Nel 2022, Pedro Sánchez, primo ministro di Spagna, comunicò a Barcellona l’approvazione del provvedimento di amnistia a favore dei nove indipendentisti catalani detenuti per l’organizzazione del referendum del 2017. La scelta dell’amnistia – che estingue il reato e cancella la condanna – e non dell’indulto – che si limita a condonare la pena inflitta – fu presa dal governo per creare i presupposti di una pacificazione nazionale, di una concordia sociale e di una superazione degli scontri – anche violenti – occasionati dalle rivendicazioni indipendentiste. Non mancarono, però, motivazioni di convenienza elettorale e necessità di supporto politico in sede istituzionale.

L’amnistia fu accolta con soddisfazione dagli indipendentisti, dal clero locale, dalle organizzazioni imprenditoriali e, in generale, dalla società civile catalana. Suscitò, però, una forte reazione del centrodestra spagnolo, che si schierò contro l’amnistia.

Indipendentismo catalano: radici storiche e contesto attuale

L’idea di una Catalogna indipendente affonda le sue radici nell’età medievale e, nel corso dell’Ottocento, emerge come idea chiave del catalanismo moderno: un movimento culturale e politico che esaltava la cultura, la lingua, la storia e le peculiarità economiche della Catalogna. Fu allora che si consolidò un nazionalismo catalano e il poeta Joan Maragall fissò la data dell’11 settembre 1714 – peraltro poco appropriata – come simbolo della Renaixença.

Durante il Novecento, la Catalogna visse fasi alterne: la Seconda Repubblica le riconobbe un’ampia autonomia con lo Statuto del 1932; successivamente, però, Franco soffocò la lingua e l’autogoverno, e infine, nel 1978, la Costituzione spagnola confermò uno statuto autonomo basato sull’“unità indissolubile” della Spagna.

L’attuale procés independentista che porta al referendum del 2017 nasce in gran parte dopo il 2010, quando il Tribunale Costituzionale, in nome dell’unità nazionale, bocciò parti del nuovo Statuto autonomo approvato nel 2006, rafforzando così nei catalani la percezione della marginalità di Barcellona nel quadro spagnolo.

Attori politici e posizioni istituzionali

Nel panorama catalano le forze politiche indipendentiste includono Junts per Catalunya (il partito dell’ex-presidente Carles Puigdemont, erede del vecchio CDC/PDeCAT), l’Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e la sinistra radicale della CUP. Tutti sostengono il diritto a un referendum sull’indipendenza, benché ERC appoggi i negoziati con Madrid, mentre Junts e CUP spingano verbalmente per vie più radicali.

I partiti unionisti (o federalisti) comprendono il PSC (socialisti catalani legati al PSOE nazionale), il PP e Ciudadanos (centrodestra nazionalista), che rifiutano l’uscita dalla Spagna e auspicano invece riforme costituzionali per un maggior decentramento. Infine, Vox, partito della destra estrema che rigetta qualsiasi compromesso sulla questione dell’indipendenza catalana.

Il governo spagnolo, ufficialmente, difendendo la Costituzione, non riconosce alcun diritto all’autodeterminazione separata e ha definito illegittima ogni aspirazione separatista. Tuttavia, dal 2018 in poi, la strategia di Madrid ha oscillato tra la repressione – sotto i governi della destra – e le concessioni – sotto i governi della sinistra. Mariano Rajoy (PP) ha applicato l’art.155 (sospensione dell’autonomia catalana) e sono stati aperti procedimenti penali nei confronti dei leader indipendentisti. Pedro Sánchez (PSOE) ha avviato un “tavolo di dialogo” con Barcellona e ha negoziato un’amnistia per i leader del referendum del 2017, oltre a concordare un nuovo patto finanziario sulla fiscalità catalana. Ma la Corte Suprema spagnola ha limitato l’amnistia, escludendo gli abusi di fondi pubblici, per cui Puigdemont rimane indagato.

La Corona spagnola si è schierata senza riserve a difesa dell’unità nazionale. In un’inedita dichiarazione del 4 ottobre 2017, il re Felipe VI accusò le autorità catalane di «spingere alla rottura dell’unità della Spagna» e di «disprezzare il sentimento di solidarietà che unisce tutti gli spagnoli». Il discorso reale non fece cenno né ai brogli del voto né alla violenza poliziesca, sottolineando solo la salvaguardia del quadro costituzionale.

Il sistema giudiziario – dal Tribunale Costituzionale al Supremo – ha sempre ribadito la violazione della legge da parte del referendum; nel 2019 la Suprema Corte ha condannato a lunghe pene detentive i leader che organizzarono la consultazione e la Dichiarazione di indipendenza dell’ottobre 2017, accentuando la spaccatura istituzionale.

Infine, sul piano internazionale l’Unione Europea si è tenuta sostanzialmente fuori dalla disputa, definendola “affare interno” della Spagna, mentre il governo catalano in esilio ha cercato, senza successo, sostegno in altri Paesi.

Sviluppi principali dal 2017 al 2025

Il referendum sull’indipendenza del 1° ottobre fu considerato da Madrid incostituzionale. Lo svolgimento fu segnato da violenze da parte della Guardia Civil, che chiuse i seggi, forzando la chiusura anticipata del voto. Nonostante l’arresto dei funzionari, il risultato autoproclamato fu il 90% di «sì» (ma con solo 43% di affluenza). Il 27 ottobre il Parlamento catalano dichiarò unilateralmente la Repubblica catalana, spingendo il governo centrale ad applicare l’art.155: la Generalitat fu commissariata e indette nuove elezioni regionali.

Nel dicembre 2017, alle elezioni anticipate (21-D) i partiti indipendentisti (ERC, Junts, CUP) ottennero una maggioranza di seggi (70 su 135) ma non di voti. Il leader Junqueras (ERC) e altri funzionari furono arrestati nel frattempo, mentre Puigdemont si rifugiò in Belgio. Nel 2018 il nuovo presidente, Quim Torra (Junts), proseguì la strategia di confronto.

Nel 2019, la Corte Suprema (giugno) emise dure condanne (fino a 13 anni) per sedizione contro vari ex-ministri catalani. Ciò generò proteste diffuse, ma senza alimentare un nuovo referendum. In Spagna, l’instabilità portò a due elezioni politiche (aprile e novembre) dopo che i socialisti non ottennero i voti necessari in Parlamento. Solo a gennaio 2020 si insediò un nuovo governo PSOE–Podemos, fortemente minoritario, che si impegnò a dialogare sulla questione della Catalogna.

Nel biennio 2020-2021, il dialogo istituzionale stentò a decollare (anche a causa della pandemia). Nel febbraio 2021 si tennero nuove elezioni catalane: il PSC (socialisti) primeggiò tra i partiti, mentre la coalizione indipendentista rimase maggioritaria in assemblea. Pere Aragonès (ERC) divenne presidente della Generalitat in coalizione con Junts. A livello nazionale, il governo Sánchez aprì un tavolo di negoziato (la “Taula per la democràcia”), ma i risultati furono scarsi.

Nel 2022, per assicurarsi l’appoggio parlamentare dell’ERC, l’esecutivo spagnolo negoziò diverse concessioni. A dicembre 2022, fu approvata in Parlamento una legge di amnistia che archiviava i procedimenti sui fatti collegati al procés (referendum 2017, manifestazioni, votazioni interne). Lo stesso mese ERC si astenne nella votazione per l’elezione del primo ministro, per consentire l’investitura di Sánchez, in cambio della promozione di un inedito pacto fiscale (simile al modello basco) per la Catalogna.

Nel maggio del 2023, si svolsero le elezioni regionali: i socialisti catalani (PSC) riconquistarono la leadership a Barcellona, mentre i partiti indipendentisti persero alcuni seggi, ma mantennero un’incerta maggioranza parlamentare. Lo spoglio, però, lasciò spazio a confusioni politiche: dopo mesi di trattative fallite, nel novembre 2023 Aragonès sciolse il Parlamento catalano e indisse nuove elezioni. Il governo spagnolo, nel frattempo, portò a termine il piano fiscale: a fine anno fu approvato un accordo quadro in base al quale Barcellona acquisisce competenze straordinarie nella gestione delle tasse.

Per tutto il 2024 la situazione rimase tesa. Il 27 marzo 2025 l’istituto ufficiale CEO pubblicò il nuovo Barometro politico: il “sì” all’indipendenza era sceso al 38% (minimo storico) mentre il 54% era contrario. Tra i partiti, Junts e CUP dichiarano oggi la volontà di chiedere ancora un referendum, ma la persa unità interna (scissione ERC–Junts nel 2024) indebolisce il fronte separatista

 Sul lato spagnolo, l’amministrazione Sánchez è fragilmente sostenuta da piccole forze (tra cui ERC), e la destra all’opposizione (PP, Vox) promette di abrogare le concessioni se tornerà al potere. In ambito europeo, la Catalogna è relegata a «questione interna», benché il successo del PSC nelle elezioni politiche europee, dimostrazione di una minore influenza separatista, abbia permesso al governo spagnolo di cambiare posizione, allineandosi al piano UE e riconoscendo il Kosovo.

Sondaggi e consenso indipendentista

Oggi i sondaggi mostrano un chiaro calo del sostegno popolare all’indipendenza catalana. Nel 2017 diversi rilevamenti indicavano una situazione di parità. Ad esempio, un barometro del governo catalano di ottobre 2017 mostrava che il 48,7% dei catalani era favorevole all’indipendenza e il 43,6% contrario. Un sondaggio paragonabile di marzo 2017 registrava invece il 44,3% di “sì” contro il 48,5% di “no”. Nel complesso, a fine 2017 circa la metà dei catalani dichiarava di volere la secessione.

Questa tendenza è cambiata drasticamente negli anni successivi. Gli ultimi barometri CEO segnalano una caduta continua del “sì”. Nel terzo trimestre del 2024, il supporto alla separazione era sceso intorno al 40%, mentre il 54% era contrario. Nel primo barometro 2025 quel gap si è ancor più ampliato: solo il 38% dei catalani oggi voterebbe per un «Stato catalano» indipendente, mentre il 54% rimarrebbe contrario.

Parallelamente, la popolazione spagnola, nel suo complesso, si è tradizionalmente schierata in larga maggioranza contro l’indipendenza catalana. Un sondaggio nazionale di settembre 2017 mostrava che il 60,3% degli spagnoli voleva che Madrid impedisse il referendum, contro il solo 29% che lo avrebbe autorizzato. Non ci sono indagini recenti simili su scala nazionale, ma non sembra esserci un ribaltamento: il consenso spagnolo resta ampiamente favorevole all’unità del paese.

Le motivazioni economiche dell’indipendentismo

Le motivazioni economiche costituiscono uno dei pilastri fondamentali dell’indipendentismo catalano. La percezione di un trattamento fiscale iniquo da parte dello Stato centrale spagnolo ha alimentato il malcontento e rafforzato le aspirazioni secessioniste. La Catalogna è una delle regioni economicamente più forti della Spagna e contribuisce in modo significativo al bilancio nazionale. Tuttavia, esiste un marcato squilibrio tra quanto la regione versa allo Stato centrale e quanto riceve in termini di spesa pubblica.

Nel 2021, la Catalogna ha contribuito per il 19,2% alle entrate totali del governo spagnolo, mentre ha ricevuto solo il 13,6% della spesa totale dello Stato. Escludendo i trasferimenti legati alla previdenza sociale, il divario si accentua ulteriormente: solo il 9% della spesa discrezionale statale è stato destinato alla Catalogna. Questo squilibrio ha portato a un deficit fiscale stimato intorno al 10% del PIL regionale, una cifra significativamente superiore rispetto a regioni economicamente forti di altri paesi, come la California o New York negli Stati Uniti, dove il deficit fiscale si aggira intorno al 4%

Inoltre, mentre regioni come i Paesi Baschi e la Navarra godono di un regime fiscale speciale che consente loro di raccogliere e gestire direttamente le imposte, la Catalogna è soggetta al regime comune, dove le entrate fiscali vengono centralizzate e poi redistribuite. Questo sistema ha alimentato la percezione di ingiustizia fiscale tra molti catalani, che vedono una parte significativa delle loro risorse trasferita ad altre regioni senza un adeguato riscontro in termini di investimenti e servizi.

Oltre al deficit fiscale, molti catalani lamentano una cronica sotto-dotazione di investimenti pubblici da parte dello Stato centrale. Settori chiave come la sanità, l’istruzione e le infrastrutture sono spesso citati come esempi di tale negligenza. Ad esempio, la rete ferroviaria regionale e le infrastrutture stradali sono state oggetto di critiche per la mancanza di investimenti adeguati, nonostante la Catalogna sia una delle principali regioni industriali e turistiche del paese.

Negli ultimi anni, la questione del deficit fiscale e della gestione delle risorse è diventata centrale nel dibattito politico catalano. Le richieste di un nuovo pacto fiscal – che garantisca alla Catalogna maggiore autonomia nella raccolta e gestione delle imposte – sono state al centro delle negoziazioni tra il governo regionale e quello centrale. Tuttavia, nonostante alcune concessioni, come l’approvazione di un nuovo accordo fiscale nel 2023, molti catalani ritengono che le misure adottate siano insufficienti e continuano a sostenere la necessità di un controllo più diretto sulle risorse economiche della regione.

Alla luce delle tensioni economiche e politiche, una delle soluzioni proposte è l’adozione di un modello di federalismo asimmetrico, che riconosca le peculiarità della Catalogna e le conceda un grado di autonomia fiscale e amministrativa superiore rispetto ad altre regioni.

Prospettive future e strategie del governo spagnolo

Oggi l’indipendentismo catalano sembra in stallo. Da un lato il movimento non ha conseguito alcun riconoscimento né capacità di agire unilateralmente, e il calo nei sondaggi indebolisce la sua legittimazione popolare. Dall’altro, gli indipendentisti storici (in particolare Junts e CUP) continuano a difendere il referendum come linea di fondo, mentre ERC preferisce concentrarsi sui negoziati e sulle autonomie. Lo scenario futuro dipenderà da due fattori chiave: l’evoluzione del sostegno popolare e la risposta di Madrid.

Le autorità spagnole dispongono di tre leve principali: la repressione legale, il dialogo politico e la riforma istituzionale. In prospettiva, il governo potrebbe spingere oltre questa linea, incentivando forme di federalismo fiscale (sullo stile basco) o cambiamenti costituzionali modesti per ridurre la domanda indipendentista. Tuttavia, la Costituzione del 1978 rende difficile riconoscere il referendum o l’autodeterminazione.

All’opposto, l’opposizione di destra in Spagna invoca un ritorno alla linea dura: il leader del PP, Feijóo, ha già chiesto di abrogare l’amnistia e ripristinare piene sanzioni se tornerà al potere. Se le tensioni dovessero riaccendersi (ad esempio con nuove dichiarazioni unilaterali da parte di Barcellona), Madrid potrebbe nuovamente ricorrere ai tribunali e al veto costituzionale.

Sul piano internazionale, la Catalogna difficilmente otterrà riconoscimenti: l’UE ha chiarito che non consentirebbe l’accesso immediato di una «Nuova Catalogna» allo spazio europeo, né i grandi Stati mostrano particolare interesse per la questione. Per l’Unione Europea, la situazione catalana ha avuto ripercussioni negative sulla politica estera spagnola, disallineandola inizialmente dalla linea comune sulla questione del Kosovo.

In definitiva, è probabile che la vicenda catalano-spagnola continui su binari istituzionali lenti: da un lato la leadership indipendentista cercherà di mantenere vivo il progetto di un referendum legale (anche attraverso iniziative parlamentari), dall’altro Madrid cercherà di spostare l’attenzione su riforme pratiche (finanziarie, sociali) mantenendo ferma la linea costituzionale. Lo stesso ampio calo di consenso per l’indipendenza suggerisce che, senza nuovi shock politici, il sostegno potrebbe stabilizzarsi a livelli moderati. Le politiche future di Madrid – siano esse seguite da aperture (sforzi di dialogo, trasferimenti di competenze) o da interventi coercitivi (legge, tribunali) – plasmeranno l’effettiva traiettoria del movimento secessionista catalano nei prossimi anni.

Conclusioni geopolitiche

Nel 2017 l’indipendentismo non era di maggioranza in Catalogna. Le élite indipendentiste consce della debolezza dello spirito indipendentista forzarono lo Stato spagnolo a intervenire. L’obiettivo era sollevare una popolazione indignata per le repressioni poliziesche e per la linea dura del governo di destra, che escludeva qualsiasi compromesso e persino il dialogo sulle aspirazioni catalane. Una manovra tattica, comune in queste situazioni, in cui l’offesa mobilita anche i più moderati – in questo caso gli autonomisti – a scendere in piazza accanto agli indipendentisti per ribellarsi – secondo la narrazione catalanista – ai soprusi di uno stato centrale violento e chiuso al dialogo. Ma questa tattica fallì. La “repressione” di Madrid, dall’intervento poliziesco al commissariamento, non generò indignazione sufficiente a una ribellione, ma solo tensioni momentanee.

Due fattori spiegano questo corso. Un primo esterno. Nessun paese europeo nonostante gli sforzi diplomatici catalani anteriori e contemporanei al referendum – estese solidarietà alla Catalogna. E nessun paese fece sua la causa, né appoggiò finanziariamente e materialmente il movimento indipendentista, come necessario in queste situazioni storiche. Questo è giustificato, da un lato, dalle preoccupazioni per i movimenti indipendentisti interni (in Italia, Germania e Regno Unito) e, dall’altro, dalla volontà di non creare problemi alla Spagna.

Un secondo fattore interno spiega l’insuccesso: la composizione demografica della Catalogna, con un’età media elevata e una cultura economicista post-storica ben rappresentata dalla borghesia catalana. Per ragioni anagrafiche, la società catalana manca dell’afflato giovanilistico, violento, necessario a uno scontro con lo Stato; inoltre, la sua condizione privilegiata, benestante – dove la gente ha molto da perdere in queste situazioni – non giustifica un salto nel vuoto per un sentimento poi non così profondo e inoltre senza aiuto esterno. L’Unione Europea aveva lasciato chiaro fin dall’inizio che una Catalogna indipendente non sarebbe stata parte degli stati comunitari e avrebbe dovuto iniziare l’usuale largo iter di accettazione, probabilmente ostacolato dalla Spagna.

In conclusione, è necessario chiarire che la Spagna non è una nazione, bensì una collezione di comunità regionali che costituiscono i resti di un impero. I Paesi Baschi e Navarra non sono di lingua indoeuropea e la Catalunya e il Pais Valencià hanno una lingua e una storia a sé. Dunque, la Spagna, come il Regno Unito e, per certi versi, anche la Germania, è destinata ad affrontare queste spinte centripete regionali. Sarà difficile per il ceppo dominante – i castigliani – mantenere unito lo stato anche se Madrid ha vinto questa battaglia. La percezione di essere una nazione della Catalogna non si cancella con un accordo economico ed è destinata a rifiorire nel prossimo futuro. Anche perché mancano alla Spagna minacce esterne o campagne di colonizzazione che potrebbero ricompattare interiormente lo Stato o dar sfogo a tensioni regionali violente.

Molto dipenderà anche dal ruolo internazionale degli Stati Uniti, che fino ad oggi hanno garantito la pace in Europa, e dalle rivalità tra i paesi europei che un giorno potrebbero tornare ai secolari conflitti. In futuro, qualcuno, chissà, potrebbe essere interessato a destabilizzare la Spagna appoggiando movimenti indipendentisti.

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