Gli americani sono sull’orlo di una guerra civile?
In questa ultima settimana che precede le elezioni presidenziali del 5 novembre, l’opinione pubblica americana e internazionale è tutta centrata sui sondaggi elettorali che rivelano un testa a testa senza precedenti dei due candidati nella competizione più indecise della storia degli Stati Uniti. Considerando i limiti dei poteri presidenziali, i programmi elettorali e l’inerzia della strategia degli apparati, possiamo prevedere che – qualunque sia l’esito – poco cambierà nel panorama politico interno. Prevedibilmente, il poco percettibile cambio di direzione sarà in ambiti come economia e tasse, sanità e welfare, giustizia sociale e diritti civili, politiche energetiche e medio ambiente. Qualcosa in più potrebbe cambiare in politica estera, nell’ambito delle relazioni con la Cina, l’Europa, la NATO e nella posizione sui conflitti in Medio Oriente e Ucraina, ma è difficile che si registrino cambi di rotta.
Quello che più dovrebbe preoccupare l’opinione pubblica mondiale, non è questa ultima settimana che precede le elezioni e le fluttuazioni nei sondaggi dei due candidati, bensì le settimane che le seguiranno e il tema ben più importante dell’accettazione del risultato da parte del perdente. Un sondaggio nazionale del Rasmussen riporta che il 41% dei votanti crede che gli Stati Uniti potrebbero scontrarsi in una guerra civile, soprattutto se Trump dovesse perdere le elezioni. Sono dunque finiti, con l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, i pacifici e cavallereschi passaggi di consegna? Come si è arrivati a questa delegittimazione del processo elettorale e delle istituzioni della repubblica?
La ricerca delle origini di questo fenomeno ci riporta indietro nel tempo. La delegittimazione è un processo progressivo, complesso e stratificato che si è sviluppato nel corso di diversi decenni.
Già nel 1965 il Voting Rights Act – che espandeva i diritti democratici delle minoranze in risposta alle pratiche segregazioniste sostenute da istituzioni locali e statali che per decenni avevano privato gli afroamericani del diritto di voto e di un’equa partecipazione alla vita pubblica – aveva provocato una forte reazione in settori della popolazione conservatrice bianca, soprattutto nel sud, alimentando un senso di risentimento verso il governo federale e le sue ingerenze negli affari statali.
Nel 1971 la pubblicazione dei Pentagon Papers rivelò che diverse amministrazioni avevano ingannato il pubblico sulla reale situazione in Vietnam. Questo episodio segnò una grave perdita di fiducia nelle istituzioni governative, soprattutto nell’esecutivo, e fu uno dei primi momenti in cui un’ampia fetta della popolazione iniziò a vedere il governo come un’entità che operava in segreto e contro l’interesse dei cittadini.
Nel 1974 lo scandalo Watergate – tentativo di insabbiare irregolarità della campagna elettorale – che coinvolse il presidente Nixon, segnò uno dei momenti di maggiore diffidenza nella presidenza e nell’apparato esecutivo, poiché rivelò una corruzione sistemica ai più alti livelli del governo e contribuì ulteriormente a diffondere la sensazione che le istituzioni democratiche fossero profondamente fallibili e manipolabili.
Negli anni ’80, sotto la presidenza Reagan, si assistette a una nuova fase di delegittimazione delle istituzioni, in particolare del governo federale. Reagan promosse l’idea che il governo stesso fosse il problema, non la soluzione, sostenendo che le istituzioni federali erano troppo grandi, inefficienti e intralciavano la libertà economica e personale. Questo discorso ebbe un impatto duraturo, alimentando il sentimento antigovernativo tra conservatori e libertari. Inoltre, la deregolamentazione dell’economia e la riduzione del welfare statale furono accompagnate da un crescente discredito delle istituzioni che venivano percepite come inefficienti e incapaci di rispondere ai bisogni della popolazione.
Negli anni ’90, Newt Gingrich fu protagonista di una radicalizzazione del discorso politico. La sua strategia, culminata nel Contract with America del 1994, trasformò il Partito Repubblicano in un’opposizione quasi permanente al governo federale, usando una retorica incendiaria contro le istituzioni e favorendo una politica di partigianeria estrema. Questo portò a un crescente sentimento di disistima tra le fazioni politiche e tra gli elettori, che vedevano il governo sempre più come ostaggio di interessi di parte.
Le elezioni presidenziali del 2000, tra George W. Bush e Al Gore, rappresentarono un altro momento cruciale nella delegittimazione delle istituzioni elettorali. Lo scontro per la Florida e il coinvolgimento della Corte Suprema, che fermò il riconteggio dei voti, portò molti a percepire il sistema come manipolato. La decisione della Corte, interpretata da molti come politicamente motivata, delegittimò il processo elettorale e creò nuovi risentimenti verso le istituzioni.
Gli attacchi dell’11 settembre 2001 portarono a una nuova fase di espansione dei poteri del governo federale con il Patriot Act e la “guerra al terrore”. Questi sviluppi aumentarono la sfiducia tra molti americani, in particolare tra i progressisti e i libertari, verso le istituzioni, percepite come sempre più intrusive e autoritarie. Le accuse di violazioni dei diritti civili e la gestione opaca dei conflitti in Iraq e Afghanistan – in particolare le menzogne sulle armi di distruzione di massa – alimentarono una crescente alienazione da parte di ampie fasce della popolazione.
Più in generale, a partire dalle elezioni del 2000, il discorso sulle frodi elettorali divenne un tema ricorrente, in particolare nel Partito Repubblicano. Nonostante la mancanza di prove concrete, molti esponenti repubblicani continuarono a sostenere che il sistema elettorale fosse vulnerabile a frodi massicce, promuovendo leggi sempre più restrittive per il voto. Queste accuse alimentarono la percezione che le elezioni fossero manipolabili, gettando le basi per il clima di scetticismo che sarebbe esploso nel 2020.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, il Tea Party Movement emerse come un gruppo populista di destra che criticava aspramente il governo federale per le sue politiche di salvataggio delle banche e di intervento economico. Questo movimento, pur concentrato inizialmente su questioni fiscali, sviluppò rapidamente un linguaggio anti-establishment, denigrando le istituzioni governative come corrotte e distanti dai valori autenticamente americani. Questa retorica avrebbe gettato le basi per il populismo più estremo che ha caratterizzato la politica americana negli anni successivi.
La candidatura e la successiva elezione di Donald Trump nel 2016 rappresentano un punto di svolta nel processo di delegittimazione. Trump ha costantemente attaccato le istituzioni, dalle agenzie federali ai media, accusandole di essere corrotte e controllate da una “élite” che cospira contro il popolo. La sua retorica anti-establishment, combinata con il sostegno di gruppi estremisti e teorici del complotto come QAnon e di personaggi come Rudy Giuliani, Sidney Powell e Steve Bannon, ha accelerato il processo di delegittimazione delle istituzioni democratiche. Inoltre, la pratica aggressiva del gerrymandaring da parte soprattutto dei repubblicani in stati come il North Carolina, Wisconsin e Texas, le leggi sulle restrizioni al diritto di voto, l’uso delle interferenze estere e lo stesso sistema del collegio elettorale winner-takes-all, hanno alimentato e alimentano un senso di sfiducia sugli esiti del processo elettorale.
Tra gli agenti più importanti del fenomeno della delegittimazione, oltre alle responsabilità che vanno attribuite ai partiti e ai politici coinvolti negli eventi citati e oltre al già menzionato Tea Party Movement, vanno annoverate formazioni de estrema destra e milizie come i Proud Boys e Oath Keepers, che hanno alimentato teorie antigovernative, antiglobaliste e cospirazioniste.
Non meno significativa la responsabilità di media e figure mediatiche. Il network Fox News e altre piattaforme mediatiche, come Newsmax e One America News Network, hanno avuto un ruolo cruciale nel fomentare sfiducia nei confronti delle istituzioni americane. Hanno amplificato le accuse di Trump riguardo alle elezioni del 2020 e spesso hanno diffuso teorie cospirazioniste. Commentatori come Tucker Carlson e Sean Hannity sono stati attori importanti nel creare un clima di ostilità verso il governo federale, l’élite liberal e i media mainstream. Inoltre, piattaforme online come 4chan, 8chan, e gruppi su Facebook hanno facilitato la diffusione di teorie cospirazioniste; il già citato QAnon ha avuto un impatto significativo nel promuovere la narrativa secondo cui una cabala globale stava orchestrando manovre segrete a danno del popolo americano, rafforzando l’idea che il sistema istituzionale fosse sostanzialmente corrotto.
La delegittimazione del processo elettorale e delle istituzioni, la crescente polarizzazione politica e le accuse reciproche di irregolarità elettorali potrebbero avere conseguenze significative dopo il voto delle elezioni. Lo scenario più probabile è quello di un risultato contestato che potrebbe portare a un aumento delle proteste e della tensione sociale, simile a quanto accaduto dopo le elezioni del 2020, culminate nell’assalto al Campidoglio.
Un esito contestato avrebbe conseguenze immediate come una serie di battaglie legali a livello locale, statale e federale, con ricorsi presso la Corte Suprema o altre corti per annullare o confermare gli esiti elettorali. Questo potrebbe prolungare l’incertezza sui risultati per settimane, o addirittura mesi. Se i contenziosi legali si prolungassero e non ci fosse una chiara risoluzione, potrebbero verificarsi situazioni di stallo istituzionale. L’avvio della nuova amministrazione potrebbe essere ritardato, lasciando il paese in una fase di incertezza politica che potrebbe ostacolare la transizione pacifica del potere.
Sul piano internazionale, un’elezione delegittimata potrebbe indebolire la posizione degli USA. Potenze rivali, come Russia e Cina, potrebbero sfruttare la situazione per mettere in discussione la legittimità democratica degli Stati Uniti e ridurre la loro autorità morale nel promuovere all’estero i valori che idealmente animano la politica internazionale americana: global security, free trade, rule of law e human rights. Attori stranieri potrebbero cercare di sfruttare le divisioni interne attraverso campagne di disinformazione e cyber-attacchi per amplificare il caos politico, approfittando della debolezza percepita degli Stati Uniti in questo periodo.
Sul piano interno, va inoltre menzionato che l’acuirsi della delegittimazione potrebbe produrre una crescita delle tendenze autoritarie. In uno scenario di forte polarizzazione, con un congresso paralizzato, entrambi i partiti potrebbero percepire la necessità di rafforzare il proprio controllo attraverso misure più centralizzate e autoritarie per garantire l’ordine, alimentando ulteriormente il ciclo di sfiducia e tensione. Potrebbe emergere una maggiore spinta verso l’uso dell’esecutivo per aggirare il Congresso e governare per decreto.
Il 23 ottobre, parlando alla folla in un comizio a Gwinnett County in Georgia, Trump non ha nascosto le sue aspirazioni autoritarie. Ha ventilato la possibilità di perseguire 60 Minutes per il montaggio di un’intervista con Harris – come aveva già fatto con altri media, con i suoi oppositori e con i supposti “nemici interni” – e ha avanzato l’affermazione sconcertante che membri di bande stanno prendendo il controllo di Times Square con armi che nemmeno l’esercito americano possiede. “Ma abbiamo ragazzi che vogliono affrontarli, e avranno il permesso di farlo, e li cacceremo via da qui.” Ancora una volta, ha promesso di attuare la più grande operazione di deportazione della storia. Ha inoltre dichiarato che invocherebbe l’Alien Enemies Act del 1798, che gli conferirebbe l’autorità di detenere, trasferire o deportare stranieri ritenuti nemici. Ha infine invocato la pena di morte per qualsiasi migrante che uccida un cittadino americano.
Dichiarazioni di questo tipo stanno già avendo conseguenze e sembrano preparare il terreno per una ipotetica svolta autoritaria. Quasi la metà degli elettori è scettica riguardo al fatto che l’esperimento americano di autogoverno sta funzionando, con il 45% che ritiene che la democrazia del Paese non sia performante e non rappresenti adeguatamente le persone comuni, secondo un nuovo sondaggio di New York Times/Siena College. Tre quarti degli elettori negli Stati Uniti affermano che la democrazia è minacciata, sebbene la loro percezione delle forze che la mettono in pericolo vari ampiamente in base alle inclinazioni politiche. E una maggioranza di elettori crede che il paese sia afflitto dalla corruzione, con il 62% che sostiene che il governo lavori principalmente a beneficio proprio e delle élite piuttosto che per il bene comune. La delegittimazione ha lasciato il 58% degli elettori convinto che i sistemi finanziari e politici della nazione abbiano bisogno di cambiamenti importanti o di una revisione completa.
Un movimento interno al partito repubblicano, alimentato dalla disinformazione sulla sconfitta di Trump nel 2020 ha preso il controllo di molti dei consigli che certificano le elezioni. Potrebbe causare caos nelle prossime settimane. C’è un esercito di funzionari elettorali – che crede nelle continue affermazioni di Trump che il processo democratico sia truccato – pronto a respingere il voto.
Per il momento, nell’attesa degli eventi, l’unica conclusione possibile è che l’acuirsi della delegittimazione sta esacerbando le divisioni sociali e le faglie della società americana, attentando ulteriormente alla coesione sociale.eriormente alla coesione sociale.tà americana, attentando ulteriormente alla coesione sociale.





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