Che potrebbero diventare gli Stati Uniti sotto l’attuale mandato di Trump e come potrebbe delinearsi il nuovo ordine mondiale? È questo l’interrogativo con cui abbiamo concluso il nostro articolo precedente.
Dopo i primi 50 giorni del suo regno, è chiaro come la nuova amministrazione punti internamente a una trasformazione del governo federale e a un rafforzamento del potere esecutivo attraverso la riorganizzazione delle istituzioni e il potenziamento dei poteri presidenziali.
Uno dei suoi principali bersagli è la burocrazia federale. Per questo ha creato il Department of Government Efficiency (DOGE), affidandone la guida a Elon Musk, con il mandato di eliminare regolamenti ambientali e lavorativi ritenuti “eccessivi”.[1] L’obiettivo è ridurre il personale federale e aumentare il numero di contrattisti privati. Ma anche di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, riducendo il ruolo del Congresso e delle agenzie indipendenti e depurando l’amministrazione dai funzionari non allineati. Queste iniziative rappresentano un cambiamento epocale nella gestione dello Stato federale, con il rischio di un’erosione della separazione dei poteri e una maggiore influenza delle aziende private sulle decisioni pubbliche.
Allo stesso tempo, Trump ha avviato un processo per conferire al presidente più poteri in tempo di crisi, attraverso un uso più ampio degli ordini esecutivi e dello stato di emergenza.[2] Ha limitato l’autonomia degli stati democratici – California, New York, Illinois – imponendo condizioni sui fondi federali. Inoltre, con l’obiettivo di controllare l’apparato di sicurezza, ha epurato il Dipartimento di Giustizia e il Pentagono da funzionari ostili, inserendo fedelissimi nelle posizioni chiave. Infine, sta politicizzando la magistratura e le forze dell’ordine, aumentando la pressione per rendere la magistratura più lealista, con nomine mirate nelle corti federali, e conferendo più potere alla Homeland Security e all’FBI per indagare sulle proteste e sui gruppi di opposizione, trattando molte manifestazioni come “atti di terrorismo interno”.[3]
In termini di politica economica e sociale, Trump punta sul protezionismo e sulla deregolamentazione. Ha lanciato un piano di reindustrializzazione forzata basato su tariffe doganali elevate, sulla riduzione delle tasse per le imprese, su incentivi alla produzione nazionale, sulla privatizzazione parziale di programmi sociali come Medicare e Medicaid. Se da un lato queste misure possono rilanciare parzialmente alcuni settori manifatturieri, dall’altro rischiano di causare un aumento dei prezzi interni, un ritorno dell’inflazione, un rallentamento della crescita economica e una contrazione del commercio internazionale.[4]
Questi sforzi potrebbero essere accompagnati da tagli al welfare e dalla privatizzazione dei servizi pubblici. Un primo esempio è il taglio progressivo della Social Security, Medicare e Medicaid, con il pretesto di “modernizzare il sistema”. Un secondo esempio è la deregulation nei settori sanitario e scolastico, con incentivi alle assicurazioni e alle scuole private. Queste politiche portano a un aumento delle disuguaglianze sociali, con una crescente polarizzazione tra i ceti ricchi e quelli poveri.[5]
Per ultimo, sempre in termini di politica economica e sociale, va risaltato il suo piano di riforma fiscale aggressiva, che comprende ulteriori tagli alle tasse per le aziende e per le fasce più alte, nonché la riduzione delle imposte federali per trasferire il peso della spesa pubblica agli stati, colpendo in particolare gli stati democratici. Ciò comporta una possibile crisi fiscale per i governi locali, con tagli ai servizi essenziali.[6]
L’ultimo obiettivo è la nuova politica sull’immigrazione e sull’identità nazionale. La prima passa per il blocco dei migranti e la militarizzazione del confine. Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale al confine con il Messico, con il dispiegamento di forze armate, la chiusura totale della frontiera ai richiedenti asilo e la revoca della cittadinanza per nascita ai figli di immigrati privi di documenti.[7] La seconda passa per la promozione del nazionalismo culturale e la lotta alle ideologie woke. Questa comprende la revisione dei programmi scolastici e le restrizioni sulla libertà di espressione nelle università e nei media, con il corollario di attacchi ai giornalisti e alle piattaforme digitali che non seguono la narrazione trumpiana.[8]
Sul piano internazionale, Trump opera per un nuovo ruolo per gli Stati Uniti, destabilizzando l’ordine mondiale attuale.
La sua politica estera, ispirata a un supposto unilateralismo e a un finto isolazionismo, abbandona il multilateralismo tradizionale per favorire accordi bilaterali in cui gli USA dettano le regole.[9] Guerre commerciali e sanzioni – convertite in armi geopolitiche – hanno coinvolto non solo gli stati ostili, ma anche numerosi alleati. Le tariffe punitive sull’UE, sul Canada e sul Messico servono a più che forzare rinegoziazioni commerciali favorevoli; sono tributi per le “guerre dell’impero”. E le pressioni sulle aziende americane mirano a rimpatriare la produzione e i capitali investiti all’estero.[10]
La nuova amministrazione si è ritirata da trattati internazionali, uscendo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con la giustificazione che fosse fondata su un “sistema corrotto”.[11] Ha inoltre minacciato di abbandonare la NATO, lasciando l’Europa a gestire autonomamente la propria difesa. Infine, ha eliminato gli aiuti economici ai paesi in via di sviluppo, concentrando le risorse esclusivamente su alleati strategici come Israele.
Sempre a livello di politica di potenza, Trump persegue il confronto ambivalente con la Cina, la Russia e l’Iran. Nei confronti della Cina, da un lato, rende più aggressiva la politica di contenimento, retaggio delle amministrazioni precedenti, aumentando la presenza militare nel Pacifico e scatenando una guerra commerciale su vasta scala, con sanzioni e restrizioni tecnologiche. Dall’altro abbassa i toni e si dichiara amico di Xi Jinping.[12]
Con la Russia persegue lo stesso doppio gioco tra cooperazione e rivalità. Da un lato, procede alla rimozione di alcune sanzioni economiche, favorendo rapporti diretti con Mosca; dall’altro tenta di ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, spingendo il gas americano. Da un lato, offre aiuti all’Ucraina; dall’altro, si dichiara amico di Putin e ne sostiene le pretese.[13]
Nei confronti dell’Iran persegue una strategia di massima pressione, con blocchi economici e minacce militari per forzare un cambio di regime.[14] Si allinea con Israele e l’Arabia Saudita per isolare il paese. In contraddizione con i suoi principi di riduzione degli impegni militari, non esclude un possibile intervento militare mirato per eliminare le infrastrutture nucleari iraniane. Allo stesso tempo, però, dichiara che il suo obiettivo è arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran, sia pure su basi diverse e più favorevoli rispetto al Joint Comprehensive Plan of Action di obamiana memoria.[15]
In conclusione, si può affermare che procediamo verso un’America più autoritaria e conflittuale. Trump sta cercando di trasformare gli Stati Uniti in uno stato più centralizzato, economicamente protezionista e socialmente conservatore, mentre, a livello globale, punta a rivedere gli equilibri geopolitici in modo unilaterale e aggressivo, lasciando prevedere un mondo in cui le tre grandi potenze armate – Stati Uniti, Cina e Russia – si spartiscono territori strategici secondo i propri interessi nazionali.[16]
Il suo progetto aumenta la polarizzazione interna, con il rischio di proteste e scontri istituzionali, e compromette le relazioni con gli alleati tradizionali, favorendo un mondo più frammentato e instabile. Questo può portare a un declino del ruolo globale degli Stati Uniti, con la Cina e altri stati a vocazione imperiale pronti a colmare il vuoto lasciato dagli USA.
Siamo negli anni della “tempesta” pronosticata da George Friedman [17] e il futuro degli Stati Uniti e del mondo oggi non appare chiaro; il volto della “calma” che seguirà dipenderà molto dalla capacità di resistenza delle istituzioni e della società civile americana nel contenere le ambizioni e le politiche rivoluzionarie di Trump.
Note
[1] Executive Order di creazione del Department of Government Efficiency (DOGE), White House Press Release, gennaio 2025.
[2] Federal Register, “Presidential Powers in Emergencies: Expanded Authorities,” febbraio 2025.
[3] Piano di ristrutturazione del Dipartimento di Giustizia, Atti del Congresso, febbraio 2025.
[4] Brookings Institution, “Economic Impact of Protectionism under Trump 2.0,” marzo 2025.
[5] OECD, Income Inequality Trends in the United States, 2024.
[6] Tax Policy Center, “Trump’s 2025 Tax Reform and Federalism,” marzo 2025.
[7] DHS Report, “National Emergency and Border Militarization Measures,” febbraio 2025.
[8] PEN America, “Academic Freedom and Media Pressure under the Trump Administration,” 2025.
[9] Council on Foreign Relations, “U.S. Foreign Policy Unilateralism in the Trump Era,” marzo 2025.
[10] WTO, “Trade Disputes and Tariffs 2024–2025.”
[11] NATO Secretary General Briefing, gennaio 2025.
[12] CSIS, U.S.–China Strategic Competition, 2025.
[13] European Council on Foreign Relations, “Sanctions and Energy Realignment,” marzo 2025.
[14] IISS, Iran and the Axis of Resistance: Military Options, 2025.
[15] Arms Control Association, “JCPOA Alternatives under Trump Administration,” febbraio 2025.
[16] International Crisis Group, “Risks of Global Fragmentation,” 2025.
[17] George Friedman, The Storm Before the Calm, Doubleday, 2020.





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