Considerando la psicologia, la visione e la strategia negoziale di Trump, e inoltre gli interessi nazionali degli Stati Uniti – che abbiamo analizzato in articoli precedenti – cerchiamo di prevedere quali possano essere le prossime iniziative distruttive della seconda amministrazione di Trump e di analizzarne le possibili conseguenze tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. Abbiamo individuato cinque politiche che la nuova amministrazione potrebbe implementare o sta già attuando.
La prima potrebbe essere la riduzione della spesa pubblica mediante tagli ai programmi assistenziali e al personale dello Stato federale. Questo significa tagliare o riformare programmi come la Social Security, Medicare, Medicaid e i programmi del welfare, poiché rappresentano una parte rilevante del bilancio federale. E allo stesso tempo significa il taglio alla spesa per la Difesa. Il bilancio del Pentagono è infatti il più grande in assoluto. Una riduzione dei programmi di welfare e degli impegni militari all’estero – che includa anche un taglio degli aiuti militari agli alleati – libererebbe certamente risorse finanziarie e contribuirebbe a ridurre l’enorme deficit pubblico.
Gran parte di queste misure, però, sarebbe politicamente difficile da attuare a causa della probabile opposizione del Congresso, o per essere altamente impopolare, tanto da essere stata esclusa dal programma elettorale. Tuttavia, è probabilmente la strada che l’amministrazione intraprenderà. Il taglio, già in corso, alla spesa discrezionale, che comporta ridurre i finanziamenti per i programmi non legati alla difesa, come istruzione, infrastrutture, etc., non permette risparmi sufficienti. Anche le purghe attuali, implementate dal DOGE per ridurre la burocrazia mediante tagli aggressivi alle agenzie federali, che dovrebbero ridurre gli stipendi ed eliminare le inefficienze, hanno dimostrato di non ottenere risultati rilevanti. Almeno questo evidenziano le cifre riportate dal New York Times, anche se non quelle dichiarate da Elon Musk.
La seconda iniziativa potrebbe consistere nell’aumentare le entrate riducendo al contempo la base imponibile e le aliquote d’imposta sul reddito. Aumentare – come già si sta facendo – i dazi sulle merci importate può, in parte, generare entrate, ma potrebbe anche far salire i prezzi per i consumatori, ridurre il loro potere d’acquisto e aumentare l’inflazione. Potrebbe, inoltre, provocare ritorsioni commerciali, danneggiare la crescita economica e – deprimendo il consumo interno, che rappresenta più del 70% dell’economia americana – persino provocare una recessione. Potrebbe, infine, generare maggiori deficit, perché per sostituire le entrate generate dai tagli fiscali proposti si necessiterebbe di dazi ben superiori a quelli annunciati.
La terza iniziativa potrebbe consistere nell’influenzare la Federal Reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Trump è stato fortemente critico nei confronti della Federal Reserve quando ha aumentato i tassi di interesse. Se esercitasse pressione sulla Fed – già ha fatto dichiarazioni in merito – o nominasse funzionari allineati alle sue idee, potrebbe imporre tassi d’interesse più bassi. Tuttavia, i tassi di interesse bassi non riducono direttamente il debito, ma solo il costo del prestito, e gli Stati Uniti hanno un bilancio primario in rosso. Inoltre, se i tassi rimangono bassi mentre il debito continua a crescere, potrebbe aumentare l’inflazione, indebolendo il dollaro e potenzialmente portando a un periodo di stagflazione, se non a una recessione, scenario che l’amministrazione stessa non esclude.
La quarta iniziativa potrebbe consistere nel sollecitare gli Stati esteri a rifinanziare il debito a lungo termine degli Stati Uniti e, inoltre, nel congelare il capitale e il pagamento degli interessi agli Stati ostili. L’idea è quella di ristrutturare il debito nazionale esercitando pressione sui creditori stranieri, come Cina, Giappone e altri grandi detentori del debito pubblico americano, a prolungare la scadenza dei titoli del Tesoro USA, trasformando di fatto il debito a breve termine in debito a lungo termine, o addirittura procedendo alla sospensione dei pagamenti degli interessi o persino al default sul debito detenuto da paesi considerati ostili agli Stati Uniti, tra cui potrebbe essere annoverata la Cina.
La prima soluzione ridurrebbe la pressione sui rimborsi immediati, ma non risolverebbe il problema, poiché il debito a lungo termine comporta interessi più alti rispetto a quelli a breve termine. La seconda soluzione presenta problemi di fattibilità e di credibilità per l’intero sistema del dollaro. Inoltre, comporta il rischio di gravi ritorsioni e persino il pericolo di un crollo del sistema finanziario globale.
La quinta iniziativa sarà quasi sicuramente la promozione della crescita economica secondo teorie neoliberali. Trump crede che deregulation, tassi di interesse bassi e dollaro debole potrebbero stimolare la crescita economica. Se avesse ragione, la crescita del PIL potrebbe superare quella del debito. E se l’economia cresce più rapidamente del debito nazionale, il rapporto debito/PIL diminuisce nel tempo.
L’iniziativa di ripatriare unità produttive e capitale – che potrà essere solo modesta e che è una misura già sostenuta da Trump – potrebbe creare un aumento delle entrate a breve termine, così come potrebbe fare l’incremento della produzione energetica interna – estrazione di petrolio e gas – abbassando i costi energetici. Ma che deregulation, tassi di interesse bassi, dollaro debole, reshoring e la politica “drill, baby drill” stimoleranno la crescita è tutto da dimostrare, e il risultato della politica economica di Trump, nel suo complesso, potrebbe non essere un’espansione bensì, come abbiamo visto, una stagflazione o addirittura una recessione.
Analizziamo, dunque, cosa potrebbe succedere sul fronte interno se Trump imponesse i citati tagli significativi a Social Security, Medicare, Medicaid e ai programmi di welfare e questi si combinassero – soprattutto per l’introduzione delle tariffe protezionistiche – con un aumento dell’inflazione e una recessione economica. Gli Stati Uniti affronterebbero una crisi sociale senza precedenti, con proteste di massa, scontri istituzionali e crescente instabilità politica.
I primi effetti diretti sui cittadini potrebbero essere la povertà, la disoccupazione e la disperazione. Il taglio ai programmi sociali, insieme a un’economia in recessione, avrebbe infatti un impatto devastante su milioni di americani. Si potrebbe arrivare a un collasso del sistema sanitario e a un aumento della mortalità, a seguito dell’assenza di assistenza medica per milioni di persone. L’aumento dei decessi dovrebbe riguardare soprattutto le malattie curabili e le overdose, a causa dell’acuirsi della crisi degli oppioidi. Non dimentichiamo che il 29% della popolazione americana è già oggi considerato clinicamente depresso e che gli oppioidi e il fentanil hanno già provocato decine di migliaia di morti.
I tagli alla Social Security lascerebbero, inoltre, milioni di anziani senza reddito, con un aumento dei senzatetto e della disperazione collettiva. I più colpiti sarebbero le classi lavoratrici bianche, la comunità afroamericana e gli ispanici. Infine, la diffusione della povertà provocherebbe un boom della criminalità. L’aumento dei furti, delle rapine e delle gang sarebbe particolarmente esplosivo nelle aree urbane. Ci sarebbe anche la possibilità di un ritorno di tensioni razziali e di classe, con proteste simili a quelle del 2020.
Un altro importante fattore è costituito da un’impennata dei fallimenti aziendali e della disoccupazione. Una recessione combinata con tagli al welfare ridurrebbe drasticamente la spesa dei consumatori, portando al fallimento di molte imprese. Le industrie più colpite sarebbero quelle del retail, della ristorazione, dell’edilizia e della sanità. Le possibili ondate di licenziamenti di massa provenienti da questi settori provocherebbero tassi di disoccupazione eccezionali negli Stati Uniti.
Tutto questo porterebbe a reazioni sociali con proteste anche violente, ribellioni e scontri di classe. In primo luogo, assisteremmo a manifestazioni di massa. Sindacati e lavoratori potrebbero poi organizzare scioperi nazionali contro i tagli ai programmi sociali. Proteste di massa si svolgerebbero nelle grandi città, con il rischio di violenze, scontri con la polizia, occupazioni di edifici pubblici, blocchi stradali e disordini simili a quelli del movimento Occupy Wall Street.
La risposta dello stato federale ai tafferugli di piazza potrebbe causare conflitti tra stati democratici e governo federale. Gli stati progressisti come California, New York e Illinois potrebbero sfidare apertamente le politiche dell’amministrazione Trump, creando rotture tra governo federale e governi locali. Potrebbero nascere iniziative autonome per garantire il welfare, aumentando la polarizzazione politica tra stati rossi e stati blu. Si moltiplicherebbe il rischio di una frattura istituzionale senza precedenti nella storia moderna americana. Per ultimo, si assisterebbe a una crescita dei movimenti estremisti e a un’ulteriore polarizzazione della politica americana. La sinistra progressista potrebbe radicalizzarsi, con un aumento del supporto per movimenti socialisti o anarchici. Al tempo stesso, gruppi di estrema destra e milizie armate potrebbero rispondere con attacchi ai manifestanti e violenze urbane. Nemmeno si possono escludere attacchi terroristici interni o insurrezioni come quella vista a Capitol Hill il 6 gennaio 2021.
L’instabilità politica, la polarizzazione estrema e la crisi istituzionale potrebbero portare a una possibile crisi di governo. Se la situazione degenerasse con proteste violente, parte dei Repubblicani moderati potrebbe voltare le spalle a Trump. Il Congresso potrebbe avviare indagini o tentativi di impeachment, anche se difficili da portare a termine con un Senato controllato dai Repubblicani. Si aprirebbe così spazio per una stretta autoritaria e una repressione del dissenso. Trump potrebbe reagire con misure repressive, come leggi anti-proteste, l’impiego della Guardia Nazionale e la limitazione delle libertà civili. Potrebbe dichiarare lo stato di emergenza, che gli darebbe poteri straordinari, simili a quelli visti durante il Patriot Act post-11 settembre. Potrebbe utilizzare l’FBI e il Dipartimento di Giustizia per attaccare oppositori politici, come democratici, giornalisti e attivisti. Soprattutto se l’instabilità sociale si prolungasse fino alle elezioni del 2028, potremmo vedere nuove ondate di violenza politica o possibili tentativi di un colpo di stato soft, con manipolazione del sistema elettorale o annullamento di risultati sfavorevoli.
Tra gli effetti economici da segnalare c’è quello della fuga di capitali. Una combinazione di recessione e inflazione elevata porterebbe a un lungo periodo di sofferenza economica. Gli investitori perderebbero fiducia nell’economia americana, con conseguente crollo del mercato azionario. L’esodo delle aziende e la fuga dei capitali sarebbero solo il passo successivo. Molte multinazionali potrebbero spostare il loro quartier generale fuori dagli USA. Gli stati più ricchi – come la California e New York – potrebbero studiare piani per proteggersi autonomamente dalla crisi. Sarebbero persino ipotizzabili aumenti delle tensioni separatiste interne, con stati che potrebbero esplorare forme di autonomia economica, se non addirittura la secessione.
L’aumento del debito federale sarebbe un’altra nefasta conseguenza. Paradossalmente, i tagli al welfare potrebbero non portare a un risparmio reale, perché aumenterebbero gli aiuti necessari ai settori in difficoltà, i costi di polizia, quelli sanitari d’emergenza e la gestione delle crisi sociali. La sfiducia potrebbe, inoltre, far crollare il dollaro, con ripercussioni a livello globale.
A livello internazionale, questo comporterebbe anche l’erosione della già declinante egemonia degli USA. Se gli Stati Uniti entrassero in un periodo prolungato di caos, potrebbero perdere il loro status di superpotenza globale. Cina e Russia potrebbero approfittarne per ampliare la loro influenza, presentando l’America come una nazione in declino. Gli alleati occidentali potrebbero ridurre la propria dipendenza, accelerando la frammentazione del blocco occidentale.
In conclusione, possiamo dire che, se Trump imponesse tagli al welfare mentre l’economia è in recessione e l’inflazione è alta, si profilerebbe il rischio di un collasso sociale e di una crisi dell’ordine mondiale. Questo scenario potrebbe rappresentare il più grande test della democrazia americana dalla Guerra Civile dell’Ottocento.
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