Nei primi mesi del suo secondo mandato, l’amministrazione Trump ha proiettato una visione degli Stati Uniti caratterizzata da un forte nazionalismo economico, da una politica estera assertiva e da una riforma delle istituzioni federali. Le sue politiche sono sostenute dal concetto di America First, con implicazioni sia sul piano interno sia su quello internazionale. Trump si è presentato come un disruptor, un picconatore. Forse ha ragione George Friedman: gli Stati Uniti stanno entrando in un nuovo ciclo che richiede una “tempesta” prima della “calma”. E forse il presidente è l’agente del cambiamento che prepara un nuovo ordine interno e mondiale.[1]

Quello che è certo è che tra gennaio e marzo dell’anno in corso stiamo assistendo a una distruzione delle regole di condotta internazionali, a una ridefinizione delle alleanze tradizionali, al superamento dell’ordine mondiale consolidato, con implicazioni significative per la cooperazione internazionale e la stabilità globale. E allo stesso tempo stiamo assistendo, sul fronte interno, a un tentativo di trasformazione dello stato federale e delle relazioni tra i poteri istituzionali della democrazia americana.

Si pensi agli ordini esecutivi sul ritiro dall’Organizzazione mondiale della sanità, sulla riduzione dei fondi a organismi come la USAID, sulle sanzioni contro la Corte Penale Internazionale (ICC), sulla cancellazione di accordi presi da precedenti amministrazioni, come quelli di Parigi sul clima e soprattutto agli ordini esecutivi che introducono o incrementano tariffe sulle merci provenienti da Canada, Messico, Cina o inerenti ad acciaio e alluminio.

Al di là degli ordini esecutivi, si pensi alle minacce di annessione nei confronti del Canada, della Groenlandia e del Canale di Panama; alle minacce di tariffe protezionistiche contro alleati e soci commerciali; alla minaccia di uscire da organizzazioni come la Banca Mondiale o addirittura la NATO. Infine, si pensi alle dichiarazioni relative alla fine della sacralità dei confini degli stati sovrani, sancita dal diritto internazionale.

La vena distruttrice di Trump – o sarebbe meglio chiamarla furia distruttrice, dato lo stile – non risparmia nemmeno il fronte interno. Si pensi agli ordini esecutivi come quelli che concernono lo smantellamento dell’Agency for Global Media (USAGM), l’eliminazione delle politiche DEI (Diversità, Equità e Inclusione), il controllo delle agenzie federali indipendenti come la Federal Communication Commission (FCC) o la Federal Election Commission (FEC), il licenziamento e la ristrutturazione di gran parte della forza lavoro dello Stato federale e l’utilizzo dell’Alien Enemies Act a supporto di un programma massiccio – e scenografico – di deportazioni.[2]

Anche sul fronte interno, oltre agli ordini esecutivi, bisogna pensare alle minacce della nuova amministrazione al potere giudiziario, di cui si ignorano le sentenze; agli attentati alla libertà di parola, soprattutto nelle università e nel mondo accademico; allo smantellamento di agenzie federali, come il Dipartimento di Istruzione e il Servizio Meteorologico Nazionale, secondo le linee guida del Progetto 2025.[3]

Ordini esecutivi e minacce hanno allargato la sfera del caos e sembrano condurci verso un processo che probabilmente ridisegnerà sia il nuovo World Order post-globalizzazione sia il modello culturale e istituzionale americano. Prima di analizzare, in un prossimo articolo, come questo processo potrebbe evolversi e quali potrebbero essere i suoi punti di approdo, internamente e internazionalmente, dobbiamo capire chi è Trump e come la sua Weltanschauung sta plasmando la nuova amministrazione americana.

I cinque volti di Trump

Donald Trump può essere definito un leader politico rivoluzionario, populista, nazionalista ed estremamente polarizzante, con un forte impulso autoritario e un’ambizione chiara a ridefinire il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e a trasformare radicalmente la politica interna. Il suo approccio è caratterizzato da cinque tratti distintivi che ne delineano l’identità politica e lasciano presagire il suo impatto sul futuro degli USA e sull’ordine mondiale.

Trump architetto di una nuova destra populista

Come leader del movimento America First, Trump ha trasformato il Partito Repubblicano da una forza conservatrice tradizionale a un movimento populista e nazionalista. Il suo messaggio si basa sul nazionalismo economico, inteso come un insieme di protezionismo, dazi sulle importazioni e incentivo alla produzione americana; sull’antiglobalismo, inteso come ritiro dagli accordi internazionali e disimpegno da organizzazioni multilaterali; sull’anti-elitismo promosso attraverso una guerra culturale, con attacco ai media, all’accademia e alle istituzioni che considera parte del deep state ostile.

La sua ascesa ha generato un nuovo blocco elettorale, composto da una classe operaia bianca impoverita dalla globalizzazione, imprenditori della tecnologia e grandi corporation che beneficiano della deregolamentazione, cristiani evangelici e conservatori sociali attratti dalla sua agenda anti-woke.

Trump leader autoritario y rivoluzionario

Trump punta a erodere le istituzioni democratiche, sfidando apertamente i principi della democrazia liberale, cercando di ampliare i limitati poteri della presidenza e indebolire i contrappesi istituzionali. Ha utilizzato ordini esecutivi e stati d’emergenza per aggirare il Congresso; ha politicizzato il sistema giudiziario nominando giudici ultra-lealisti per proteggere il suo operato; ha attaccato i media e le libertà civili, minacciando giornalisti e chiudendo il dialogo con fonti d’informazione indipendenti. Il suo obiettivo non è abolire la democrazia direttamente, ma trasformarla in un sistema semi-autoritario in cui il presidente ha poteri quasi illimitati.

Trump stratega della divisione sociale

Trump ha accresciuto la polarizzazione della società americana. Ha costruito il proprio consenso attraverso la divisione della società in blocchi contrapposti, alimentando il conflitto su più livelli. Attraverso la guerra culturale, ha fatto della lotta contro il “politicamente corretto” un’arma politica, attaccando le minoranze, il femminismo e i diritti LGBTQ+. Impulsando l’etnonazionalismo, ha alimentato una retorica contro gli immigrati e le minoranze, cercando di ridisegnare l’identità americana su basi più escludenti. Promuovendo lo scontro tra stati rossi e blu, ha innescato ritorsioni economiche contro la California e New York, accentuando la divisione tra stati conservatori e progressisti. Questa strategia lo ha reso il presidente più divisivo della storia americana, aumentando il rischio di instabilità politica e sociale.

Trump revisionista geopolitico

Trump tenta di demolire l’ordine mondiale post-1945, cercando di smantellare il sistema multilaterale creato dagli USA dopo la Seconda Guerra Mondiale, basato sull’egemonia economica e militare americana, sulle istituzioni internazionali, sulla cooperazione con alleati storici come l’UE, la NATO, il Giappone e la Corea del Sud, e sul ruolo di arbitro nei conflitti globali. Ha promosso una visione pseudo-isolazionista e aggressiva, con conseguenze devastanti, che ha portato a una crisi dell’Alleanza Atlantica, minacciata di ritiro e disimpegno dalla difesa europea; a guerre commerciali con la Cina e l’UE, che hanno distrutto catene di approvvigionamento globali; al ritiro dagli accordi sul clima e sulla sanità, abbandonando il ruolo di leadership nelle sfide globali. Questa strategia ha accelerato il declino dell’influenza americana, aprendo spazi alla Cina e alla Russia.

Trump politico pragmatico e privo di scrupoli

Trump ha imposto il “trumpismo” — cioè la sua visione — come ideologia del partito repubblicano. Non è un ideologo puro, ma un opportunista politico che sfrutta il populismo e il nazionalismo per mantenere il potere. Un suo tratto distintivo è il senso del marketing politico, la capacità di creare slogan potenti e messaggi semplici che risuonano nella sua base, come “Make America Great Again”. E ancora, i tratti distintivi sono l’uso strategico della menzogna, la diffusione sistematica della disinformazione per controllare la discussione pubblica e l’idea di un governo basato sulla lealtà personale, in cui chi non è allineato viene espulso, come accaduto con membri della sua amministrazione precedente. Il “trumpismo” non è una dottrina politica coerente, ma un mix di autoritarismo, populismo e interessi personali, che si adatta alle circostanze per massimizzare il suo potere.

L’eredità di Trump

Trump, dunque, non è solo un politico conservatore o un outsider populista: è il leader rivoluzionario di una trasformazione radicale della politica americana, che sta portando il Paese verso una democrazia illiberale con tendenze autoritarie. È un rivoluzionario della destra americana, che ha spostato il Partito Repubblicano verso il populismo e il nazionalismo. È un leader che minaccia la democrazia, con il suo disprezzo per le istituzioni e la concentrazione del potere. È un maestro della polarizzazione sociale che sfrutta le divisioni etniche e culturali per consolidare il consenso. È un demolitore dell’ordine mondiale che sta spingendo gli Stati Uniti verso un isolazionismo continentale e un protezionismo privo di senso strategico. È, infine, un politico senza scrupoli che adatta il suo messaggio e le sue azioni alla convenienza personale.

L’eredità politica di Trump dipenderà dalla capacità delle istituzioni americane di resistere e dall’esito delle prossime elezioni generali del 2028. Se però Trump riuscirà a consolidare il suo progetto durante l’attuale mandato, gli Stati Uniti potrebbero già entrare in una nuova fase della loro storia, più simile ai regimi illiberali dell’Ungheria e della Russia che alla democrazia liberale tradizionale. E la domanda chiave per il futuro prossimo degli Stati Uniti e del mondo è: la società americana è ancora abbastanza compatta attorno all’idea della democrazia liberale tanto da contenere le politiche rivoluzionarie di Trump, o siamo all’inizio di un’America radicalmente diversa e di un nuovo ordine mondiale?

Non bisogna dimenticare che è l’America di oggi a creare Trump, non Trump che ha creato questa America. E, di conseguenza, il trumpismo continuerà anche dopo Trump, che si ricandidi o meno nel 2028, come propone Steve Bannon.[4] La Costituzione degli Stati Uniti non lo prevede, ma Trump, se sarà capace di domare il Congresso e sottomettere il potere giudiziario e la Corte Suprema, sarà anche in grado di subordinare la Costituzione ai suoi interessi e al suo narcisismo.

Notes

[1] George Friedman, The Storm Before the Calm, Doubleday, 2020.

[2] L’Alien Enemies Act del 1798 è una legge che conferisce al presidente l’autorità di detenere o espellere cittadini di paesi con cui gli Stati Uniti sono in guerra.

[3] Il Progetto 2025 è il manifesto della nuova presidenza di Trump, elaborato dai suoi stretti collaboratori nei quattro anni precedenti al suo secondo mandato. I punti più importanti del programma riguardano la cultura, la fede e lo stile di vita. Il testo è disponibile sul sito web del think tank conservatore The Heritage Foundation, che lo ha promosso: http://www.heritage.org.

[4] Chris Cuomo, Intervista con Steve Bannon, 19 marzo 2025.

Bibliografia

Levitsky, Steven, and Daniel Ziblatt. How Democracies Die. New York: Crown, 2018.

Mounk, Yascha. The People vs. Democracy. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2018.

Urbinati, Nadia. Me the People: How Populism Transforms Democracy. Harvard University Press, 2019.

Fukuyama, Francis. Liberalism and Its Discontents. New York: Farrar, Straus and Giroux, 2022.

Freedom House. Freedom in the World 2024. Washington, D.C., 2024.

Brookings Institution. Trump and American Foreign Policy: The Return of Jacksonianism. 2023.

CSIS. The Future of U.S. Global Leadership Under Trump 2.0. Washington, 2025.

Ginsburg, Tom, and Aziz Huq. How to Save a Constitutional Democracy. Chicago: University of Chicago Press, 2018.

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