forma di potenza.









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