Parte I – Dalla sicurezza alla hybris geopolitica: imperativi strategici e conflitti esterni
1. Prologo: la guerra di Gaza e le sue origini
L’idea che Israele stia combattendo in Gaza “solo” per liberare gli ostaggi o per “distruggere Hamas” è, a questo punto del conflitto, un paradigma troppo ristretto per comprendere il significato complessivo delle mosse militari e diplomatiche israeliane. Inserita nel lungo ciclo storico che parte dal 1948, si consolida nel 1967 e si ridefinisce dopo il 1973, la guerra di Gaza diventa il momento più recente di un processo più profondo: la lotta pluridecennale di Israele per plasmare un ordine regionale compatibile con la propria sopravvivenza e prosperità in un Medio Oriente frantumato. La domanda cruciale è: quale Medio Oriente sta cercando di costruire Israele attraverso una guerra su sette fronti e attraverso le sue scelte degli ultimi decenni? Quale ordine regionale sta cercando di imporre per sopravvivere e prosperare in un’Asia Minore in pezzi, che lo stesso Stato ebraico contribuisce a frammentare?
Questo saggio assume intenzionalmente una chiave interpretativa forte e controversa: ciò che osserviamo oggi non è soltanto una reazione a un attacco terroristico, ma un tentativo – consapevole o emergente – di perseguire quattro grandi obiettivi strategici di lungo periodo, radicati tanto nella storia del sionismo quanto nella sua dottrina di sicurezza. Il primo obiettivo riguarda la demografia: ridurre drasticamente, se non neutralizzare, la presenza palestinese negli spazi che Israele considera vitali – Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme – per preservare una solida maggioranza ebraica di almeno l’80%. Il secondo riguarda lo spazio: conferire maggiore profondità strategica allo Stato ebraico, consolidando e ampliando il controllo su territori contesi, dalle alture del Golan fino a quelle della Cisgiordania, fino ai margini del Libano e all’interno della Siria. Il terzo obiettivo punta a spezzare i vicini potenzialmente ostili – Iran, Siria, Libano, Iraq, Egitto, Giordania, oltre che la Cisgiordania e la stessa Gaza – frammentandoli, logorandoli o impedendo che costituiscano un fronte coordinato capace di minacciare Israele. Il quarto, infine, consiste nel mantenere e rafforzare la dipendenza dagli Stati Uniti, assicurandosi un flusso costante di aiuti militari, copertura diplomatica e sincronizzazione strategica, anche quando ciò comporta tensioni con parti dell’establishment americano o con i suoi interessi globali.
Questi quattro obiettivi non compaiono in alcun documento ufficiale, né potrebbero farlo: sono il risultato di imperativi e vincoli geopolitici e all’incrocio tra prassi militare, dottrina strategica, evoluzione politico-religiosa interna e gestione della relazione privilegiata con Washington. L’osservazione diacronica delle politiche adottate negli ultimi settantacinque anni rivela un filo rosso coerente: ogni grande guerra, ogni accordo diplomatico, ogni riforma interna è stata interpretata e rielaborata all’interno di questo schema. La guerra di Gaza, con il suo carattere totale e prolungato, ne rappresenta l’episodio più visibile e brutale, ma non una deviazione.
In questa cornice, ciò che segue non è una storia lineare né una condanna morale, bensì un tentativo di leggere Israele come attore geopolitico complesso, attraversato da imperativi strutturali, vincoli materiali e tensioni interne che plasmano il suo modo di fare guerra e di pensare il territorio. La “sicurezza” israeliana – termine onnipresente nel discorso pubblico della nazione – appare così non come un fine neutrale, bensì come un concetto strategico, carico di interessi, paure, ambizioni e visioni del mondo divergenti. Comprenderla significa entrare nel laboratorio geopolitico più denso del Medio Oriente.
2. Dalla Nakba a Gaza: demografia, guerra e la logica della “soluzione etnica”
Fin dalla nascita dello Stato nel 1948, la questione demografica si impone come l’asse strutturale attorno al quale ruota l’intero progetto sionista. Israele nasce come Stato ebraico in un territorio abitato in larga parte da arabi palestinesi, e il suo establishment politico-militare comprende fin da subito che l’equilibrio numerico rappresenta, più ancora dei confini, la condizione della sopravvivenza nazionale. La guerra del 1948 produce ciò che i palestinesi chiamano Nakba, la “catastrofe”: tra 700.000 e 800.000 palestinesi muoiono, vengono espulsi o fuggono da città e villaggi successivamente incorporati nello Stato ebraico. Storici come Ilan Pappé parlano apertamente di un progetto di pulizia etnica; altri, come Benny Morris, pur contestando questa lettura, riconoscono tuttavia che le espulsioni e la distruzione sistematica di villaggi risposero a logiche funzionali alla costruzione di uno Stato con una solida maggioranza ebraica.
La guerra del 1967 completa il quadro strategico: Israele occupa Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza, il Sinai e il Golan, ritrovandosi improvvisamente padrone di territori densamente popolati da palestinesi. Nonostante le 200.000/300.000 nuove morti, espulsioni e fughe dei palestinesi, da quel momento in avanti il paese si confronta con un dilemma permanente: integrare questi territori senza concedere ai palestinesi pieni diritti politici rischia di trasformare lo Stato ebraico in un regime di apartheid; annettere questi territori riconoscendo ai loro abitanti la cittadinanza, invece, mette a rischio la maggioranza ebraica. È in questo vicolo cieco che nasce la lunga stagione di “soluzioni transitorie”, destinate a diventare permanenti: occupazione militare, amministrazione ibrida, colonie, autonomie limitate, un’Autorità palestinese priva di reale sovranità e continuamente esposta al controllo israeliano.
La guerra scoppiata dopo il 7 ottobre 2023 porta questa logica al suo massimo storico. Le stime parlano di oltre 100.000 palestinesi uccisi, espulsi o fuggiti da Gaza. I quartieri interni sono stati rasi al suolo, le infrastrutture civili distrutte e la popolazione spinta progressivamente verso il sud della Striscia e verso il Sinai, mentre circolano documenti riservati e dichiarazioni pubbliche di membri del governo israeliano che evocano apertamente la possibilità di “ricollocare” parte dei gazawi all’estero: in Egitto, in Cisgiordania e persino in Africa.
La logica demografica che emerge è esplicita nella sua brutalità: meno palestinesi nei territori sotto controllo israeliano significa meno rischio di perdere la maggioranza, più spazio per future annessioni, maggiore facilità di dominare lo spazio fisico. In passato, parti dell’élite israeliana hanno sperato in un esodo di massa verso l’Egitto e la Giordania; ma questa opzione si è sempre scontrata con il rifiuto dei paesi arabi confinanti – timorosi di essere accusati di aver abbandonato la causa palestinese – e con la determinazione dei palestinesi stessi a non abbandonare definitivamente la propria terra.
In questa prospettiva, la guerra su Gaza appare come il terzo grande tentativo, dopo il 1948 e il 1967, di riscrivere l’equilibrio demografico della regione a favore di Israele. Non attraverso un piano centralizzato di sterminio – qualcosa che nessun governo potrebbe rivendicare apertamente – ma mediante una combinazione di bombardamenti massicci, assedio, distruzione delle infrastrutture civili e condizioni di vita così estreme da spingere alla fuga permanente quanti più palestinesi possibile. La fame stessa diventa uno strumento strategico: secondo l’ONU e l’IPC (Integrated Food Security Phase Classification), l’intera popolazione della Striscia si trova in condizioni di crisi acuta o di sopravvivenza, con carestie localizzate.
Il calcolo di fondo è cinico ma coerente con decenni di impostazione strategica: se nel lungo periodo la popolazione palestinese residente tra il Mediterraneo e il Giordano diminuisce – per morti, esodi, mancati ritorni – la questione demografica che assilla Israele fin dalla sua nascita viene “risolta” de facto. Gaza diventa così non solo un campo di battaglia, ma anche la scena in cui si manifesta con la massima trasparenza la logica profonda che da settantacinque anni accompagna la storia dello Stato ebraico.
3. Grande Israele e profondità strategica
Il secondo grande asse strategico riguarda lo spazio fisico dello Stato ebraico, ossia la sua capacità di difendersi in un territorio estremamente compresso e vulnerabile. Israele, nella sua configurazione pre-1967, è un paese piccolo e stretto, al punto da essere quasi indifendibile sul piano convenzionale: in alcuni tratti, la distanza tra il Mediterraneo e la Linea Verde è di circa 15 km. La distanza tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, in linea d’aria, è inferiore ai 100 chilometri. È una profondità strategica minima, tale da consentire, almeno in teoria, a una penetrazione dalla Cisgiordania di dividere il paese in due. Non sorprende, dunque, che la mancanza di profondità territoriale sia stata, sin dalla fondazione dello Stato, una delle ossessioni principali dei vertici militari israeliani.
Le guerre del 1967 e del 1973 sembrano inizialmente offrire una risposta a tale vulnerabilità: l’occupazione del Sinai crea una vasta zona cuscinetto nei confronti dell’Egitto, quella del Golan fornisce una barriera naturale contro la Siria, mentre la presa della Cisgiordania sposta la linea del fronte oltre le alture che dominano la valle del Giordano. Gli Accordi di Camp David e la restituzione del Sinai all’Egitto in cambio della pace riducono nuovamente la profondità strategica sul fronte sud e lasciano intatti i dilemmi a nord e a est, dove i territori contesi diventano progressivamente l’arena di una battaglia politica, ideologica e demografica destinata a durare decenni.
Con il passare del tempo, una parte dell’establishment israeliano – in particolare la destra nazional-religiosa e i settori più radicali – elabora una visione territoriale che va oltre le linee del 1967 e si ispira a un’idea di Eretz Israel HaShlema, la “Grande Israele”. È una visione che intreccia riferimenti biblici, memoria storica e calcolo strategico, e che vede Gaza, la Cisgiordania, il Golan, parte del sud del Libano e, nei suoi scenari più estesi, segmenti del territorio siriano fino a Damasco come spazi imprescindibili per garantire frontiere “difendibili”. L’argomento, nella sua essenza, si fonda su un principio militare: solo confini ancorati a barriere naturali – alture, deserti, fiumi – possono allontanare la minaccia dai centri urbani israeliani e ridurre il rischio di una guerra convenzionale su larga scala.
Negli ultimi decenni, questa impostazione territoriale ha trovato molteplici traduzioni concrete. L’annessione de facto della Cisgiordania attraverso la proliferazione e l’espansione delle colonie, sostenuta da una rete infrastrutturale che integra sempre più profondamente i territori occupati nello spazio economico e civico israeliano, rappresenta il passo più visibile. A ciò si aggiunge l’annessione de jure del Golan, sancita nel 1981 e riconosciuta unilateralmente dagli Stati Uniti nel 2019, un atto che, pur contestato dalla comunità internazionale, consacra nella pratica il controllo israeliano dell’altopiano.
Parallelamente, i governi israeliani hanno periodicamente avanzato l’idea di istituire zone cuscinetto permanenti nel sud del Libano e nella Siria meridionale, giustificate dalla necessità di tenere Hezbollah e le milizie filo-iraniane a distanza di sicurezza dal confine, richiamando il concetto storico-politico di Lebensraum, “spazio vitale”. L’utilizzo di questo termine non è neutro e, per Israele, evidenzia una necessità sostanziale: la sicurezza della collettività nazionale richiede l’estensione del proprio controllo territoriale ben oltre i confini originari.
Tuttavia, anche uno scenario di Grande Israele non elimina del tutto la vulnerabilità strategica del paese. Se la maggiore profondità territoriale attenua il rischio di un’invasione convenzionale, essa non può neutralizzare le minacce dei conflitti asimmetrici, dei razzi, dei droni e delle milizie non statali che operano ai margini o all’interno dei territori contesi. Né può risolvere il dilemma politico di fondo: un ampliamento territoriale comporta inevitabilmente la gestione di una popolazione palestinese numerosa, ostile e priva di diritti politici, con costi economici, morali e diplomatici difficili da sostenere nel lungo periodo.
È in questa tensione tra ambizione espansiva e vulnerabilità strutturale che si colloca il cuore del secondo obiettivo strategico israeliano. La ricerca di profondità strategica è molto più di una questione militare: è la proiezione territoriale di una paura storica, la risposta a un senso di precarietà identitaria e, allo stesso tempo, la manifestazione più evidente della hybris geopolitica che accompagna, da decenni, il progetto nazionale israeliano.
4. Spezzare i vicini: dalla “dottrina delle periferie” alla guerra a pezzi
Fin dagli anni Cinquanta, la leadership israeliana comprende che la propria sopravvivenza non dipende solo dal rapporto di forza diretto con i vicini arabi, ma anche dalla capacità di costruire una cintura di alleanze che rompa l’accerchiamento regionale. Nasce così quella che viene definita “dottrina delle periferie”: un disegno strategico che mira ad aggirare il fronte arabo sunnita, cercando intese con potenze non arabe – la Turchia, l’Iran pre-rivoluzionario, l’Etiopia – e con minoranze etniche e religiose, dai curdi ai maroniti libanesi fino ai drusi, nella speranza di indebolire dall’esterno la coesione dei Paesi ostili. Questa linea, associata al nome di Ben-Gurion, non è soltanto una manovra diplomatica: è il tentativo di spezzare l’unità del mondo arabo attorno alla questione palestinese e di trasformare il Medio Oriente in un sistema di equilibri multipli, in cui nessuna coalizione ostile sia in grado di schiacciare Israele.
Con l’inizio del XXI secolo e il collasso di diversi stati mediorientali, questa logica assume una forma nuova, più cinica e rischiosa. Non si tratta più soltanto di allearsi con le “periferie” per contenere il cuore arabo, ma di contribuire, attivamente o per omissione, alla disgregazione dei vicini potenzialmente pericolosi, in particolare Siria e Iran, e di mantenere in una condizione di debolezza cronica altri attori come l’Iraq, il Libano, l’Egitto, la Giordania, oltre che la Cisgiordania e Gaza. La guerra in Siria, iniziata nel 2011, diventa uno dei laboratori più evidenti di questa strategia: Israele conduce una campagna di attacchi aerei a bassa intensità contro basi iraniane, depositi di armi, infrastrutture militari e convogli diretti a Hezbollah, perseguendo un obiettivo duplice e apparentemente paradossale. Da un lato, impedire che Teheran consolidi un corridoio terrestre continuo verso il Mediterraneo; dall’altro, frantumare il regime di Assad evitando che crolli del tutto e lasci spazio a scenari incontrollabili o a un’eventuale ricomposizione statale ostile.
Con l’Iran, la logica è ancora più esplicita. La Repubblica Islamica viene percepita come il nemico esistenziale per eccellenza: il suo programma nucleare, la rete di milizie alleate — Hezbollah, Hamas, Jihad islamica, gruppi sciiti in Iraq, Houthi in Yemen — e il discorso ufficiale di delegittimazione di Israele vengono letti come i tasselli di una minaccia sistemica a lungo termine. Di qui l’influenza e l’appoggio convinto alla politica di “massima pressione” degli Stati Uniti, fatta di sanzioni, sabotaggi, attacchi informatici, assassinii mirati di scienziati e comandanti, e di un lavoro diplomatico costante per impedire il ritorno al JCPOA o a accordi nucleari che possano allentare la pressione su Teheran. “Spezzare i vicini”, in questo quadro, non significa solo distruggere le capacità militari convenzionali, ma anche bloccare lo sviluppo economico e tecnologico, favorire le fratture interne, sostenere – direttamente o indirettamente – attori sub-statali che erodono la coesione degli Stati.
Il risultato è un Medio Oriente sempre più “a pezzi”, segnato da stati balcanizzati e fragili: una Siria divisa, attraversata da milizie e influenze esterne; un Iraq instabile, sospeso tra la frammentazione etnico-settaria e la dipendenza da potenze straniere; un Libano ostaggio della competizione permanente tra Hezbollah, fazioni interne e attori regionali; una Gaza ridotta a un territorio devastato e quasi inabitabile. Dal punto di vista dell’establishment israeliano, questo scenario, per quanto volatile, è preferibile a quello di un fronte arabo o islamico forte e coordinato: un mosaico di Stati deboli e di entità non statali, pur generando rischi continui, limita la possibilità di una guerra convenzionale su larga scala contro Israele.
La controindicazione, tuttavia, è evidente. Un Medio Oriente cronicamente destabilizzato produce flussi di profughi, radicalizzazione jihadista, economie allo sbando, criminalità transnazionale e, nel lungo periodo, alimenta proprio quel ciclo di ostilità e di violenza non convenzionale che lo Stato ebraico vorrebbe contenere. La “guerra a pezzi” contro i vicini finisce così per trasformare la regione in un arco di instabilità permanente, in cui nessuno – Israele incluso – può realmente sentirsi al riparo.
5. L’alleanza strutturale con gli Stati Uniti e la lobby
Il quarto obiettivo, forse il più decisivo nel medio e lungo periodo, riguarda la saldatura strutturale tra Israele e gli Stati Uniti. A partire dalla guerra del 1967 e, in modo ancora più netto, dopo il ponte aereo del 1973, Washington individua nello Stato ebraico un asset strategico nella competizione globale con l’Unione Sovietica e i suoi alleati arabi. Nel corso dei decenni, questa relazione privilegiata evolve da una partnership flessibile a una forma di alleanza quasi incondizionata, nella quale gli interessi di Israele penetrano profondamente nel dibattito interno americano e nella definizione delle priorità della politica estera degli Stati Uniti.
Oggi questa alleanza si traduce in numeri e dispositivi ben definiti. Il Memorandum of Understanding decennale 2019–2028 prevede 3,8 miliardi di dollari all’anno in aiuti militari statunitensi a Israele, il più grande pacchetto di questo tipo mai concesso a un singolo paese. A ciò si aggiungono programmi di cooperazione tecnologica avanzata, scambi di intelligence, sostegno finanziario e operativo ai sistemi antimissile come Iron Dome e David’s Sling, oltre a una protezione diplomatica pressoché costante in sede ONU, con l’uso ripetuto del veto americano per bloccare risoluzioni critiche nei confronti di Israele.
La presidenza di Trump rappresenta, in questo quadro, un’accelerazione senza precedenti di un processo in corso da decenni. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv nel 2018 rompono con decenni di prassi diplomatica statunitense e di consenso internazionale. L’anno successivo, Washington riconosce la sovranità israeliana sul Golan, legittimando de facto un’annessione contestata dal diritto internazionale. Parallelamente, gli Stati Uniti escono dal JCPOA, rilanciano le sanzioni contro l’Iran e promuovono gli Accordi di Abramo, normalizzando i rapporti di Israele con gli Emirati, il Bahrein e il Marocco e aprendo un canale con il Sudan. Il messaggio implicito è chiaro: le esigenze di sicurezza e di proiezione regionale dello Stato ebraico diventano un perno della strategia americana in Medio Oriente.
Questo livello di sostegno non deriva soltanto dall’allineamento degli interessi strategici. È anche il prodotto dell’azione di una costellazione di attori definita “Israel lobby”: un insieme di organizzazioni come AIPAC, gruppi evangelici sionisti, think tank, reti di donatori e opinion leader che lavorano per consolidare un orientamento filoisraeliano trasversale ai due grandi partiti americani. Il tema è controverso, ma alcuni indicatori difficilmente contestabili lo rendono evidente: il Congresso approva quasi all’unanimità risoluzioni di sostegno a Israele anche nei momenti di massima contestazione internazionale; qualsiasi tentativo di un’amministrazione di vincolare gli aiuti militari a richieste politiche concrete (sull’espansione delle colonie, sulla ripresa dei negoziati di pace) incontra una resistenza fortissima a livello parlamentare e mediatico; figure chiave della politica estera di entrambi gli schieramenti mantengono legami stretti con organizzazioni pro-Israele e con finanziatori per i quali la difesa dello Stato ebraico rappresenta una priorità assoluta.
Dal punto di vista israeliano, l’obiettivo è trasparente: assicurarsi che, qualunque cosa accada sul terreno o nel dibattito internazionale, gli Stati Uniti non prendano mai le distanze in modo sostanziale. Anche quando l’opinione pubblica americana si sposta – come sta avvenendo tra i giovani e i progressisti, sempre più critici verso la guerra a Gaza e le politiche di occupazione – il livello istituzionale rimane saldamente filoisraeliano. È questo scarto tra il discorso pubblico e la continuità delle scelte strategiche che alimenta la domanda, al centro delle riflessioni di John Mearsheimer e di altri politologi realisti, sulla compatibilità di lungo periodo tra l’alleanza con Israele e l’interesse nazionale americano. L’America, impegnata nella competizione con la Cina, bisognosa di concentrare risorse sull’Indo-Pacifico e sulla sfida tecnologica globale, continua a investire capitale politico e militare per coprire Israele, assumendosi costi reputazionali e rischi di escalation che molti analisti considerano sempre meno sostenibili.
In questo senso, l’alleanza strutturale con gli Stati Uniti è, per Israele, allo stesso tempo scudo e vincolo: garantisce la sopravvivenza in un ambiente ostile, ma espone anche lo Stato ebraico alla tentazione di spingersi oltre i limiti imposti dal sistema internazionale, confidando che Washington ne assorbirà le conseguenze. È uno dei nodi centrali della sua hybris geopolitica.
6. Trump, Biden e la continuità di fondo
La sequenza Trump–Biden rivela con particolare chiarezza una delle caratteristiche strutturali del rapporto tra Stati Uniti e Israele: al di là delle differenze di stile, di linguaggio e di priorità dichiarate, la linea di fondo rimane sorprendentemente stabile. La prima amministrazione Trump porta questa continuità al suo estremo, trasformandola in un sostegno quasi incondizionato e in una ridefinizione simbolica dell’intera cornice diplomatica. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale indivisa di Israele, lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv, il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, l’uscita dal JCPOA e la campagna di “massima pressione” contro l’Iran, gli Accordi di Abramo: ognuna di queste mosse segna un punto di rottura con la retorica precedente, ma non con il nucleo duro della strategia statunitense in Medio Oriente, che continua a vedere in Israele, allos tesso tempo, un perno dell’architettura regionale e un “proxy” degli Stati Uniti.
L’amministrazione Biden si insedia promettendo un riequilibrio: ritorno a un linguaggio multilaterale, tentativo di riaprire il dossier nucleare iraniano, maggiore attenzione formale alla “soluzione dei due Stati” e ai diritti umani. Sul piano simbolico, la Casa Bianca cerca di ripristinare una certa distanza dagli eccessi unilaterali della stagione Trump. Si parla di “misure per contenere l’espansione delle colonie”, di “condizionare gli aiuti” al rispetto di alcune linee rosse, di ricucire il rapporto con l’Autorità Nazionale Palestinese.
Nella pratica, però, le discontinuità restano parziali. Gli obiettivi strategici – contenere l’Iran, preservare la superiorità militare qualitativa di Israele, mantenere in vita gli Accordi di Abramo come architrave della nuova coalizione regionale, garantire la sicurezza energetica e la libertà di navigazione – non vengono messi in discussione. La stessa idea di “due Stati” sopravvive più come formula retorica che come progetto politico operativo: nessun grande piano viene rilanciato, nessun passo irreversibile viene imposto su colonie, confini, status di Gerusalemme.
La guerra, esplosa dopo il 7 ottobre 2023, mette a nudo questa ambivalenza. Da un lato, Washington esprime “preoccupazione” per l’uso sproporzionato della forza, richiama Israele al rispetto del diritto internazionale umanitario, sostiene iniziative di tregua temporanea. Dall’altro, continua a garantire flussi di armi, copertura diplomatica in sede ONU, coordinamento militare e di intelligence, e rifiuta sistematicamente di legare in modo credibile gli aiuti a cambiamenti concreti sul terreno, in particolare sulla gestione di Gaza e sull’espansione coloniale in Cisgiordania.
La differenza tra Trump e Biden diventa così, in larga misura, una questione di registro e di gestione, più che di sostanza strategica. Trump rende visibile e brutale una logica di lungo periodo; Biden la riveste di un linguaggio liberal-internazionalista, promettendo controlli e condizionalità che raramente si traducono in scelte vincolanti. Dal punto di vista israeliano, questa continuità è un asset di valore incalcolabile: significa che, al netto delle alternanze a Washington, la struttura di sostegno politico, militare ed economico rimane intatta. Il compito delle élite israeliane diventa, allora, quello di sfruttare le fasi di massima convergenza (come la presidenza Trump) per consolidare i fatti compiuti e gestire le fasi più prudenti (come la presidenza Biden), evitando che si traducano in un vero disimpegno americano.
7. Gli Stati arabi: tra causa palestinese e ragion di Stato
Per comprendere l’attuale posizione di Israele nel sistema regionale, è indispensabile osservare la traiettoria dei Paesi arabi. Dalla stagione pan-arabista di Nasser alla svolta neoliberale e securitaria degli anni Ottanta e Novanta, gli Stati arabi hanno progressivamente trasformato la questione palestinese da asse centrale di legittimazione politica a variabile da gestire in funzione di priorità interne: stabilità del regime, crescita economica, rapporti con Washington, contenimento dell’Iran e dei movimenti islamisti.
La guerra del Kippur del 1973 rappresenta, in questo senso, uno spartiacque. L’Egitto di Sadat utilizza il conflitto per migliorare la propria posizione negoziale e, pochi anni dopo, firma la pace separata di Camp David, ottenendo in cambio la restituzione del Sinai e un flusso costante di aiuti americani. Negli anni successivi, la retorica ufficiale di sostegno alla causa palestinese si mantiene, ma la pratica diplomatica privilegia la sopravvivenza dei regimi e la collocazione nel campo occidentale. La guerra Iran-Iraq, l’invasione del Kuwait, le guerre del Golfo e poi le Primavere arabe riconfigurano profondamente il quadro: la minaccia percepita non è più Israele, ma l’instabilità interna, la pressione delle masse, il terrorismo jihadista, l’ascesa regionale dell’Iran.
Gli Accordi di Abramo del 2020 rendono esplicito questo scarto. Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzano i rapporti con Israele senza ottenere una soluzione sostanziale alla questione palestinese, accontentandosi di vaghi richiami a futuri negoziati. In cambio, ottengono vantaggi economici, tecnologici e militari, oltre a un ulteriore consolidamento della loro relazione con Washington. L’Arabia Saudita, pur mantenendo formalmente la posizione storica sul piano di pace arabo del 2002 (confermata nel 2007 e nel 2017), esplora a sua volta una normalizzazione condizionata, legando la questione palestinese a un pacchetto più ampio che includa garanzie di sicurezza e di cooperazione nucleare civile con gli Stati Uniti.
La guerra di Gaza, successiva al 7 ottobre 2023, riapre una faglia pericolosa tra i regimi e le opinioni pubbliche arabe. Le immagini di distruzione totale, le migliaia di morti civili, le accuse di crimini di guerra e di pulizia etnica alimentano ondate di protesta in Giordania, in Egitto, in Marocco, in Tunisia e nelle monarchie del Golfo. I governi si ritrovano costretti a prendere posizioni più dure sul piano retorico – richieste di cessate il fuoco, condanna delle operazioni israeliane, minacce più o meno credibili di sospendere la cooperazione – senza tuttavia mettere in discussione i cardini della loro politica di sicurezza e di alleanza con gli Stati Uniti.
Per Israele, questo doppio livello arabo – una ragione di Stato che privilegia la stabilità dei regimi e la cooperazione securitaria, e una base sociale profondamente ostile – è al tempo stesso una risorsa e una minaccia. È una risorsa perché riduce la probabilità di una coalizione militare araba compatta come nel 1948, nel 1967 o nel 1973; è una minaccia perché la crescente distanza tra governi e opinioni pubbliche alimenta la fragilità interna dei regimi, aumentando il rischio di esplosioni improvvise, rivolte e radicalizzazioni che potrebbero sfociare in forme di conflitto meno controllabili.
Nel medio periodo, il destino di Israele è legato anche a questa tensione: quanto più i regimi arabi saranno percepiti come complici silenziosi della devastazione di Gaza e della perpetuazione dello status quo, tanto più sarà probabile che movimenti islamisti, forze anti-sistema o nuove élite post-autoritarie si presentino come portavoce di una rottura radicale, con effetti imprevedibili sull’intero ordine regionale.
8. Gaza, Cisgiordania e il “Piano di Pace” di Trump: neo-colonialismo e accantonamento
Il cosiddetto Deal of the Century, presentato dall’amministrazione Trump nel 2020, rappresenta il tentativo più esplicito negli ultimi decenni di cristallizzare, su base giuridico-diplomatica, un assetto de facto consolidatosi sul terreno. Dietro il linguaggio della “pace” e della “prosperità” si nasconde una logica profondamente neo-coloniale: frammentare ulteriormente i territori palestinesi, ridurre la loro continuità geografica, trasformare l’Autorità Nazionale Palestinese in una struttura amministrativa subordinata, garantire a Israele il controllo permanente delle frontiere, dello spazio aereo, delle risorse idriche e dei principali nodi infrastrutturali.
La cartografia del piano – con la Cisgiordania ridotta a un arcipelago di cantoni collegati da corridoi sotto il controllo israeliano e Gaza subordinata a condizioni di smilitarizzazione irrealistiche – rende visibile questa logica. La “soluzione dei due Stati” viene svuotata dall’interno: lo Stato palestinese previsto dal piano è privo di reali attributi di sovranità, non controlla i propri confini, non dispone di un esercito, non ha piena competenza sulle risorse strategiche, e per sopravvivere dipende da un misto di aiuti internazionali, investimenti condizionati e buona volontà israeliana.
Paradossalmente, il Deal of the Century non coincide interamente con i desiderata della destra nazional-religiosa israeliana, che avrebbe preferito un’annessione ancora più ampia della Cisgiordania senza alcun riconoscimento, nemmeno simbolico, di uno Stato palestinese. Tuttavia, sul piano politico, il piano serve perfettamente i suoi interessi: legittima l’annessione dei grandi blocchi di insediamenti, consolida il controllo israeliano sulla valle del Giordano e sposta l’asse del dibattito internazionale dalla fine dell’occupazione alla “gestione” di una semi-autonomia palestinese. In questo senso, il piano Trump del 2020 non è tanto un progetto destinato a essere attuato alla lettera, quanto un dispositivo discorsivo per archiviare definitivamente il paradigma di Oslo e normalizzare un regime di occupazione permanente, mascherato da un processo di pace.
La reazione palestinese, prevedibilmente, è di rigetto totale. Per l’Autorità Nazionale Palestinese, accettare il piano significherebbe sancire la propria trasformazione definitiva in una struttura ausiliaria dell’occupazione; per Hamas, il rifiuto radicale diventa l’occasione per presentarsi come unico difensore della causa palestinese. Gli Stati arabi, dal loro canto, oscillano tra la condanna retorica e il pragmatismo, evitando di scontrarsi frontalmente con Washington ma rifiutando di concedere al piano la certificazione di legittimità che avrebbe reso più agevole la sua attuazione.
Dopo il 7 ottobre 2023 e la devastazione di Gaza, il Deal of the Century appare come il reperto di un’altra epoca, ma il suo lascito è ancora visibile: ha contribuito a spostare definitivamente il baricentro del discorso internazionale dalla costruzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano alla gestione di entità politiche palestinesi depotenziate, inserite in un ordine regionale che assume come dato di fatto la supremazia israeliana.
9. Il nuovo piano di Trump del 2025: un ordine post-Oslo basato sulla supremazia di Israele
Quando Donald Trump torna alla Casa Bianca nel gennaio 2025, il Medio Oriente è un sistema profondamente trasformato rispetto al 2020: Gaza è stata devastata da mesi di guerra totale, l’Autorità Nazionale Palestinese ha perso ulteriore legittimità, l’Iran è sottoposto a nuove ondate di sanzioni e sabotaggi, gli Accordi di Abramo sono sopravvissuti alla prova di Gaza, ma ne sono usciti politicamente logorati, e l’opinione pubblica globale è molto più polarizzata sulla questione israelo-palestinese.
In questo contesto, il nuovo piano di Trump sul Medio Oriente – presentato come aggiornamento del Deal of the Century alla “nuova realtà post-Gaza” – abbandona anche gli ultimi residui della logica di mediazione. Non si tratta più di proporre un compromesso, per quanto sbilanciato; si tratta di codificare un ordine regionale fondato sulla supremazia strutturale di Israele, imponendo ai palestinesi e agli Stati arabi l’accettazione di un fatto compiuto.
Il cuore del piano è la sostituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese con una nuova entità, la Palestinian Governance Authority (PGA), formalmente autonoma ma sostanzialmente subordinata a Israele e al consorzio di potenze sponsor (Stati Uniti, alcune monarchie del Golfo, Turchia e eventualmente l’Unione Europea). La PGA non nasce da elezioni libere, ma da un processo di selezione controllato, che privilegia élite considerate “responsabili” e “cooperative”. Il suo mandato è amministrare servizi, gestire la quotidianità e garantire la sicurezza interna, mentre le questioni strategiche – confini, difesa, risorse – restano nelle mani di Israele e dei suoi alleati.
Parallelamente, il piano legalizza ciò che sul terreno è già realtà: l’annessione dei grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania, il controllo permanente della valle del Giordano, la separazione funzionale tra Gaza e Cisgiordania. Per Gaza, si prospetta una “ricostruzione condizionata” sotto la supervisione di un consorzio internazionale, con un coinvolgimento significativo dell’Egitto e del Qatar, ma senza porre fine al controllo israeliano dello spazio aereo, delle acque territoriali e dei confini esterni.
Un altro pilastro è il tentativo di stipulare un mega-accordo regionale che rilanci la normalizzazione araba con Israele in cambio di un pacchetto di incentivi economici, di garanzie di sicurezza estese dagli Stati Uniti (soprattutto per l’Arabia Saudita) e di una vaga roadmap per ulteriori concessioni simboliche ai palestinesi. L’idea è chiara: integrare lo Stato ebraico nel tessuto politico ed economico mediorientale, consolidarne il ruolo di potenza tecnologica e militare e confinare la questione palestinese in un quadro amministrativo controllato.
La reazione israeliana al piano è ambivalente. Netanyahu e buona parte della destra lo sostengono per ragioni tattiche – è un’ulteriore legittimazione internazionale della loro linea – ma una parte del campo ultranazionalista lo considera ancora troppo generoso nei confronti dei palestinesi, a causa del mantenimento, almeno formale, di un’entità politica palestinese. Nel campo centrista e moderato, alcuni vedono nel piano un’occasione per stabilizzare l’ordine regionale e ottenere concessioni arabe, altri temono che la codificazione di un regime di supremazia permanente cristallizzi la deriva anti-democratica interna e isoli Israele sul piano internazionale.
Sul piano geopolitico più ampio, il nuovo piano di Trump equivale alla certificazione della fine del paradigma di Oslo e alla consacrazione di un ordine post-Oslo fondato su quattro elementi: frammentazione territoriale palestinese, supremazia militare israeliana, integrazione economica selettiva nel mondo arabo, dipendenza strutturale dalla protezione americana. È un ordine intrinsecamente instabile, pensato per essere difficilmente reversibile.
10. Quattro obiettivi, un’unica matrice
Se riportiamo l’analisi alle quattro linee guida iniziali – demografia, profondità strategica, spezzare i vicini, alleanza americana – il mosaico si ricompone con chiarezza. La gestione di Gaza e della Cisgiordania, i piani di pace di Trump, la posizione degli Stati arabi, la continuità Trump–Biden non sono episodi isolati, ma varianti di una stessa matrice strategica.
Il primo asse, demografico, mira a ridurre la presenza palestinese negli spazi che Israele ritiene vitali e a impedirne la trasformazione in una soggettività politica collettiva dotata di mezzi e di legittimità internazionale. Che si tratti della Nakba del 1948, dell’occupazione del 1967, della gestione dell’assedio a Gaza o delle proposte di “ricollocamento” dei gazawi, il filo conduttore è lo stesso: diminuire il numero dei palestinesi effettivamente presenti tra il Mediterraneo e il Giordano e svuotare di contenuto politico il loro status.
Il secondo asse riguarda il progetto di Grande Israele e la ricerca di una profondità strategica che vada oltre i confini del 1948 o del 1967. L’espansione degli insediamenti, l’annessione del Golan, il controllo della valle del Giordano, la creazione di zone cuscinetto nel sud del Libano e in Siria meridionale rispondono a un medesimo imperativo: allontanare il più possibile la linea del fronte dai centri urbani israeliani, ancorando i confini a barriere naturali difficilmente superabili.
Il terzo asse è la produzione di un ambiente regionale frammentato, in cui nessuno Stato, da solo o in coalizione, possa costituire una minaccia esistenziale. Dalla dottrina delle periferie al sostegno, implicito o esplicito, a politiche che indeboliscono Siria, Iraq, Libano e Iran, l’obiettivo è impedire la nascita di un fronte coordinato anti-israeliano. Il prezzo è un Medio Oriente cronicamente destabilizzato, in cui la “guerra a pezzi” alimenta anche i rischi per la sicurezza di Israele.
Il quarto asse è l’alleanza strutturale con gli Stati Uniti, intesa non come semplice cooperazione ma come pilastro non negoziabile della strategia nazionale. Gli aiuti militari, la copertura diplomatica, la cooperazione tecnologica, l’azione delle reti di lobby e di influenza servono a blindare questa relazione, rendendo politicamente costoso per qualsiasi amministrazione americana rompere con Israele.
Questa matrice non esaurisce il pluralismo del dibattito interno israeliano, né cancella le contraddizioni e i conflitti tra le sue diverse “Israele”. Ma offre una chiave per leggere la coerenza di lungo periodo delle sue scelte strategiche: ridurre i palestinesi, ampliare lo spazio controllato, indebolire i vicini, tenersi stretti gli Stati Uniti.
11. Scenari: verso quale Israele?
A partire da questa matrice, è possibile delineare almeno tre scenari a medio termine che non esauriscono il ventaglio delle possibilità, ma aiutano a organizzare l’analisi.
Il primo scenario è quello della vittoria strategica israeliana nel quadro dell’attuale paradigma. Israele riesce a consolidare il controllo su Gaza e sulla Cisgiordania, magari attraverso entità amministrative palestinesi depotenziate (come la PGA), mantiene il monopolio della forza, stabilizza una normalizzazione selettiva con parte del mondo arabo e preserva la protezione americana. In questo scenario, la “soluzione” del conflitto è de facto, non de iure: i palestinesi restano privi di uno Stato sovrano, confinati in spazi frammentati e dipendenti, mentre Israele si presenta come potenza regionale compiuta, tecnologicamente avanzata e integrata nei circuiti globali. Il costo è l’erosione progressiva della sua legittimità agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale e, nel lungo periodo, il rischio di una deriva apertamente apartheid.
Il secondo scenario è quello di un’escalation incontrollata verso una guerra regionale più ampia. Un incidente sul confine nord, un attacco particolarmente letale di Hezbollah, un confronto diretto con milizie filo-iraniane, un errore di calcolo tra Israele e l’Iran potrebbero innescare una spirale di ritorsioni difficile da contenere. Gli Stati Uniti sarebbero costretti a un coinvolgimento maggiore proprio mentre cercano di concentrare le risorse sull’Indo-Pacifico; l’ordine regionale verrebbe scosso, con effetti destabilizzanti su regimi già fragili. In un simile contesto, lo Stato ebraico rischierebbe di vincere molte battaglie tattiche, ma di trovarsi, alla fine, più isolato, più dipendente da Washington e più esposto a forme di delegittimazione globale.
Il terzo scenario è quello, oggi minoritario ma non impossibile, di una trasformazione graduale del paradigma. Sotto la pressione combinata di fattori interni (crisi politica, fratture sociali, costi economici della militarizzazione permanente) ed esterni (sanzioni mirate, riconoscimenti unilaterali dello Stato di Palestina, procedimenti giudiziari internazionali, cambiamenti nel sistema politico americano), una parte delle élite israeliane potrebbe considerare insostenibile, nel lungo periodo, la permanenza di un regime di supremazia etno-nazionale. Non si tratterebbe di un’improvvisa conversione morale, ma del riconoscimento che la combinazione di occupazione permanente, espansione coloniale e dipendenza da un alleato esterno trascina il Paese verso un punto di rottura. In questa prospettiva, tornerebbero sul tavolo scenari oggi marginalizzati: un vero processo di de-occupazione, un compromesso territoriale significativo o forme ibride di Stato binazionale con diritti politici paritari.
In tutti e tre i casi, comunque, il futuro di Israele appare legato a un nodo strutturale: la capacità – o l’incapacità – di conciliare l’esigenza di sicurezza con il riconoscimento dell’altro, la volontà di mantenere una maggioranza ebraica con il fatto che un altro popolo viva nello stesso spazio, e la dipendenza da un alleato esterno con la pretesa di piena sovranità. La direzione in cui il sistema si muoverà dipenderà tanto dagli equilibri interni quanto dall’evoluzione dell’ordine mondiale.
12. Conclusione: Israele tra sopravvivenza e hybris
La storia di Israele è, fin dall’inizio, la storia di un’angoscia esistenziale e di una straordinaria capacità di iniziativa. Uno Stato piccolo, circondato da nemici, nato dalle ceneri della Shoah, capace, in pochi decenni, di costruire un’economia avanzata, un apparato militare sofisticato e una democrazia (per una parte dei suoi abitanti) vivace e conflittuale. Questa traiettoria alimenta una percezione doppia e contraddittoria: da un lato, la convinzione di essere sempre sul punto di essere annientati; dall’altro, la fiducia – o l’illusione – di poter piegare stabilmente il proprio ambiente strategico ai propri interessi.
La chiave interpretativa adottata in questo saggio sostiene che, negli ultimi decenni, il pendolo si è spostato sempre più verso la hybris, senza che l’angoscia originaria sia mai davvero scomparsa. La ricerca di sicurezza ha assunto forme che travalicano il mero autodifendersi: ingegneria demografica, occupazione permanente, espansione territoriale, frammentazione sistematica dei vicini, alleanza quasi simbiotica con la principale potenza globale. Gaza è il luogo in cui questa logica si manifesta nella sua forma più estrema: non più soltanto come guerra contro un’organizzazione armata, ma come tentativo di ridisegnare l’ordine demografico e politico di un intero popolo.
Ciò non significa negare la realtà delle minacce né il diritto di Israele a esistere e a difendersi. Significa, piuttosto, constatare che la combinazione di imperativi di sicurezza, ambizioni territoriali, ingegneria demografica e dipendenza strategica dagli Stati Uniti ha prodotto una traiettoria che rischia di diventare autolesionista. Il Medio Oriente, a pezzi che emerge dalle guerre degli ultimi decenni, è, allo stesso tempo, prodotto e contesto della politica israeliana: un ambiente che riduce il rischio di guerra convenzionale esistenziale, ma moltiplica i conflitti asimmetrici, le instabilità croniche e le forme di ostilità diffusa.
Il punto critico riguarda, infine, il rapporto tra Israele e il suo principale alleato. Gli Stati Uniti hanno finora considerato la protezione dello Stato ebraico come un elemento quasi incontestabile del loro interesse nazionale. Ma la competizione con la Cina, il logoramento interno, la crescente polarizzazione sull’agenda mediorientale e il mutamento delle sensibilità nelle nuove generazioni potrebbero, nel tempo, erodere questa automatica convergenza. Il sostegno a Israele non è gratuito: comporta costi reputazionali, rischi di trascinamento in conflitti regionali e difficoltà nel costruire coalizioni più ampie nel Sud Globale.
È in questa tensione tra sopravvivenza e hybris che si gioca il futuro dello Stato ebraico. Finché la matrice strategica descritta nelle pagine precedenti continuerà a produrre esiti apparentemente vantaggiosi nel breve periodo, sarà difficile per le élite israeliane metterla in discussione. Ma nel lungo periodo, la somma di occupazione permanente, frammentazione regionale e dipendenza da un alleato esterno potrebbe rivelarsi un vicolo cieco. La domanda di fondo, alla quale nessun piano di pace finora ha saputo rispondere, resta la stessa: se e come uno Stato fondato su un’identità nazionale e religiosa forte possa convivere stabilmente, nello stesso spazio, con un altro popolo che rivendica diritti analoghi di radicamento, autonomia e riconoscimento.





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