Saggio di divulgazione geopolitica
PARTE V – DA OGGI A DOMANI
I conflitti in corso
La transizione egemonica non è solo un processo astratto: prende forma nei conflitti aperti che punteggiano il globo. Se la Parte IV di questo saggio ha mostrato il lento logoramento della capacità statunitense di organizzare il mondo secondo regole condivise, questa Parte V fotografa il momento in cui la frattura diventa evidente. Dal 2008, la globalizzazione ha smesso di essere il motore lineare di efficienza universale che aveva promesso prosperità per tutti. Si è trasformata in un dispositivo selettivo, più lento e più costoso, pensato per garantire resilienza e sicurezza piuttosto che massimizzare la produttività. I flussi si sono contratti, le filiere si sono accorciate, le barriere si sono rialzate.
Questa metamorfosi non si manifesta soltanto nelle boardroom delle multinazionali o nei pacchetti legislativi votati dai parlamenti. Si evidenzia ovunque l’autorità vacilli, le potenze si confrontino e gli ingranaggi del commercio globale si inceppino: Ucraina, Levante, Sahel, Corno d’Africa, Mar Cinese Meridionale. È su queste faglie che il mondo sta ridefinendo le proprie geometrie di potere. Qui, la distinzione della rivista italiana di geopolitica Limes tra Ordolandia – spazi regolati e relativamente stabili – e Caoslandia – zone di entropia crescente – diventa più di una metafora: diventa la carta geografica del nostro tempo, un atlante dinamico in cui le aree instabili generano shock migratori, crisi alimentari, aumenti dei prezzi energetici e ondate di terrorismo, penetrando nei centri ordinati del sistema.
Caoslandia in espansione: stati falliti e guerre senza fine
Dopo la fine della Guerra Fredda, molti analisti avevano immaginato una progressiva pacificazione del pianeta. La realtà ha smentito questa previsione: l’“arco dell’instabilità” non solo persiste, ma si è allargato. Oggi si estende come una cintura che va dall’America Centrale al Sahel, dal Maghreb al Levante, fino all’Asia centrale e a tratti dell’Indo-Pacifico. Qui si combattono decine di guerre, spesso dimenticate ma determinanti per il futuro dell’ordine globale.
Gli stati un tempo coesi, benché autoritari, si sono frantumati in arene di conflitto permanente: Libia e Siria sono i casi più emblematici, veri laboratori di guerra ibrida e di interventi esterni competitivi. Nel Sahel, colpi di Stato a catena, insorgenze jihadiste e crisi fiscali hanno eroso ogni parvenza di governance. Anche l’America Latina, pur non rientrando nella definizione canonica di Caoslandia, sperimenta forme di violenza endemica legate a economie criminali e fragilità istituzionali: narcoguerre in Messico e America Centrale, implosione economica e sociale in Venezuela, destabilizzazione delle frontiere amazzoniche in Brasile.
L’ombrello di sicurezza delle grandi potenze si è ritirato o funziona a intermittenza. Washington continua a presidiare gli snodi vitali – Golfo Persico, Stretto di Hormuz, Mar Cinese Meridionale – ma il suo intervento è oggi selettivo, calibrato sul costo politico interno. Francia, Turchia, Cina, Russia e monarchie del Golfo cercano di riempire i vuoti con strategie divergenti, spesso in competizione tra loro. Ma il risultato è raramente la stabilizzazione; la moltiplicazione di proxy, il consolidamento di economie di predazione e il ricorso a guerre per procura creano un effetto centrifugo che alimenta insicurezza e migrazioni di massa.
Questa espansione di Caoslandia non è una semplice somma di crisi locali. È un fenomeno sistemico: ogni collasso statale apre corridoi di traffico e reti criminali che si intrecciano, e ogni guerra civile diventa una piattaforma di addestramento per attori transnazionali; ogni carestia alimenta instabilità politica e ondate migratorie che investono Ordolandia. È la nuova geografia del disordine: non lineare, non contenibile, capace di riverberare a migliaia di chilometri di distanza. Ci sono poi teatri che pesano più di altri perché ridisegnano architetture regionali e standard globali. Il primo è europeo: l’Ucraina.
La guerra in Ucraina: linea del fronte dell’ordine europeo
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha riportato in Europa una guerra convenzionale su vasta scala e, con essa, una grammatica strategica che molti ritenevano archiviata. In gioco non c’è solo la sovranità di Kiev; c’è la contesa su quale principio debba reggere l’ordine europeo: l’intangibilità dei confini e la scelta autonoma delle alleanze, o la pretesa russa di una sfera di influenza nello spazio post-sovietico. Per il Cremlino, la sopravvivenza di un’Ucraina indipendente, integrata con l’Occidente, è una minaccia esistenziale; per l’Europa e per Washington, la sua caduta significherebbe il ritorno della geopolitica delle zone cuscinetto e delle “finlandizzazioni”.
La guerra ha interrotto definitivamente la lunga fase di ambiguità seguita al 1991, quando il tentativo di integrare Mosca in un’architettura di sicurezza cooperativa si era progressivamente afflosciato tra diffidenze reciproche, allargamenti dell’Alleanza e traumi russi degli anni Novanta. Nel 2015, dopo l’annessione della Crimea e il conflitto in Donbass, gli Accordi di Minsk avevano congelato il conflitto senza risolverlo; nel 2022 si è dissolta la finzione del compromesso e si è imposta una prova di forza frontale.
L’azzardo iniziale di Mosca – puntare su una guerra lampo per rovesciare il governo di Kiev – è fallito. Ne è scaturito un conflitto di logoramento, a crescente densità tecnologica. Dopo la mancata conquista della capitale e il ripiegamento dal nord, la guerra si è trasformata in una combinazione di artiglieria di massa, droni d’attacco, guerra elettronica e trincee, con avanzate minime e costi umani elevatissimi. La dimensione tecnologica ha ridisegnato la grammatica operativa: sciami di UAV a basso costo e FPV hanno democratizzato la ricognizione e la precisione di tiro, comprimendo i tempi decisionali; le capacità SIGINT ed EW hanno reso visibile ogni movimento, riducendo lo “spazio informativo” del campo di battaglia.
Il risultato è un conflitto industriale. La vera moneta del potere sono le munizioni da 152/155 mm, i droni, i missili tattici e le capacità di rigenerazione dei sistemi. Le economie occidentali hanno scoperto di avere scorte limitate e filiere di produzione troppo lente per sostenere una guerra prolungata: i think tank del settore della difesa – da RAND a CSIS – hanno simulato scenari in cui gli arsenali si esaurirebbero in settimane se la guerra si intensificasse. La risposta è stata un riarmo selettivo: piani per aumentare la produzione di munizionamento, accordi di procurement congiunti nell’UE e nuovi fondi per la difesa.
Sul piano geopolitico, la guerra ha ricompattato NATO e UE. L’Alleanza si è allargata a Finlandia e Svezia, ha rafforzato la deterrenza avanzata e ha integrato piani, posture e stock logistici sull’intero fianco orientale. L’Unione ha compiuto scelte prima impensabili: cofinanziamento di forniture d’armi, programmi comuni per munizionamento e difesa antiaerea, ridisegno accelerato della matrice energetica per disinnescare la leva del gas russo. La ricomposizione dell’architettura europea è avvenuta sotto la leadership statunitense, ma in un quadro in cui i partner europei sono costretti a investire in autonomia industriale di difesa, standard comuni e integrazione delle catene di fornitura militari. È una militarizzazione selettiva, figlia della consapevolezza che la deterrenza credibile richiede non solo piattaforme, ma soprattutto flussi: munizioni, manutenzioni, sostegni, sostituibilità. È un passo verso un’autonomia strategica che resta ancora incompiuta, ma che ha iniziato a tradursi in capacità concrete.
La Russia, dal canto suo, ha imboccato la strada dell’economia di guerra. Dopo una mobilitazione parziale, il Cremlino ha riconfigurato filiere industriali, attratto componentistica dual-use da Paesi terzi, integrato nel proprio strumentario operativo forniture di droni e munizioni da partner come Iran e Corea del Nord. L’uso estensivo di missili e droni contro infrastrutture energetiche ucraine cerca di corrodere la resilienza del sistema economico e sociale del Paese, spostando la bilancia del costo verso il fronte interno del nemico. La guerra sottomarina e la minaccia alle rotte del Mar Nero hanno imposto un ripensamento della sicurezza marittima regionale, con effetti a catena su assicurazioni, premi di rischio e rotte alternative. La dimensione nucleare è tornata sullo sfondo come deterrente di ultima istanza: sospensione di regimi di controllo, retoriche di soglia, dispiegamenti in Bielorussia hanno ribadito il limite invalicabile, mantenendo però elevata l’incertezza escalatoria.
L’effetto sistemico della guerra è la rigidezza della logica di blocco e l’accelerazione dell’“interdipendenza armata”. Energia, fertilizzanti e cereali, già fattori di interconnessione, diventano leve di pressione; il Black Sea Grain Initiative, i corridoi danubiani, la protezione degli hub portuali e delle reti elettriche si trasformano in dossier di sicurezza. La risposta occidentale – sanzioni finanziarie, divieti di export tecnologico, tetti al prezzo del petrolio, esclusioni parziali da SWIFT – ha mostrato come la finanza e le infrastrutture di pagamento si siano trasformate in armi geopolitiche, trasformando la rendita della centralità in strumento di coercizione. Il Sud globale, di fronte a questa polarizzazione, ha spesso scelto una posizione non allineata e opportunistica: acquistare energia scontata, evitare allineamenti automatici, massimizzare la propria autonomia negoziale. Questo pluralismo tattico è parte della transizione: non si ricostruisce la Guerra fredda, ma si architetta una multipolarità in cui le economie medie cercano margini e rendite di posizione.
La guerra in Ucraina è anche un laboratorio di strategie. L’Occidente sperimenta forme di “deterrenza scalabile”: forniture calibrate nel tempo, addestramento e intelligence senza presenza diretta sul campo, aiuti finanziari condizionati a riforme istituzionali. La Russia utilizza dimensioni convenzionali, cyber e dell’informazione, testando la soglia della sofferenza occidentale e la resilienza ucraina. In questa dinamica, il fattore temporale è decisivo: la vittoria non è definita solo dal terreno conquistato, ma dalla sostenibilità dei flussi, dalla capacità di rigenerare forze e sistemi, dall’elasticità del consenso interno. Qualunque sia l’esito territoriale, la guerra ha cristallizzato una nuova cortina di ferro, ha sottratto all’Europa l’illusione che la geografia potesse essere dissolta dal mercato, e ha riportato il concetto di “autonomia strategica” – produzione, scorte, ridondanze, resilienza – al centro della politica.
L’orizzonte resta quello di un conflitto lungo, fatto di fasi di attrito e pause operative, con margini di negoziato intermittenti legati a equilibri sul terreno, cicli elettorali, disponibilità di munizionamento e posture di deterrenza. È una guerra che continuerà a plasmare il riarmo europeo, la cooperazione transatlantica, la postura nucleare, le catene del valore energetiche e alimentari, e che, soprattutto, rimodella il modo in cui gli Stati pensano l’interdipendenza: non più garanzia di pace, ma variabile da assicurare, da usare e da temere.
Il Medio Oriente allargato: il moltiplicatore globale di rischio
Se l’Ucraina è la linea del fronte dell’ordine europeo, il Medio Oriente allargato, dal Maghreb all’altopiano iranico e fino al Pakistan, resta l’epicentro della frizione sistemica globale. È un crocevia dove energia, religione, geopolitica e simboli identitari si sovrappongono, trasformando ogni crisi in un’onda di ritorno che investe mercati, rotte marittime e opinioni pubbliche planetarie.
Qui la storia recente ha spezzato il continuum statuale creato nel Novecento. Le primavere arabe hanno eroso la legittimità dei regimi senza costruire alternative stabili; interventi esterni – dall’Iraq del 2003 alla Libia del 2011 – hanno disarticolato equilibri senza ricomporli; il jihadismo ha sfruttato i vuoti di potere per radicarsi come forma di governance criminale e identitaria. Siria, Libia e Yemen sono laboratori di collasso statale; Iraq e Libano incarnano la crisi dei sistemi consociativi; l’Egitto conferma che la restaurazione autoritaria produce solo tregue apparenti.
Siria: equilibrio metastabile
Dalle primavere arabe, dopo più di un decennio di guerra, la Siria è un mosaico di domini di influenza. La caduta del regime di Assad, sostenuto da Mosca e Teheran, ha generato pezzi di sovranità, ma resta dipendente dall’appoggio esterno, principalmente turco e statunitense.
La Turchia rimane un attore decisivo: esercita il controllo su ampie porzioni di territorio nel nord e cerca di orientare il processo di riforma per impedire l’emergere di una Siria ostile ai propri interessi, soprattutto in relazione alle aspirazioni curde. Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono una presenza e un sostegno nel nord-est curdo, con l’obiettivo di contenere la rinascita dell’estremismo e consolidare la propria influenza sulle infrastrutture energetiche vitali. La Russia e l’Iran, nel frattempo, hanno perso parzialmente la loro influenza diretta, ma restano attori di peso. La Russia, pur costretta a ridurre parte delle proprie forze — soprattutto a causa della guerra in Ucraina — conserva basi costiere che fungono sia da piattaforma mediterranea sia da canali per influenzare la mediazione diplomatica. L’Iran, dal canto suo, cerca di preservare la continuità territoriale attraverso il corridoio logistico che conduce al Levante, sostenuto da milizie sciite e da Hezbollah.
Il governo transitorio, alle prese con riforme e dialogo, è lontano dal controllare il territorio e centralizzare il monopolio della violenza. Il paese è pervaso da ribellioni e moti locali che coinvolgono molteplici attori: milizie druse, ex fedeli del regime, gruppi armati locali e tribù beduine.
I lealisti di Assad, riorganizzati dopo la caduta del regime, conducono una guerriglia contro le forze del governo transitorio, soprattutto lungo la fascia costiera e a Latakia, roccaforte della comunità alauita. Nel sud, nelle province di Suwayda e Daraa, sono esplose insurrezioni di comunità druse, tribali e locali che contestano l’autorità centrale e rivendicano maggiore autonomia o potere locale. Lo Stato Islamico (ISIS/Daesh) non è stato eliminato: rimane attivo con attacchi sporadici nel sud e nelle aree desertiche, mantenendo la sua strategia insurrezionale. Nel nord-ovest persiste un’enclave sotto il controllo di fazioni oppositrici e gruppi jihadisti; nel nord-est l’amministrazione curdo-araba resiste con il sostegno aereo statunitense, in costante frizione con Ankara. Israele, infine, mantiene il controllo del Golan, proiettando la propria presenza fino alle porte di Damasco.
È un equilibrio metastabile: nessuno ha la forza o l’interesse di ricomporre lo Stato; tutti cercano di evitare che l’altro ottenga un vantaggio strategico irreversibile.
Libia: conflitto amministrato
La caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, frutto di una rivolta interna sostenuta militarmente dalla NATO, ha disarticolato un sistema autoritario che, pur con le sue brutalità, aveva garantito una qualche forma di coesione territoriale. La Libia gheddafiana era un mosaico di tribù e comunità locali governate con la forza, la cooptazione e il flusso delle rendite petrolifere. Eliminata la figura carismatica e repressiva del raʾīs, è rimasto il vuoto: nessuna istituzione statale solida, nessun esercito unitario, nessuna burocrazia autonoma. La Libia è entrata così in una fase di “somalizzazione”: lo Stato formale è sopravvissuto solo sulla carta, mentre sul terreno hanno preso il sopravvento milizie, clan e città-Stato.
Dal 2014, la divisione si è cristallizzata in due poli contrapposti. A ovest, il Governo di Accordo Nazionale (GNA), con sede a Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia e dal Qatar. A est, il Parlamento di Tobruk e l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, appoggiato dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Francia e successivamente dalla Russia, che ha inviato mercenari del gruppo Wagner. La linea di frattura non è solo geografica, ma anche ideologica: a Tripoli prevalgono forze islamiste, a Bengasi e in Cirenaica domina il discorso securitario di Haftar, che si propone come uomo forte contro jihadisti e milizie incontrollate. In realtà, né l’una né l’altra parte hanno mai rappresentato davvero l’intera Libia: ciascun polo ha esercitato un controllo parziale, fondato su alleanze mutevoli con milizie locali più interessate a mantenere rendite e territori che a costruire uno Stato unitario.
La Libia è diventata un teatro di guerra per procura, dove potenze regionali e globali hanno testato strategie e consolidato alleanze. La Turchia ha difeso Tripoli inviando droni e consiglieri militari, riuscendo a bloccare l’offensiva di Haftar nel 2019–2020 e assicurandosi concessioni marittime nel Mediterraneo orientale. La Russia e gli Emirati hanno armato e finanziato l’Est, trasformando la Cirenaica in un bastione filo-russo e garantendosi basi militari e influenza sulle esportazioni petrolifere. L’Italia – che aveva eluso la richiesta di aiuto di Tripoli – ha cercato di preservare un ruolo privilegiato come ex potenza coloniale e partner energetico dell’Eni, ma ha dovuto fronteggiare la concorrenza francese, che ha puntato su Haftar per rafforzare la propria influenza nel Sahel. Gli Stati Uniti hanno oscillato tra disimpegno e interventi limitati contro gruppi jihadisti legati all’ISIS, senza mai investire realmente nella ricostruzione politica del paese.
In Libia, accanto al petrolio, prosperano altri traffici: armi, migranti, droga. Le coste libiche sono diventate il principale punto di partenza delle rotte migratorie verso l’Europa, conferendo alle milizie un ulteriore potere negoziale nei confronti di Roma e Bruxelles.
Yemen: il fronte dimenticato
La guerra in Yemen è l’esito di fratture storiche e politiche che hanno radici profonde. Dopo l’unificazione del 1990 tra Nord e Sud, il paese è rimasto attraversato da forti disparità economiche, tensioni tribali e istituzioni fragili. Le proteste della Primavera araba del 2011 hanno portato alla caduta del presidente Saleh, ma la transizione guidata dal suo successore Hadi non è riuscita a stabilizzare il paese. In questo contesto è emerso il movimento degli Houthi, radicato nel Nord a maggioranza zaydita, che nel 2014 ha conquistato Sanaa, costringendo il governo a rifugiarsi nel Sud.
Nel 2015, l’Arabia Saudita ha guidato una coalizione militare a sostegno del governo riconosciuto, trasformando lo Yemen in un campo di battaglia regionale. Da allora, il conflitto si è cristallizzato: gli Houthi controllano gran parte del Nord e della capitale, mentre nel Sud si è rafforzato il Consiglio di Transizione del Sud (STC), che rivendica autonomia o secessione. Questa frammentazione interna, sommata al collasso economico e alla crisi umanitaria, ha fatto dello Yemen una delle emergenze più gravi al mondo.
Sul piano geopolitico, la guerra è divenuta un confronto indiretto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche un nodo strategico per le rotte commerciali globali che passano attraverso Bab al-Mandeb. Negli ultimi anni, gli Houthi hanno ampliato il conflitto nel Mar Rosso, colpendo navi mercantili e coinvolgendo Stati Uniti, Regno Unito e Israele, che hanno risposto con raid aerei e operazioni navali.
I lanci di missili e droni Houthi contro la navigazione commerciale nel Mar Rosso e nel Bab el-Mandeb hanno dimostrato quanto gli stretti siano colli di bottiglia strategici non solo per il petrolio, ma per l’intera logistica containerizzata globale. Ogni picco di tensione si traduce in aumento dei premi assicurativi, rallentamenti delle catene di approvvigionamento e rialzi dei prezzi globali.
Israele contro Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Iraq, Yemen e Iran
La guerra a Gaza, riesplosa con violenza a partire da ottobre 2023, è diventata il centro di un conflitto regionale che ha messo Israele al centro di una vera e propria guerra “a sette fronti”. L’attacco di Hamas, con la sua dimensione militare e simbolica, ha spinto Israele a reagire con un’offensiva massiccia nella Striscia di Gaza, volta a disarticolare le strutture del movimento islamista e a ridisegnare la realtà politica del territorio. Tuttavia, la sproporzione delle forze, le enormi perdite civili e la distruzione sistematica delle infrastrutture hanno trasformato Gaza in una crisi umanitaria senza precedenti, attirando la condanna internazionale e incrinando i rapporti tra Israele e molti dei suoi alleati tradizionali.
La guerra non si è limitata a Gaza. Israele, di fatto, si trova oggi immerso in un conflitto multidimensionale che travalica i confini palestinesi. Primo fronte: la Striscia stessa, epicentro dell’offensiva militare. Secondo fronte: la Cisgiordania, dove la tensione è cresciuta, con l’espansione delle colonie, scontri con la popolazione palestinese e un indebolimento dell’Autorità Nazionale Palestinese, incapace di gestire la radicalizzazione. Terzo fronte: il Libano meridionale, con Hezbollah che conduce attacchi a bassa intensità ma continui, aprendo una pressione costante lungo la frontiera nord. Quarto fronte: la Siria, dove Israele colpisce infrastrutture e convogli militari, nel tentativo di frenare una consolidazione del governo transitorio. Quinto fronte: l’Iraq, da cui milizie sciite filo-iraniane hanno lanciato droni e missili contro obiettivi israeliani, evidenziando l’estensione geografica della sfida. Sesto fronte: lo Yemen, dove gli Houthi hanno dichiarato guerra aperta, colpendo le rotte del Mar Rosso e costringendo la marina israeliana, insieme a quella statunitense e britannica, a un impegno diretto di difesa. Settimo fronte: l’Iran, epicentro strategico di questa costellazione di conflitti, che coordina e alimenta le azioni delle sue milizie e degli alleati regionali, mantenendo una pressione costante su Israele.
Da un punto di vista geopolitico, Israele si trova dunque accerchiato da una cintura di ostilità asimmetriche, dove ogni fronte non ha la forza di abbatterlo, ma nel complesso logora le sue risorse, isolando Gerusalemme sul piano diplomatico e rafforzando la narrativa della resistenza anti-israeliana nel mondo arabo e musulmano. Gli Accordi di Abramo avevano aperto un processo di normalizzazione tra Israele e le monarchie del Golfo, ma il ciclo di guerra 2023–2024 su Gaza e l’escalation lungo il fronte libanese, siriano e iraniano hanno complicato il quadro, rallentando la convergenza arabo-israeliana e costringendo Washington a un difficile bilanciamento tra sostegno all’alleato e contenimento del rischio di escalation regionale.
Nel frattempo, la Cina sperimenta ruoli di mediazione (riavvicinamento Riad–Teheran e più recentemente Riad–Islamabad) e di infrastrutturazione, mentre gli Stati Uniti oscillano tra alleggerimento del carico di responsabilità e ritorni selettivi in prima linea. In Medio Oriente, l’interdipendenza armata è realtà quotidiana: droni e missili a basso costo alterano i paradigmi di difesa aerea; gli attacchi ai porti rialzano i premi assicurativi; la dimensione cyber completa lo strumentario. Senza un’ingegneria istituzionale (acqua, elettricità, confini, polizia e tribunali), ogni cessate il fuoco è un intervallo tra crisi. E ogni crisi mediorientale si riflette oltre la regione: prezzi dell’energia, rotte containerizzate, flussi migratori, polarizzazioni politiche dentro Ordolandia.
Gli altri attori regionali
La Turchia ha consolidato un profilo autonomo: presenza militare in Siria e Iraq contro il PKK, ruolo nel conflitto libico, diplomazia oscillante tra NATO e Russia. L’Arabia Saudita, dopo gli attacchi del 2019 agli impianti di Abqaiq, ha ricalibrato la propria strategia, puntando sulla diversificazione economica e sulla de-escalation con Teheran – mediata dalla Cina – fino al recente accordo con il Pakistan. Gli Emirati proiettano potenza tecnologica e finanziaria lungo gli snodi dall’Africa orientale all’Oceano Indiano, mentre l’Egitto – gravato da crisi economica e demografica – difende con forza i propri interessi sul Nilo, dove la diga del GERD in Etiopia minaccia di riscrivere la geografia idrica della regione.
Questo blocco ci porta a vedere il Medio Oriente allargato non come un insieme di crisi locali, ma come un moltiplicatore di instabilità globale che si riverbera su energia, rotte marittime e opinioni pubbliche occidentali.
Africa sub-sahariana: la nuova frontiera della competizione
L’Africa è al tempo stesso promessa e incubo della transizione egemonica. Il continente ospita alcune delle economie più dinamiche del mondo, una popolazione giovane e in crescita, un potenziale di urbanizzazione e digitalizzazione enormi; ma concentra anche la maggior parte degli stati fragili, dei conflitti armati e delle crisi umanitarie croniche.
Il Sahel è diventato l’epicentro di una guerra a bassa intensità ma ad alta resilienza, dove jihadismo, criminalità organizzata e conflitti etnici si sovrappongono. Colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger hanno eliminato governi filo-occidentali e aperto la porta a un riorientamento geopolitico verso Cina e Russia. Il gruppo Wagner – ora ristrutturato sotto etichette diverse – ha offerto sicurezza russa in cambio di concessioni minerarie, trasformando miniere di oro e uranio in leve di influenza strategica. Nel Corno d’Africa, il conflitto in Etiopia, la fragilità somala e le tensioni sul Nilo disegnano un triangolo di instabilità che incide sulle rotte marittime del Mar Rosso e sui progetti di corridoi logistici verso l’Oceano Indiano. In Africa Centrale, le guerre nel Kivu e in Sudan dimostrano che il collasso statale può coesistere con economie estrattive che alimentano le catene globali delle materie prime critiche – cobalto, coltan, terre rare – indispensabili per la transizione verde e digitale.
Le grandi potenze hanno intensificato la competizione per l’Africa: la Cina con la Belt and Road Initiative, la Russia con mercenari e grano scontato, l’Occidente con iniziative di partenariato per infrastrutture resilienti e transizione energetica. Il rischio è che l’Africa diventi il principale campo di battaglia geoeconomico del XXI secolo, con le popolazioni locali spesso ridotte a spettatrici o pedine di strategie esterne.
Indo-Pacifico: il cuore della transizione
Se l’Europa è il teatro della crisi dell’ordine esistente, l’Indo-Pacifico è il laboratorio del mondo che verrà. Qui si decide il baricentro del potere globale: oltre il 60% del PIL mondiale, le filiere tecnologiche più avanzate, i passaggi marittimi più critici. Qui si confrontano la potenza in carica e quella in ascesa, in un arco che va dal Golfo del Bengala al Mar del Giappone e ha in Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale i suoi epicentri. La questione di Taiwan condensa storia, identità, diritto internazionale, economia e tecnologia: isola autogovernata, democrazia matura, hub centrale della microelettronica mondiale, in particolare dei semiconduttori avanzati, è per Pechino parte inalienabile della “questione nazionale” e della legittimazione del Partito; per Washington e i suoi alleati, la cartina di tornasole della credibilità della deterrenza e dell’ordine basato sulle regole.
La strategia cinese combina pressione militare, coercizione economica e logoramento politico. Le incursioni di velivoli e navi nella zona di identificazione di difesa di Taipei, le esercitazioni che simulano blocchi e attacchi di precisione, la costruzione di basi e piste su isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale, la proiezione di una guardia costiera paramilitare e di una milizia marittima “grigia” hanno l’obiettivo di erodere lo status quo, testare soglie di reazione, abituare la regione a una presenza armata quasi permanente. L’arsenale missilistico A2/AD, con sistemi antinave e balistici a raggio intermedio, crea una bolla di interdizione che mira a tenere a distanza forze navali alleate e a saturare le difese aeree e antimissile. La dimensione cyber e informativa completa il quadro: attacchi alle infrastrutture critiche, campagne di disinformazione mirate, interferenze nella vita politica e nella coesione sociale dell’isola.
Gli Stati Uniti rispondono riallineando posture e alleanze. Il pivot to Asia ha preso la forma di un reticolo di cooperazioni: QUAD con Giappone, India e Australia per coordinamento politico e marittimo; AUKUS per capacità sottomarine e condivisione tecnologica avanzata; accordi di accesso e preposizionamento con Filippine e Micronesia; cooperazione trilaterale con il Giappone e la Corea del Sud su missilistica, sensori e supply chain. Il Taiwan Relations Act e la dottrina dell’“ambiguità strategica” continuano a reggere formalmente, ma la pratica va verso una “chiarezza operativa”: rafforzamento delle forniture di armi difensive, addestramento, interoperabilità, resilienza dell’isola. La discussione dottrinale occidentale propende verso la deterrenza by denial: fare dell’isola un porcospino difficile da domare, investendo in mine, missili antinave a lungo raggio, mobilità di fuoco, dispersione delle piattaforme, ridondanza C4ISR, protezione delle infrastrutture critiche e scorte energetiche.
Lo scenario più probabile di crisi non è l’invasione anfibia immediata – operazione di complessità enorme e rischi elevatissimi – ma il blocco graduale: interdizione del traffico mercantile, ispezioni “sanitarie”, zone d’esercitazione sovrapposte alle rotte, cyber attacchi, minacce selettive alle infrastrutture, testate da salve missilistiche “dimostrative”. Il blocco, meno esplicitamente bellicoso di uno sbarco, metterebbe a dura prova la volontà di resistenza di Taipei e la capacità di risposta degli alleati, con costi immediati per l’economia mondiale. Perché Taiwan è anche TSMC, è una filiera dei chip avanzati, è un segmento critico della catena di valore digitale. La risposta occidentale – reshoring, friend-shoring, costruzione di impianti negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa – mitiga ma non annulla il rischio: la concentrazione di know-how e il vantaggio cumulativo dell’ecosistema taiwanese non sono facilmente replicabili in tempi brevi.
Il Mar Cinese Meridionale aggiunge un livello di complessità. La Cina rivendica la quasi totalità dell’area con la “linea dei nove tratti”, contestata dai Paesi ASEAN e non riconosciuta dal diritto internazionale del mare. Le isole Paracelso e Spratly sono state militarizzate con piste, radar e missili; la guardia costiera cinese utilizza tattiche di attrito – urti, cannoni ad acqua, laser – contro unità filippine e vietnamite; gli Stati Uniti e partner europei e asiatici conducono missioni di libertà di navigazione per ribadire il principio di apertura degli stretti. Gli incidenti a bassa soglia, che si moltiplicano – quasi collisioni, interferenze, danneggiamenti – mostrano quanto la deterrenza reciproca giochi sul filo del rasoio, in un’area dove passa una quota enorme del commercio mondiale e dove transitano cavi sottomarini vitali per dati e finanza.
La competizione sino-americana ha trasformato il Mar Cinese Meridionale in una scacchiera strategica. La Cina ha militarizzato scogliere e atolli, proiettando potenza aeronavale oltre la prima catena di isole; gli Stati Uniti hanno risposto con pattugliamenti di libertà di navigazione (FONOPs), accordi di difesa bilaterali e il rafforzamento di architetture come QUAD e AUKUS. L’Australia ha avviato il programma per sottomarini a propulsione nucleare, il Giappone ha rivisto la propria dottrina di difesa, e l’India oscilla tra cooperazione con l’Occidente e difesa della propria autonomia strategica. La postura del Giappone, con l’aumento della spesa per la difesa e l’acquisizione di capacità di “contrattacco”, segnala un cambiamento storico, così come la strategia australiana di proiezione subacquea e la rinnovata centralità delle Filippine nell’architettura di accesso statunitense. L’India, pur restando autonoma, usa il QUAD per contenere la pressione nel proprio vicinato marittimo e per bilanciare la presenza cinese nell’Oceano Indiano. La Corea del Sud, concentrata sulla minaccia nordcoreana, integra sempre più i propri sensori e le proprie capacità con quelle giapponesi e statunitensi, creando un’unica “pelle” informativa sul Pacifico nord-occidentale. L’ASEAN, eterogenea per interessi e dipendenze, oscilla tra engagement economico e richiesta di garanzie di sicurezza, mentre i Paesi medi cercano di massimizzare il vantaggio da entrambe le parti, evitando scelte binarie.
In questo teatro, l’errore di calcolo è il rischio sistemico. Il “gioco delle ombre” tra deterrenza e provocazione si svolge a distanze e tempi ridottissimi, con catene di comando che devono decidere in minuti come reagire a una manovra aggressiva o a un segnale radar ambiguo. La presenza di armi ipersoniche, la saturazione dei sensori, la vulnerabilità dei satelliti e dei cavi sottomarini aggiungono livelli di incertezza. La gestione della crisi richiede canali di comunicazione aperti, protocolli di deconflitto ed esercizi congiunti per codificare comportamenti, ma la competizione per lo standard – tecnologico, giuridico, operativo – spinge gli attori a testare i limiti.
Il punto finale è che la partita di Taiwan non è solo politico-militare. È la prova generale della globalizzazione della sicurezza: come si proteggono filiere critiche, come si assicurano rotte e dati, come si combinano deterrenza e coesione tra economie interdipendenti. Anche qualora il conflitto aperto fosse evitato, la pressione continuerà a spingere verso la duplicazione delle catene di fornitura, verso l’adozione di standard incompatibili, verso la politicizzazione dell’innovazione. L’Indo-Pacifico resterà il luogo in cui si deciderà se l’interdipendenza potrà essere governata come bene pubblico o sarà definitivamente arruolata come arma.
Taiwan resta la linea rossa: la sua sicurezza è essenziale non solo per l’equilibrio geopolitico, ma anche per la catena globale dei semiconduttori. Un conflitto nello Stretto avrebbe effetti devastanti sull’economia mondiale, paragonabili a una Grande Depressione tecnologica. Per questo, la deterrenza è calibrata con estrema attenzione: rafforzamento difensivo senza provocare la guerra, preparazione di piani di resilienza industriale in caso di blocco navale.
Anche il Sud-Est asiatico gioca un ruolo cruciale: i Paesi ASEAN, pur evitando di schierarsi apertamente, competono per attrarre investimenti e supply chain in fuga dal rischio Cina. È una multipolarità di fatto, che offre a questi attori un margine di manovra inedito.
Dal campo di battaglia agli scenari
La mappa che emerge da questa ricognizione globale è un mosaico di conflitti, collassi e riallineamenti che non costituiscono solo crisi contingenti, ma laboratori del mondo che sta nascendo. L’Ucraina ha riportato la guerra industriale e la logica di blocco nel cuore dell’Europa; il Medio Oriente continua a funzionare come moltiplicatore di rischio globale; l’Africa è la nuova frontiera della competizione tra grandi potenze; l’Indo-Pacifico è la regione in cui si decide l’egemonia tecnologica e marittima del XXI secolo.
Tutti questi teatri hanno un elemento in comune: trasformano l’interdipendenza da fattore pacificante a variabile strategica, da garanzia di stabilità a strumento di pressione. È il segnale che il mondo sta entrando in una fase in cui la politica torna a primare sulla tecnica, e la sicurezza sulla pura efficienza. Ed è da questa constatazione che parte la Parte VI: un tentativo di immaginare le traiettorie possibili di questa transizione, di delineare scenari in cui le stesse forze – geografia, demografia, tecnologia, potere geopolitico – si combinano in esiti differenti. Il futuro non è scritto, ma le sue linee di tendenza sono già visibili nei campi di battaglia del presente.









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